venerdì, Maggio 14

La Crimea sceglie Mosca field_506ffb1d3dbe2

0

Crimea referendum Russia

Sulle sponde del Mar Nero la voce del popolo ha parlato, e resta da vedere se sarà stata anche la voce di Dio, o se si preferisce degli dei, visto che si tratta dell’antica Tauride, colonizzata dai greci e poi anche da veneziani e genovesi prima di venire conquistata dai tatari e infine dai russi della grande Caterina (nata tedesca). Non ha parlato molto forte, in realtà. Il voto favorevole alla riannessione della Crimea alla Russia è stato più che “bulgaro”, come era facile prevedere, ma quel 93% o 96% di “sì” è stato verosimilmente pronunciato dai soli russi, mentre la penisola contesa è abitata per circa due quinti anche da ucraini e tatari, due cospicue minoranze che vedono nella “gran madre” moscovita piuttosto una matrigna.

Tutto scontato, comunque, e sembra perfettamente inutile sottilizzare sulla legalità del referendum, sulle sue modalità, sull’onnipresenza intorno ai seggi di militari russi più o meno travestiti, ecc. Il responso delle urne riflette senza ombra di dubbio la volontà di una maggioranza sia pure non schiacciante della popolazione e soddisfa quindi il requisito per l’applicazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli, che almeno dall’Ottocento in poi viene generalmente considerato prevalente su altri criteri per il riconoscimento di indipendenze e nuovi Stati, secessioni e modifiche di confini, ecc.

I governi occidentali sono (o fingono di essere) di diverso parere ma hanno fatto molto di peggio. Negli anni ’90 promisero di riconoscere automaticamente l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina dalla moribonda Jugoslavia qualora venisse ratificata da un referendum, sapendo benissimo che i serbi, circa un terzo della popolazione interessata, avrebbero votato contro o disertato le urne passando poi a vie di fatto come già accaduto con Slovenia e Croazia.  

Prevalsero i “sì” di musulmani e croati, ma all’indomani crepitarono i primi colpi di fucile di una lunga e feroce guerra civile. Dati i precedenti storici i serbi bosniaci avevano i loro buoni motivi per temere le conseguenze del distacco da Belgrado, così come oggi i russi di Crimea possono ragionevolmente preoccuparsi per la propria sorte in un’Ucraina passata in mani antirusse. Ma nel caso odierno, almeno, le probabilità che l’esito del referendum provochi un sanguinoso conflitto armato sono o sembrano alquanto ridotte, benchè in situazioni del genere i rischi non vadano mai sottovalutati.

A confortare le previsioni più ottimistiche contribuisce il fatto che i più si rendono conto, benchè molti si ostinino a non ammetterlo, che la Russia vanta titoli di tutto rispetto per rivendicare il possesso o quanto meno il controllo della Crimea. Le maniere spicce che Mosca ha usato per assicurarselo trovano più di un alibi, se non giustificazione, nel modo inconfutabilmente extralegale in cui è stato rovesciato a Kiev, non senza appoggi e forse sobillazioni straniere, un governo più filorusso o meno antirusso di quello che lo ha rimpiazzato, nonché nelle mosse e atteggiamenti di quest’ultimo.

Eccepire sulla legalità del referendum a Sebastopoli e dintorni, che in qualche modo rimedia a quelle maniere spicce, naturalmente si può, ma allora Mosca può contestare a sua volta, come del resto aveva fatto per alcuni anni dopo la dissoluzione dell’URSS, la validità dell’atto con cui Nikita Chrusciov, nel 1954, aveva trasferito la Crimea dalla Russia all’Ucraina. Qualcuno parla di un arbitrario dono quasi personale, mentre si trattò in realtà di una serie di delibere degli organi competenti a cominciare dal presidium del Soviet supremo della Federazione russa.

La delibera del quale, si è appurato adesso, non solo non venne sottoposta ai referendum popolari del caso previsti dalla Costituzione sovietica del 1937, ma fu approvata da soli 13 membri del presidium su un totale di 27, ossia in assenza del quorum prescritto. Simili dettagli possono apparire risibili in un sistema come quello sovietico, così lontano dai canoni e soprattutto dalla prassi dello Stato di diritto. Ma se si invocano criteri di pura legalità per affrontare problemi squisitamente politici si rischia di precipitare addirittura nel grottesco.

Lo dimostra una scoperta fatta nei giorni scorsi dalla stampa russa, in questo caso teoricamente sfavorevole a Mosca. L’impero zarista si impadronì della Crimea, dopo una guerra vittoriosa con la Turchia, in base al trattato di pace di Kuciuk Kainargi (1774). Il quale, tuttavia, stipulò che la penisola sarebbe dovuta tornare sotto la sovranità dell’impero ottomano qualora si proclamasse indipendente o la Russia vi rinunciasse volontariamente.

Pare che l’applicazione della clausola sia stata presa in considerazione per qualche momento dal governo di Ankara nel 1992, quando si verificò la prima ipotesi, ma solo per scartarla. E ovviamente si guarda bene dall’invocarla anche adesso che un’analoga proclamazione, per quanto strumentale ma a rigore incauta, si è ripetuta.

Più seriamente, Mosca deve misurarsi con le minacce di sanzioni occidentali per la violazione della sovranità e dell’integrità territoriale di un Paese straniero che sarebbe stata perpetrata per proteggere propri connazionali in pericolo e tutelare il loro diritto all’autodeterminazione. A ciò la Russia replica sia con atti ovvero dimostrazioni di forza sia dipingendo a tinte più fosche del giusto lo schieramento di quanti, anch’essi con la forza, hanno preso il potere a Kiev ed ai quali l’etichetta di nazifascisti con relativi corollari viene sommariamente e coralmente affibbiata da esponenti governativi e dal grosso dell’opinione pubblica.

Dalla parte opposta, i più denunciano a gran voce l’ennesima conferma dell’espansionismo russo che sarebbe divenuto incontenibile sotto la gestione di Vladimir Putin. Però si passa disinvoltamente sopra, e anzi si evita di rispondere a tono, all’obiezione di Mosca che si vuole vietare alla Russia di fare in Crimea, a danno dell’Ucraina, ciò che l’Occidente ha fatto senza remore, ai danni della Serbia, nel Kosovo e nel Montenegro.

Lo scontro è dunque più aperto che mai dopo il referendum di ieri e resta da vedere, innanzitutto, se e quando il Cremlino accoglierà la richiesta di annessione uscita vincente dalle urne di Sebastopoli e dintorni. Qui potrebbe farsi sentire l’effetto deterrente di sanzioni che pur senza mettere in ginocchio la Russia sono in grado di danneggiare non insensibilmente un’economia che sta già perdendo colpi. E ciò mentre rischia di indebolirsi anche la sua posizione internazionale,  come prova l’isolamento totale che Mosca ha subito al Consiglio di sicurezza dell’ONU, anche a causa dell’astensione dell’amica Cina, sulla pur platonica mozione di condanna del suo comportamento.

Sono però altre le ragioni che potrebbero, forse ancor più, indurre il Cremlino a frenare la propria controffensiva. Nei primi anni ’90 Mosca desistette dal contendere la Crimea all’Ucraina sia perché economicamente prostrata e politicamente instabile sia, soprattutto, perché riuscì ad ottenere da Kiev (che in partenza voleva appropriarsi dell’intera flotta sovietica del Mar Nero) la concessione in affitto della preziosa base navale di Sebastopoli.

Oggi qualcosa del genere potrebbe ripetersi. Non pochi politici ed esperti russi rimproverano per l’occasione allo stesso Putin di non avere mai dato pienamente seguito alle operazioni militari con le quali l’Abchasia e l’Ossezia del sud sono state sottratte alla Georgia con giustificazioni simili a quelle usate per la Crimea. La quale, naturalmente, rappresenta un caso in parte diverso da quello delle due province caucasiche, non abitate in maggioranza da russi benchè con popolazioni etnicamente apparentate con quelle di province russe adiacenti oltre confine.

Nel suo caso la cautela potrebbe rivelarsi ancora più opportuna a causa dell’importanza strategica della penisola non solo dal punto di vista militare ma anche agli effetti del delicato rapporto tra la Russia e un grande Paese, “fratello” sia pure minore, come l’Ucraina. Intellettuali russi paventano che a causa dei loro legami storicamente e sentimentalmente così stretti una spaccatura dell’Ucraina provochi quella della stessa Russia e che quindi la conservazione della sua integrità debba restare un obiettivo prioritario.

Altri osservatori  russi richiamano l’attenzione su un problema specifico della Crimea come quello dei tatari, una popolazione indomita sopravvissuta alla spietata deportazione staliniana e tuttora combattiva nel difendere la propria identità e le proprie antiche terre, prima perdute a beneficio dei russi e poi in parte riprese. Infierire di nuovo su di essi potrebbe aggravare il già così scottante rapporto di Mosca con le sue minoranze musulmane e la massiccia immigrazione islamica.

Un caso forse limite è poi, ad esempio, quello di Sergej Pereslegin, scrittore e storico militare, il quale dubita che la Russia possa davvero sobbarcarsi il fardello di una terra povera e infestata dalla criminalità (paragonata ai mafiosi che aiutarono gli americani a conquistare la Sicilia), fonte per l’Ucraina solo di problemi eppure per essa irrinunciabile.

C’è infine, per Mosca, il più vasto problema interno. Si ritiene da qualche parte che uno dei motivi dell’energica reazione russa al ribaltone di Kiev sia stato il timore (riscontrato in particolare, a quanto risulta, da Angela Merkel nei suoi colloqui con un Putin solo superficialmente spavaldo secondo la cancelliera tedesca) che una sollevazione popolare analoga esploda per contagio anche in Russia.

Dopo la ridiscesa in piazza dell’opposizione contro il regime in concomitanza con il referendum in Crimea  ci si deve però domandare se non sia vero piuttosto il contrario, ossia se il suddetto pericolo non sia alimentato proprio dalle reazioni russe alla svolta in Ucraina. Se la risposta fosse affermativa, vi sarebbe un motivo in più per confidare che i sia pur piccoli segnali distensivi registratisi in questi ultimi giorni nei rapporti sia tra Mosca e Kiev sia tra la Russia e lo schieramento occidentale, dopo alcune ore di vivo allarme poi rientrato, preannuncino una nuova fase di dialogo e ricerca di compromessi sulla questione ucraina nel suo insieme.

Senza dimenticare, tuttavia, un altro pericolo pur sempre incombente: quello che il Cremlino possa essere tentato di approfittare fino in fondo della scarsa coesione tra i governi occidentali, compatti certo nel premere su Mosca affinché scelga la via del negoziato ma alquanto discordi sugli strumenti da impiegare a questo scopo e, soprattutto, ancora non abbastanza sensibili ai moniti di quanti li esortano a dimostrare maggiore comprensione per le ragioni russe.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->