domenica, Maggio 16

La Crimea va alla guerra field_506ffb1d3dbe2

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Crimea proteste

Il deposto Presidente ucraino Viktor Yanukovich rompe il silenzio dalla Russia in una giornata interamente monopolizzata dai fatti di Kiev, chiamando il causa anche lo zar Putin. «Conoscendo il carattere di Vladimir Putin, mi stupisco che abbia taciuto sino ad oggi. La Russia deve agire», ha rilanciato, dopo lo scacco dei supporter del Cremlino dato al Governo di Kiev nella Repubblica autonoma della Crimea. Il Presidente russo, tuttavia, dopo un frenetico giro di telefonate con il Premier inglese David Cameron, la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente dell’Unione europea (Ue) Herman Van Rompuy «invita a evitare l’escalation».

La tensione è massima e finora solo una cintilla ha bloccato l’esplosione di una guerra civile e di un nuovo braccio di ferro asprissimo tra Stati Uniti e Russia. All’alba, il vice Presidente americano Joe Biden ha chiamato il nuovo Primo ministro ucraino Arseni Iatseniuk, promettendogli «sostegno totale». In linea con Berlino, l’Ue ha invitato a «rispettare l’integrità territoriale», dichiarando «legittimo l’attuale Governo di Kiev» in vista di un accordo di associazione. Ma la situazione, anche per Bruxelles, «non è chiara». Su richiesta del Parlamento autoproclamatosi a Kiev, a New York il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, del quale fa parte anche la Russia, ha deciso una riunione d’urgenza alle 18, le 21 ora italiana.

Alle 17 ora moscovita (le 14 in Italia) il capo di Stato ucraino cacciato dalle opposizioni si è fatto riprendere dalle telecamere nelle sale dell’Expo di Rostov, nella Russia meridionale, protetto dagli agenti massicciamente schierati nella città blindata dagli elicotteri. Atterrato, pare, la sera prima a bordo bordo del suo aereo privato scortato da caccia russi, Yanukovich ha detto di «continuare a lottare», chiedendo il rispetto dell’accordo del 21 febbraio, firmato con i leader dell’opposizione e da tre ministri europei. «Mi sono mancate le forze. Chiedo scusa per non aver evitato il caos», si è rivolto ai «veterani e al popolo ucraino». I Berkut, le teste di cuoio ucraine accusate della repressione e disciolte dal neo Governo ad interim, sono «gente coraggiosa, che stava lì disarmata e contro la quale i giovani neofascisti che ormai hanno in mano il Paese sparavano, lanciavano molotov». Yanukovich ha anche raccontato di «non aver ancora incontrato» Putin, ma di avergli parlato al telefono accordandosi di «vederlo quando sarà possibile». Deciso a «non partecipare alle presidenziali illegali del 25 maggio prossimo», si è infine proclamato ancora «Presidente ucraino legittimamente eletto con un voto libero e democratico». 

 

Se Putin lo consideri ancora tale, Yanukovich non lo sa. Ma, presentandosi con alle spalle le bandiere issate dell’Ucraina, ha affermato di «non essere stato rovesciato», bensì di essere scappato per le minacce subite. «Mi inchino davanti a tutte le vittime», ha dichiarato, «non ho conti, né proprietà all’estero. Tornerò nel Paese non appena saranno garantite le condizioni di sicurezza per me e per la mia famiglia». «L’Ucraina deve restare unita, non chiederemo l’aiuto militare di Mosca», ha concluso l’oligarca, mentre, nella penisola autonoma a maggioranza russofona, il Presidente del Parlamento locale Volodimir Konstantinov definiva Yanukovich il capo di Stato «in carica».

Nella notte, in Crimea una cinquantina di uomini armati con una divisa non identificata hanno occupato gli aeroporto di Simferopol e Belbek, all’indomani del blitz dei russofoni nel Parlamento e del Governo locale, e Yanukovich ha riguadagnato terreno. Ma a Kiev, nonostante i blitz, tira tutt’altra aria, non soltanto per l’annuncio della Procura generale di chiedere l’estradizione di Yanukovich alla Russia. Silurato il capo di Stato maggiore di Yanukovich, il Presidente del Parlamento ucraino Aleksandr Turcinov ha convocato d’urgenza il Consiglio per la Sicurezza e la Difesa. Per il Ministro dell’Interno Arsen Avakov in Crimea è in corso «l’invasione armata della flotta russa». 

I militari russi sul Mar Nero hanno smentito coinvolgimenti diretti, ma le guardie di frontiera a Sebastopoli, sede della base navale russa in Ucraina, sostengono di essere ormai circondati dai soldati della della flotta di Putin, con tanto di cecchini filorussi di stanza sugli edifici attorno alla base. Da Kiev, il Governo ad interim dell’opposizione dichiara di aver «ripreso il controllo degli aeroporti della Crimea», ma in realtà gli scali, dove continuano regolarmente i voli, sono pattugliati con ronde da armate filorusse.

Da una parte c’è l’opposizione salita al potere a Kiev, con la pasionaria Yulia Timoshenko che ha ufficializzato la sua candidatura alle presidenziali. Dall’altra ci sono i paramilitari «autonomi» filorussi fedeli a Yanukovich e protetti da Mosca. La Farnesina ha consigliato agli italiani di «rinviare i viaggi programmati in Crimea, in attesa che la situazione possa normalizzarsi». Con i conti disastrati e dopo i sommovimenti delle ultime settimane, oltre alla scissione in Ucraina si teme la bancarotta statale: la Banca centrale ucraina ha limitato a 15 mila grivnie (circa 1.095 euro) il massimale quotidiano dei soldi prelevabili dai cittadini. 

Ma i guai non sono solo del popolo. In Svizzera, le autorità giudiziarie di Ginevra hanno indagato il Presidente uscente Yanukovich e il figlio Alexandre per «riciclaggio», congelando i beni di 20 ucraini del suo entourage, tra ex Ministri e uomini d’affari.

La crisi ucraina ha quasi completamente oscurato la tragedia siriana. Ma l’ex Procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia Carla Del Ponte ha alzato la voce, per non dimenticare. «In Siria non esistono buoni e cattivi, tutte le parti commettono crimini. E per modalità e tipologia delle vittime, quelli in Siria sono assai più gravi di quelli perpetrati nella ex Jugoslavia», ha denunciato Del Ponte, attuale membro della commissione d’inchiesta Onu sulla Siria. I media di Beirut riportano di raid dell’aviazione siriana in territorio libanese, lungo la frontiera, per colpire i ribelli della valle del Bekaa, attraverso la quale passano armi e uomini in sostegno agli insorti. E, secondo le ultime cronache, i qaedisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) si sarebbero ritirati da cinque posizioni chiave nel nord del Paese, messi in fuga da un gruppo jihadista rivale.

Zona sempre più calda, anche a causa della deriva siriana, è il Sinai, tra Egitto e Israele. «A causa del progressivo deterioramento della sicurezza» e per le minacce e gli attentati terroristici dell’ultimo mese, il Ministero degli Esteri italiano «sconsiglia viaggi in Sinai, comprese le località turistiche di Sharm el Sheik, Taba e Dabah». L’estremismo islamico ha poi fatto nuovi morti anche nell’instabile Yemen: 24 vittime, nell’ultima giornata, negli scontri tra esercito regolare e ribelli sciiti del Nord del Paese.

In Venezuela non si arresta l’ondata di proteste popolari, innescate dal leader della destra Leopoldo Lopez (Voluntad Popular), costituitosi dopo l’ordine di cattura. Il bilancio aggiornato della Procura sulle manifestazioni in corso dal 4 febbraio è di 17 morti e 261 feriti, per un totale di 27 inchieste per presunte violazioni dei diritti dell’uomo. Dopo Lopez, la magistratura ha chiesto l’arresto di un secondo oppositore del Presidente Nicolas Maduro, l’esponente di Voluntad Popular Carlos Vecchio.

Ma anche in Turchia il clima politico è turbolento e i cittadini sono tornati a protestare in piazza, dopo le registrazioni diffuse su ‘youtube’ di una presunta conversazione compromettente tra il Premier Recep Tayyip Erdogan e il figlio Bilal. Nel Parlamento di Ankara è esplosa una rissa notturna, a fine dibattito sulla chiusura delle scuole preparatorie del predicatore islamico Fethullah Gülen, oppositore di Erdogan.

Gli esponenti del partito al Governo dell’Akp sono venuti alle mani con i deputati dell’opposizione. Ma, poche ore dopo, il Premier è tornato a segnare punti a suo favore. Cinque dei principali accusati di corruzione per la tangentopoli del Bosforo in manette dal 17 dicembre, tra i quali i figli di due ex Ministri del suo Governo, sono stati rimessi in libertà per decisione dei giudici di Istanbul.

 

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