lunedì, Luglio 26

La crisi ucraina investe l’Asia field_506ffb1d3dbe2

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La vicenda ucraina sembra aver ormai monopolizzato l’agenda dei principali leader occidentali, che guardano con crescente preoccupazione alle mosse del Governo di Mosca, rimasto sinora insensibile, almeno apparentemente, alle denunce di «violazione della Carta dell’ONU» (come recita un comunicato dei Paesi del G7, in riferimento al referendum per decidere l’annessione della Crimea alla Federazione Russa) e alle minacce di sanzioni economiche e commerciali da parte di Washington.

Le aspre critiche rivolte dalle democrazie occidentali al Cremlino, così come i vari tentativi di pressione per far sì che venga accantonato «ogni sforzo per cambiare lo status della Crimea», più che vere e proprie risoluzioni, assumono l’aspetto di dichiarazioni puramente formali; dal momento che il referendum previsto per domenica appare ormai un dato di fatto, dagli esiti, secondo la maggior parte degli analisti, sostanzialmente scontati. Ma non è solo l’Occidente ad avere gli occhi puntati sugli sviluppi della crisi politica nella regione dell’est europeo. A finire ‘nell’occhio del ciclone’ di quella che sta assumendo sempre di più i connotati di una crisi diplomatica internazionale, sono finite anche due delle principali potenze asiatiche, come Cina e Giappone, i cui interessi sono intimamente legati a quelli di Mosca e Washington.

Il Dragone si trova infatti combattuto tra il mantenere un solido allineamento nei confronti dell’alleato russo e l’evitare di disattendere alla propria tradizionale politica di ‘non interferenza’ nelle questioni interne degli altri Paesi (una politica che pretende, di riflesso, una non ingerenza dei Governi stranieri negli affari interni di Pechino). La Cina detiene forti interessi in Ucraina, che rappresenta uno dei maggiori fornitori di armi per la RPC (Repubblica Popolare Cinese), nonché un proficuo terreno di investimento per il ‘land grabbing’ cinese: Pechino si appresta infatti ad acquistare un’ampia fetta di terreno agricolo ucraino, per un totale di tre milioni di ettari, come previsto dall’accordo recentemente siglato tra la cinese Xinjiang Production and Construction Corps e l’ucraina KSG Agro. Il sorgere di eventuali paragoni con la questione del riconoscimento delle minoranze etniche e della legittimità delle proteste popolari come forma di rivendicazione sociale e politica, risulterebbe poi evidentemente scomodo per i vertici del PCC (Partito comunista cinese).

D’altra parte – come suggerisce Andong Peng, ricercatore presso la Tsinghua University, in una sua analisi apparsa su ‘The Diplomat’ – la Cina intravede nell’eventualità di un coinvolgimento statunitense in Ucraina (e nella possibilità di un ‘fallimento’ nel contenere le mosse di Mosca) un’occasione per confermare agli occhi del mondo intero l’inefficacia del potere deterrente di Washington; andando a indebolire ulteriormente anche il cosiddetto ‘pivot to Asia’, promosso dall’amministrazione Obama. Non solo. Pechino sembra infatti guardare alla vicenda dell’annessione russa della Crimea e alle sue modalità come a un interessante precedente, facendo riferimento, naturalmente, alla questione di Taiwan.

La Cina non è la sola a dover ponderare accuratamente la propria posizione diplomatica. Il Giappone, a sua volta, si ritrova stretto tra due fuochi, in quella che è stata da molti definita come la ‘nuova Guerra Fredda’ tra Stati Uniti e Russia. Uno dei fulcri della politica estera di Tokyo è infatti proprio l’alleanza strategica con Washington, fondata principalmente su un accordo di mutua cooperazione e sicurezza, siglato nel 1951 e tutt’ora valido.

In qualità di Paese membro del G7, anche il Giappone ha aderito formalmente alla ‘linea’ critica nei confronti della Russia e alla Dichiarazione dei leader G7 sull’Ucraina, in cui si essi affermano di condannare fermamente l’annessione russa della Crimea, in quanto «chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite; degli impegni russi sulla base dell’Atto Finale di Helsinki; degli obblighi russi nei confronti dell’Ucraina sulla base del Trattato di Amicizia, Cooperazione e Partenariato del 1997»; aggiungendo che «l’annessione della Crimea potrebbe avere gravi implicazioni per l’ordinamento giuridico che protegge l’unità e la sovranità di tutti gli Stati. Se la Federazione Russa compisse tale passo, intraprenderemmo azioni ulteriori, a titolo individuale e collettivo».

Tuttavia, ascoltando le dichiarazioni di Fumio Kishida, Ministro degli Esteri giapponese, risulta chiaro come la reale posizione del Giappone in merito alla questione ucraina assuma dei connotati più sfumati rispetto ai toni decisi e ultimativi dei suoi ‘colleghi’ occidentali. Il Ministro Kishida si è infatti rivolto a Sergei Lavrov, la sua controparte russa, esortando «a mantenere un dialogo diretto con il governo provvisorio di Kiev senza però danneggiare la sovranità dell’Ucraina né l’integrità territoriale»; un invito che non è stato accolto da Lavrov, in quanto la Russia non riconosce alcuna legittimità al Governo interinale ucraino. «Il Giappone» ha proseguito Kishida, «non può accettare un cambio di status quo attraverso l’uso della forza e richiediamo che i problemi in Crimea vengano risolti pacificamente».

Parole che sembrano fare eco a quelle di Qin Gang, portavoce del ministero degli Esteri cinese, che aveva dichiarato di riconoscere la «complessità» storica della vicenda ucraina, esprimendo la speranza che entrambe le parti potessero giungere a una soluzione politica attraverso il dialogo «evitando così ulteriori escalation e lavorando insieme per salvaguardare la pace e la stabilità della regione».

In un’ulteriore dichiarazione ufficiale, il Ministro Kishida ha però posto l’accento sulla necessità di rispettare pienamente le norme internazionali, tra cui anche l’accordo relativo ai termini che regolano la presenza della Flotta Russa del Mar Nero sul territorio dell’Ucraina; ammorbidendo così quella che altrimenti suonerebbe come una condanna unilaterale nei confronti di Mosca.

Di recente, le relazioni bilaterali tra Russia e Giappone hanno subito una forte impennata, grazie soprattutto agli sforzi diplomatici di Abe Shinzo, Primo Ministro giapponese, giunto ormai al quinto incontro ufficiale con Vladimir Putin, il Presidente russo, in poco più di un anno dall’inizio del suo mandato. Più di quanto abbia mai fatto qualsiasi altro Primo Ministro giapponese nell’arco di un decennio. Abe aveva espresso inequivocabilmente la propria vicinanza al Presidente russo confermando la sua presenza all’apertura dei Giochi olimpici invernali di Sochi, evento disertato dalla maggior parte dei leader delle Nazioni occidentali.

Le relazioni con la Russia di Putin stanno acquistando importanza crescente nell’agenda di politica estera nipponica. Sono state infatti gettate basi positive per la ripresa dei colloqui finalizzati alla risoluzione della disputa territoriale sulle isole Curili (o ‘Territori del Nord’), che da quasi settant’anni impedisce la firma di un trattato di pace tra i due Paesi. Tokyo ha poi siglato con Mosca un accordo di cooperazione strategica, promuovendo un meccanismo di dialogo che vede coinvolti i rispettivi Ministri della Difesa e degli Esteri, il cosiddetto ‘incontro 2+2’. Va infine considerato il ‘fattore energetico’. Il Giappone è attualmente uno dei principali importatori (per circa il 10%) di GNL (Gas Naturale Liquefatto) russo; le cui forniture, insieme a quelle di petrolio, risultano vitali per sopperire alla crisi energetica che ha messo in ginocchio il Paese del Sol Levante in seguito al disastro nucleare di Fukushima.

Un eventuale precipitare degli eventi nella crisi ucraina e l’applicazione delle sanzioni occidentali nei confronti della Russia potrebbero avere effetti negativi sull’andamento delle relazioni russo-giapponesi e sull’accesso alle risorse energetiche controllate da MoscaToshimitsu Motegi, Ministro dell’Economia, Commercio e Industria giapponese, ha in ogni caso assicurato che non vi saranno cambiamenti nella cooperazione economica tra Russia e Giappone.

Le sorti dell’Ucraina e, forse, degli equilibri geopolitici mondiali, sembrano doversi giocare interamente su rapporti di forza che hanno evidentemente poco a che fare con delle semplici dichiarazioni di principi. Se il potere di veto di organi internazionali come la NATO, l’Unione Europea, il G7 e l’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) soccomberà di fronte al ‘potere del gas russo’ e agli interessi di parte delle singole Nazioni, si potrebbe creare un pericoloso precedente. Da cui potrebbe emergere con evidenza l’incapacità da parte della Comunità Internazionale di gestire concretamente simili crisi e di impedire la violazione delle norme internazionali; finendo per incoraggiare ulteriori tentativi di ‘aggressione territoriale’ in altre aree sensibili, come quella del Mar Cinese Orientale e del Mar Cinese Meridionale nella regione Asia-Pacifico.

 

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