lunedì, Settembre 27

La crisi vista da Bruxelles Come evitare altri 541 giorni senza governo?

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Tante volte abbiamo letto o sentito “ce lo chiede Bruxelles” con riferimento ai sacrifici da fare per rientrare, anche in tempi di crisi, nei parametri dettati dall’Unione Europea. Insieme ad Ue e Troika, la capitale del Belgio è diventata una delle parole che più spesso si sentono a proposito della crisi, tanto che molti potrebbero pensare che questo simbolo dell’Europa unita non sia stato toccato dalla catastrofe economica che invece sta vessando il resto del continente. Così non è, difatti, l’ultimo grido di protesta per chiedere un’inversione di rotta in extremis all’Europa perché abbandoni l’austerità a favore di investimenti e lavoro di qualità è stato proprio lanciato a Bruxelles. Qui, i sindacati europei, a poco più di un mese dalle elezioni (che per il Paese non saranno solo quelle europee ma anche regionali e nazionali), hanno guidato una manifestazione che avrebbe portato in piazza, secondo gli organizzatori, circa 50.000 persone. 

Al grido di “vogliamo un altra Europa” in migliaia sono scesi nelle strade per manifestare il proprio dissenso nei confronti di un istituzione sempre più lontana dal popolo e di un governo incapace di far sentire la propria voce. «Vogliamo investire per l’avvenire dell’Europa, per la nostra Europa, e prima che non sia troppo tardi – ha ammonito Segol, leader del Ces, l’unione dei sindacati europei – l’Europa deve prendere un’altra direzione». Quel che chiedono i sindacati all’Ue sono investimenti pari al 2% del pil europeo per i prossimi dieci anni in ricerca, formazione, infrastrutture che portino a occupazione di qualità, oltre a un salario minimo europeo, un corretto finanziamento dei servizi pubblici, servizi sociali rafforzati e una fiscalità più equa. Il clima è diventato acceso tanto che non sono mancati scontri e tafferugli con la polizia che ha aperto gli idranti dopo che il gruppo dei portuali delle città belghe di Anversa e Gand hanno lanciato pietre, arance, petardi e danneggiato gli arredi urbani. Isolata la frangia violenta a inizio corteo, una fiumana di bandiere delle sigle sindacali di 21 paesi europei ha invaso le strade del centro di Bruxelles sin dalla mattina per arrivare nel cuore del quartiere delle istituzioni europee. Molti giovani hanno mostrato striscioni in cui denunciavano la situazione del precariato e dell’assenza di lavoro e per un giorno il Belgio, cuore dell’Ue, è stato uguale a molti altri Paesi in crisi. 

Il grido lanciato dai giovani e dai lavoratori belga però non è una novità pre elettorale, già l’anno scorso, a dicembre, una manifestazione contro la crisi aveva bloccato il centro della Capitale, riempiendola di cori e striscioni contro le politiche dell’Ue. E ancora prima altre manifestazioni avevano portato in superficie il malessere del Paese. Quando l’Eurocrisi è iniziata il Belgio si trovava in una situazione estremamente precaria, affossato dall’incapacità dei politici di trovare un accordo di governo. A causa delle differenze tra i partiti maggiori e di un risultato elettorale che non consegnava il Paese a uno o l’altro schieramento, per 541 giorni, fino al dicembre 2011, il Belgio si è trovato senza un governo. Un record che ha battuto anche i 249 giorni fatti segnare dall’Iraq durante la seconda guerra del golfo. Dopo oltre un anno senza un governo il Paese è scivolato nella crisi dell’Eurozona, con un rapporto debito/pil al 6%, come Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia.

Il governo di Elio Di Rupo per tutta la prima metà del 2012 ha quindi puntato a misure che portassero fuori dalla crisi, concentrandosi principalmente su incontri volti a capire come eseguire proficui tagli al budget. Dopo lotte interne infinite, liberali e socialisti hanno trovato un accordo che prevedeva l’evitare nuovi aumenti delle tasse ma sottostimava l’impatto che la riduzione dei sussidi di disoccupazione ed altre forme di sostegno avrebbero avuto sulla popolazione. Così la recessione è giunta anche a Bruxelles, portando l’economia belga da un 0,3% del 2012 alla stagnazione del 2013 nonostante il successo delle politiche di riduzione del deficit del budget (passato dal 4,1% del 2011 al 2,5% del 2014).

I problemi economici stanno avendo, e probabilmente continueranno ad avere anche in sede elettorale il 25 maggio, un grosso peso per la futura scelta di governo. Non si può dire che l’esecutivo Di Rupo non abbia fatto progressi e cercato di risollevare il Paese, ma il costo che anche qui l’Unione ha imposto potrebbe incidere sul risultato elettorale portando ad un risultato a favore dei Fiamminghi nazionalisti (NVA) di Bart De Wever. Alle ultime elezioni l’NVA aveva raccolto il 28% dei voti con un manifesto che includeva una proposta sulla trasformazione del Belgio in una confederazione con grande autonomia alle regioni, cosa ampiamente opposta dai partiti di lingua francese, e che alla lunga ha portato alla grande e prolungata spaccatura del Paese. Oggi anche questo partito, forse per evitare l’impasse creatosi dopo le ultime elezioni, sta puntando più su misure che possano accelerare la ripresa economica, aumentando la competitività e riducendo le tasse, che su un discorso pro-Belgio Vs Fiamminghi.

Ad ogni modo, queste elezioni in tempi di piena crisi fanno pensare che i belgi sceglieranno su temi più concreti e decisamente correnti rispetto a quelli ideologici. Certo è che, con la crisi che arretra ma con un economia che non riprende come sperato, altri 500 giorni e più di vacum governativo sono lo spettro maggiore da evitare.

 

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