lunedì, Settembre 27

La Corte olandese pone fine all'impunità dell'ONU 40

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Kampala – Dopo una lunga battaglia giudiziaria il Giudice Larissa Alwin della Suprema Corte dell’Olanda ha sentenziato la responsabilità del governo sul massacro di Srebrenica avvenuto nel luglio 1995 nella ex Jugoslavia, condannandolo a risarcire i sopravvissuti e i familiari delle vittime. Le organizzazioni internazionali in difesa dei diritti dell’uomo considerano la sentenza una vittoria storica e un prezioso precedente legale in grado di porre fine all’impunità che le missioni di pace e quelle umanitarie delle Nazioni Unite godono da quarantanni.

In piena guerra civile della ex Jugoslavia nel luglio 1995 ottomila civili bosniaci di fede mussulmana furono massacrati a Srebrenica, città sotto assedio delle milizie serbo-bosniache guidate dal Generale Ratko Mladic e utilizzate dal governo di Belgrado per combattere la guerriglia indipendentistica formata prevalentemente dalla comunità mussulmana bosniaca. Il massacro, rientrato negli atti di genocidio, è stato possibile a causa della mancata protezione dei civili da parte del contingente olandese della missione di pace U.N. Protection Force inviata nella regione dopo il collasso della inviata nella regione dopo il collasso della Repubblica Socialista della Jugoslavia provocato da Stati Uniti ed Europa sfruttando il crollo dell’Unione Sovietica. Sotto pressione delle milizie serbo-bosniache il contingente olandese accettò di consegnare al Generale Mladic tutti i civili mussulmani rifugiatosi nella base ONU di Srebrenica: 300 persone.

Una volta giunti sotto la “custodia” dei miliziani i civili furono divisi tra uomini, donne e bambini, uccisi e seppelliti in fosse comuni. Srebrenica fu un deliberato atto di genocidio che l’ONU favorì  scegliendo di proteggere l’incolumità dei suoi caschi blu a scapito della sicurezza dei civili. Il massacro di Srebrenica è l’episodio piú eclatante avvenuto nelle sei “zone di sicurezza” create in Bosnia dalle Nazioni Unite: Srebrenica, Sarajevo, Tuzla, Zepa, Gorazde e Bihac. Le zone di sicurezza furono create per proteggere i civili mussulmani dalle pulizie etniche compiute dalle milizie serbo bosniache. Purtroppo il governo mussulmano bosniaco utilizzó queste zone di sicurezza come basi per lanciare offensive contro le postazioni tenute dall’esercito e milizie serbe nella speranza di costringere la NATO ad intervenire in loro favore con raid aerei. Le forze serbo-bosniache dopo un iniziale rispetto delle zone di sicurezza, iniziarono a considerarle zone militari attaccandole con l’intento di riconquistare i territori o costringere le Nazioni Unite ad assicurare la neutralità delle zone protette, privando di conseguenza il governo bosniaco di basi militari strategiche.

Le pulizie etniche compiute dalle milizie serbo bosniache fu direttamente causato dalla mancata demilitarizzazione delle zone umanitarie sotto il controllo dei caschi blu ONU. L’intervento NATO fu attuato dopo che 20.000 civili mussulmani furono barbaramente trucidati dalle milizie serbe sotto gli occhi dei caschi blu dell’ONU. Le 20.000 vittime furono cinicamente considerate dal governo mussulmano bosnianco come il “necessario” prezzo da pagare per ottenere l’intervento NATO. “Il governo olandese deve comprendere che è responsabile delle azioni dei suoi soldati inviati nelle varie missioni di pace delle Nazioni Unite. Nel caso di Srebrenica i soldati olandesi dovevano rifiutare le proposte del generale Mladic e proteggere a tutti i costi i civili all’interno della loro base militare. Se avessero rispettato il mandato 8.000 bosniaci sarebbero ancora vivi”, sentenzia il Giudice Alwin. “Questo verdetto rappresenta una vittoria storica che sentenzia la fine dell’immunità delle Nazioni Unite durante le missioni di pace. Fino ad ora i vari Paesi che hanno offerto le loro truppe ed hanno commesso gravi errori sono stati protetti dalle Nazioni Unite. Ora non piú”, afferma alla stampa bosniaca Liesbeth Zegveld avvocato delle vittime di Srebrenica.

Nonostante che la sentenza emanata dalla Corte Suprema olandese riguardi solo i civili presenti nella base militare ONU e non quelli che furono successivamente massacrati quando il contingente olandese permise alle truppe serbo-bosniache di occupare la città assediata, il verdetto apre la strada per altri processi contro le Nazioni Unite per crimini contro l’umanità commessi durante le missioni di pace. Crimini commessi principalmente in Africa. Un anno prima del massacro di Srebrenica i caschi blu rifiutarono di intervenire per porre fine al genocidio in Rwanda nonostante gli sforzi del loro comandante, il Generale Romeo Dallaire e la loro capacità militare di neutralizzare facilmente le milizie genocidarie Interahamwe. Il Palazzo di Vetro a New York non solo impedì al Generale Dallaire di intervenire e salvare centinaia di migliaia di vite ma acccettó di coprire la missione Tourquoise, presentata come un intervento umanitario della Francia ma in realtà una operazione militare a favore del governo razzial nazista promotore dell’Hutu Power.

I soldati francesi combatterono contro la ribellione dell’attuale presidente ruandese Paul Kagame e permisero alla maggioranza dell’esercito ruandese e milizie genocidarie di rifugiarsi nel vicino Zaire (attuale Repubblica Democratica del Congo) e di riorganizzarsi. Le forze genocidarie furono sconfitte durante l’invasione degli eserciti di Angola, Burundi, Rwanda e Uganda attuata nel 1996 in supporto di una ribellione congolese guidata da Désiré Kabila che pose termine al trentennale regime di Mobutu Sese Seko. La piú lampante prova della criminale negligenza nel proteggere la popolazione civile ruandese compromette direttamente il contingente belga che nell’aprile 1994 si ritirò dalla sua base militare di Eto Kicukiro, permettendo così alle milizie Interahamwe di trucidare 5.000 civili tutsi che si erano rifugiati nella base ONU. Numerose testimonianze ed evidenze dimostrano che i soldati francesi della operazione Tourquoise parteciparono attivamente e personalmente nel massacro di  civili tutsi durante la ritirata delle forze governative.

I caschi blu della missione di pace in Congo: MONUSCO sono da anni accusati di non essere intervenuti per evitare numerose pulizie etniche commesse contro la popolazione civile nell’est del Paese e di aver stretto una alleanza militare con il gruppo terroristico ruandese FDLR per combattere la recente ribellione Banyarwanda del M23. L’alleanza, segretamente sancita nel gennaio 2013, è il principale ostacolo per la neutralizzazione di questo gruppo terroristico che si sta preparando ad invadere il Rwanda per terminare il “lavoro” rimasto in sospeso dal 1994. Nei 13 anni di vita dalla MONUSCO si sono registrati almeno 52 casi di pulizie etniche perpetuate in villaggi distanti solo 20 km dalle basi militari ONU. In tutti i casi i caschi blu, prontamente avvisati dalla popolazione, non sono intervenuti per fermare le pulizie etniche, limitandosi ad inviare qualche osservatore civile sul luogo dell’eccidio qualche giorno dopo per constatare il numero di vittime.

Lo scorso marzo i Caschi Blu sono stati accusati di aver fornito armi ai ribelli sud sudanesi di Rieck Machar nascoste all’interno di un convoglio umanitario. Sempre in Sud Sudan nell’aprile 2014 i caschi blu Sud Coreani, Indiani e Nepalesi non opposero resistenza quando le milizie entrarono nella base ONU a Bor, attaccando i civili rifugiatesi al suo interno uccidendo 48 persone. Il piú famoso atto criminale commesso dai caschi blu fu quello avvenuto ad Haiti durante la fase post terremoto, dove una ventina di soldati del contingente nepalese diffusero il colera tra i rifugiati contaminando 450.000 civili già in situazioni sanitarie precarie e provocando la morte di 8.000 persone. Fino ad ora le Nazioni Unite si oppongono ferocemente ad ammettere le proprie responsabilità nella epidemia di colera di Haiti nonostante le prove evidenti che i soldati nepalesi infetti non erano stati sottoposti ad un screening medico al loro arrivo, come i protocolli delle missioni di pace normalmente prevedono.

A questi eclatanti e criminali casi di mancata difesa dei civili si aggiunge una lunga lista di “crimini minori” commessi dai caschi blu in vari Paesi africani: stupro, promozione della prostituzione, pedofilia, traffico di minerali e avorio con milizie e guerriglie, largo uso di droghe, comportamenti violenti dettati da fasi avanzate di alcolismo e dispute personali con la popolazione beneficiaria del loro aiuto. Nell’est del Congo la popolazione ha sviluppato un odio atavico contro i caschi blu e le agenzie umanitarie ONU che ha costretto a limitare al massimo i contatti sociali e gli spostamenti non protetti del personale civile e militare delle Nazioni Unite operante nel Paese. L’odio congolese verso i caschi blu non è di recente attualità. Risale agli anni Sessanta quando il contingente di pace ONU in Congo scelse di non proteggere il Primo Ministro Patrice Lumumba dai servizi segreti americani e belgi che lo trucidarono per permettere la presa del potere del loro beniamino: l’oscuro sergente Joseph Désiré Mobutu.

Il lungo elenco dei crimini contro l’umanità commessi e le numerose prove in sostegno non hanno aperto inchieste giudiziarie a causa dell’impunità internazionale che i caschi blu e gli operatori umanitari delle Nazioni Unite godono. Una impunità sancita ufficialmente per proteggere le missioni di pace e agenzie umanitarie da eventuali interferenze o false accuse tentate da “governi ostili”. Purtroppo questa impunità sul terreno si traduce in una copertura dei fallimenti ONU di proteggere la popolazione. Fallimenti che provocano massacri e genocidi. La Corte Costituzionale è riuscita ad eludere l’immunità ONU attaccando direttamente il contingente olandese che all’epoca serviva in Bosnia.

Il sotterfugio legale utilizzato dalla Corte Costituzionale olandese è frutto di un genuino desiderio di giustizia e difesa dei diritti umani. Il verdetto ha chiarito che ogni soldato inviato dal proprio Paese a combattere nelle missioni di pace ONU non può godere di immunità. I crimini commessi dai caschi blu ricadono sui rispettivi governi responsabili di monitorare il rispetto del mandato e delle leggi internazionali dei propri soldati. Fino ad ora gli sporadici casi di giustizia contro i caschi blu riguardavano singoli soldati come se questi crimini fossero dei casi isolati e non la norma. Spesso i provvedimenti giudiziari contro singoli soldati si risolvono con il loro allontanamento dalla missione di pace senza però conseguenze legali. La sentenza olandese rafforza il principio di responsabilità di ogni governo membro delle Nazioni Unite”, ci spiega James Aggrey Mwamu il direttore della East African Law Society, la piú importante ed autorevole associazione legale dell’Africa Orientale.

«L’immunità concessa alle Nazioni Unite è storicamente stata utilizzata per coprire i crimini commessi dai contingenti di pace in quanto impedisce di attribuire specifiche responsabilità e individuare i colpevoli. L’immunità dell’ONU è garantita sia a livello internazionale che a livello dei singoli Stati membri che hanno partecipato alle missioni di pace. Questo impedisce ogni tribunale di perseguire e condannare i crimini contro l’umanità commessi dai caschi blu. La sentenza della Corte Suprema olandese ha spezzato il muro di omertà internazionale e apre le porte a decine e decine di processi contro i caschi blu», afferma Andreas Von Arnauld professore di diritto internazionale presso l’università di Kiel durante una intervista rilasciata ad una emettente televisiva tedesca. Ora che il precedente legale è stato creato spetta alle associazioni e alle vittime ad aprire i casi giudiziari contro i governi dei contingenti militari ONU che si sono macchiati di crimini contro l’umanità.

I governi possono essere accusati di negligenza, mancato rispetto dei mandati ONU rendendo possibili genocidi e pulizie etniche causa la mancata protezione dei civili. Probabili sono le future vertenze giudiziarie internazionali di grande rilievo contro il ruolo giocato dai caschi blu in Congo, Rwanda e Sud Sudan. Una spada di Damocle che pende anche sul contingente ONU francese in Repubblica Centroafricana sospettato di favorire le milizie cristiane nella loro opera di pulizia etnica contro la comunità mussulmana che ha sfiorato il genocidio. La reazione delle Nazioni Unite al verdetto della Corte Suprema olandese è stata tiepida e alquanto prudente.  Il comunicato si limita a far notare che questo verdetto potrebbe avere serie complicazioni internazionali che possono compromettere la volontà dei singoli Stati membri di fornire le truppe se queste saranno soggette alla possibilità di essere tradotte in giustizia. Un breve comunicato stampa che prudentemente evita di mettere in causa la legittimità del verdetto ma tende a difendere ad oltranza l’immunità delle Nazioni Unite.

Una immunità che rappresenta un insulto diretto verso le centinaia di migliaia di rifugiati uccisi per mancata protezione militare ONU. Dietro il velo ipocrita delle dichiarazioni ufficiali si nasconde una triste realtà. Quello ad essere compromesso non è il diritto delle Nazioni Unite di non subire pressioni ed interferenze ma il principio di giustizia internazionale. Come si può condannare Signori della Guerra e governi per crimini contro l’umanità e proteggere quelli commessi dai caschi blu? La mancata giustizia ha fino ad ora trovato nei Media internazionali i migliori alleati. Qualunque giornalista dei grandi network informativi conosce che ogni notizia compromettente l’immagine delle Nazioni Unite è un tabù che potrebbe costare caro alla sua carriera professionale. Rari i colleghi che rischiano la loro carriera per difendere la libera informazione e le vittime dei crimini commessi dai caschi blu e dalle agenzie umanitarie. Un altro oscuro capitolo collegato riguarda le centinaia di migliaia di vittime causate da incompetenza e negligenza degli operatori umanitari delle Nazioni Unite e Ong internazionali durante la loro cosiddetta “assistenza umanitaria”.

 

 

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