martedì, Giugno 15

La corruzione in antico

0

corruzione  antica roma

La corruzione è un fenomeno molto antico, presente sin dai tempi dei Greci e dei Romani. Le forme che ha assunto questa terribile piaga sociale vanno ad intaccare il sistema democratico: nel mondo antico la corruzione assume la connotazione di malgoverno, volto a far prevalere l’interesse particolare su quello generale e al mancato rispetto delle leggi.

All’apparenza sembrerebbe che una delle ragioni della corruzione nel mondo greco fosse dettata dal voler concentrare il potere nelle mani del singolo, o di pochi eletti, ma un’osservazione più attenta smentisce questa visione. Nel VI secolo a.C., Atene venne suddivisa da Clìstene, uno dei padri della democrazia, in dieci tribù, allo scopo di ridurre la forza di alcuni gruppi di potere.

Egli cercò così di inserire tutta la popolazione nel processo decisionale della vita politica, ma le forme clientelari precedenti non vennero meno. Si svilupparono però nuove forme di rappresentanza e cooperazione e i ceti più poveri, pur essendo al servizio dei nobili, ebbero modo di ribellarsi tramite la libertà di parola loro concessa nell’ assemblea popolare. Soltanto quando il potere dei nobili non venne più tollerato dal popolo, vi fu la caduta delle oligarchie.

Secondo Plutarco e Aristofane, l’ombra di una corruzione generalizzata fu presente anche sotto il potere di Pericle, che cercava peraltro di guadagnarsi il consenso del popolo organizzando banchetti e feste e impiegando il denaro dello Stato per costruire splendidi monumenti ad ornamento e gloria della città.

I soldi e il potere sembrano essere gli elementi ricorrenti in questo scenario e la politica uno dei terreni più fertili per il fenomeno della corruzione. L’istituzione della ‘mistoforia’, introdotta nel V secolo a.C. da Pericle, attribuì un’indennità giornaliera a quanti ricoprivano le cariche pubbliche e pertanto la concezione dell’impegnarsi gratuitamente a favore dell’interesse pubblico venne meno. Aristotele riteneva ciò positivo, in quanto la concessione di una retribuzione avrebbe consentito anche ai poveri di occuparsi della vita politica, ricavandone un utile, e così difatti avvenne. Tale privilegio concesso venne però mal gestito dai singoli beneficiari, che iniziarono a vendere il loro voto per denaro: come membri dell’Ecclesìa o come magistrate, a seconda delle funzioni che esercitavano.

Così, non solo la politica divenne esempio di corruzione, ma anche il tribunale, dove i magistrati in cambio di denaro decidevano a chi assegnare la vittoria della causa, senza curarsi della reale innocenza o colpevolezza dell’imputato. Accanto ai giudici, estratti a sorte tra i cittadini, anche i funzionari pubblici e amministrativi si lasciavano corrompere.

Fin dalla prima edizione dei giochi olimpici, nel 776 a. C., per gli atleti, tutti aristocratici, la vittoria era importantissima sotto vari aspetti. I vincitori di una gara, attraverso l’edificazione di una statua o la composizione di un canto, l’epinicio, che ne celebrava l’impresa sportiva, si garantivano l’immortalità nel ricordo futuro. Inoltre, la vittoria sportiva rappresentava un’occasione di celebrità anche per la famiglia cui apparteneva il vincitore, per gli amici delle famiglie alleate, e infine per la città e per il popolo. Tutti avevano la loro fetta di notorietà, come avviene oggi.

Pausania (II secolo a.C.), nella sua opera ‘Periegesi della Grecia’, descrivendo la visita al santuario di Olimpia, ricorda che all’ingresso dello stadio vi erano delle statue dette Zanes, costruite con le multe inflitte agli atleti che avevano tentato di corrompere i giudici o gli altri concorrenti per garantirsi la vittoria. Le prime Zanes, sei in tutto, furono erette nel 338.C., poi tranne alcuni episodi di corruzione denunciati pubblicamente, si registra un vuoto fino all’anno 12 d.C., non perché non si fossero verificati altri casi di corruzione, ma perché corrotti e corruttori si erano fatti più abili per non farsi scoprire. Pausania contò circa 200 Zanes in Olimpia, un numero che ci dà la misura del livello di corruzione diffuso tra gli atleti e i giudici di gara.

A Roma lo scenario presenta le stesse dinamiche dei tempi più antichi. La corruzione continua a dilagare nella politica, nelle aule di giustizia e nell’ amministrazione della cosa pubblica. La storia sembra pertanto destinata a ripetersi: gruppi di potenti in contrasto tra loro per garantirsi la supremazia, ma legati dal comune interesse del mantenimento del potere; clientele tramite le quali si ‘aggiustano’ i processi (secondo la terminologia odierna ) e si truccano le elezioni.

Allora come oggi, anche il mondo degli appalti faceva gola ai corruttori. Eppure c’era chi, come Cicerone, elogiava i brogli elettorali di cui era accusato Catone, sostenendo che: «La piccola gente ha un solo mezzo, nei riguardi del nostro ordine senatorio, per guadagnarsi o ricambiare un beneficio: ed è codesto darsi attorno e starci attorno alle nostre campagne elettorali. […] Non voler dunque, o Catone, strappare a questa più umile gente questo frutto delle sue premure, e consenti ad essi, che tutto attendono da noi, di aver qualcosa da offrirci a loro volta. Se questo qualcosa sarà null’ altro che il loro voto, è ben poca cosa, poiché votandosi per gruppi, non nasce da esso un titolo individuale di benemerenza […]» .

Plauto e Sallustio affermavano che i poveri si erano messi “a vendere la propria libertà insieme con lo stato. Così a poco a poco il popolo, che era padrone e comandava a tutte le genti, si disperse e in luogo del dominio comune ciascuno procurò a se stesso una servitù personale”. È risaputo che fin dalla nascita di Roma la sua politica era corrotta, tant’è che esiste il detto: “Nell’antica Roma la corruzione nacque con il latte della lupa”.

Nell’età repubblicana il fenomeno corruttivo ebbe vita facile nell’ambito elettorale, dove si svolgeva una vera e propria compravendita del voto. Neppure il passaggio da un voto palese, nel quali gli aristocratici votavano per primi ed influenzavano di conseguenza i votanti successivi, ad uno segreto, arrestò la corruzione. Dal punto di vista legislativo, si cercò di arginare il fenomeno inizialmente con la Lex Calpurnia, approvata da Lucio Calpurnio Pisone nel 149 a.C., che sanzionava i crimen repetundarum, cioè estorsione, corruzione e captazione dei doni da parte di magistrati che li sottraevano alla comunità. Successivamente fu la volta della (lex) Iulia repetundarum, che si prefiggeva di punire il soggetto che chiedeva denaro in cambio di provvedimenti giudiziari o amministrativi: ma tutti questi tentativi restarono purtroppo senza un vero esito.

Nell’antica Roma, anche prima di arrivare al Basso Impero, diventato esempio sicuro della corruzione, il fenomeno ebbe dimensioni almeno dieci volte superiore a quelle dei nostri tempi. La differenza che si può osservare tra Repubblica ed Impero è che nella prima si acquistavano il voto, le cariche pubbliche inferiori, i posti nell’amministrazione e nell’esercito; nel secondo si usavano le tangenti per raggiungere le cariche più alte. E fu proprio questa vena corruttiva a decretare la fine dell’Impero.

Allontanandoci per un attimo dall’antichità possiamo riscontrare che oggi l’art. 416 ter del Codice Penale disciplina lo scambio elettorale di stampo politico-mafioso secondo il quale: «La pena stabilita dal primo comma dell’articolo 416-bis (associazione di tipo mafioso) si applica anche a chi ottiene la promessa di voti prevista dal terzo comma del medesimo articolo 416-bis in cambio della erogazione di denaro». Probabilmente quanto oggi il nostro codice sanziona è quanto accadeva anche in età antica.

Una curiosità: il termine candidato deriva dalle vesti bianche indossate appunto dai candidati, che tramite l’ambitus ovvero la passeggiata appositamente condotta nel Campo Marzio, cercavano di impressionare gli elettori ostentando le loro ricchezze tramite l’offerta di somme di denaro, di pezzi di carne, di banchetti, spettacoli a scopo propagandistico, e richiedendone il voto.

Perfino Marco Porcio Catone detto ‘il Censore’, grande sostenitore delle virtù di Roma e uomo probo, venne accusato 44 volte  di corruzione. Sebbene non tutte le accuse fossero vere, in quanto erano frequentemente usate dai politici per affossare i rivali, è difficile credere che Catone fosse del tutto estraneo a tale colpa.

La clientela era una associazione che legava un gruppo di persone di rango inferiore a un nobile, il patrono. In cambio di tutela e di assistenza giuridica, i clienti dovevano mostrare devozione al loro patrono, rendendogli numerosi servigi. Tra patrono e cliente esisteva un legame così forte che erano esentati dal testimoniare l’uno contro l’altro. L’esibizione di numerosi clienti da parte del patrono costituiva una fonte di prestigio e di potere di primaria importanza. Queste caratteristiche fanno della clientela antica un interessante antecedente delle organizzazioni mafiose moderne.

Il campionario dei metodi per alterare un risultato elettorale (i cosidetti brogli) era molto vario: elargizioni di denaro e di favori agli elettori, pressioni e intimidazioni al momento del voto, faziosità e corruzione dei magistrati incaricati dello spoglio dei voti e della proclamazione del vincitore. Questo campionario di irregolarità era però continuamente contrastato da iniziative volte a garantire il regolare svolgimento delle elezioni.

La corruzione e le malversazioni dei funzionari dello stato affliggevano coloro che erano sottomessi alla loro autorità. Nonostante il generoso appannaggio ricevuto, i governatori delle provincie e gli alti gradi dell’amministrazione periferica spesso approfittavano in vario modo della propria posizione ai danni delle popolazioni soggette a Roma. Verre, il rapace governatore della Sicilia dei tempi di Cicerone, costituiva un caso tutt’altro che isolato. Ma la corruzione riguardava anche i gradini inferiori dell’amministrazione statale; gli storici classici si occuparono poco di questi episodi, troppo infimi per meritare la loro attenzione.

Più frequentemente sono citate le frodi dei publicani, titolari di lucrosi appalti statali. Un esempio è quello di Marco Postumio di Pyrgi, titolare di contratti di fornitura per l’esercito, il quale faceva affondare di proposito vecchie navi, dopo averle caricate di merci di poco valore, per richiedere allo stato l’indennizzo, ma con un valore molto superiore al reale.

L’amministrazione della giustizia fu un altro settore della vita pubblica romana toccato da ampia corruzione. Il diritto romano classico, sul quale si sono formate generazioni di giuristi fino ai tempi nostri, è una elaborazione tardo-imperiale. Nei tempi più antichi la giustizia era amministrata da privati. Nell’epoca repubblicana il pretore, il magistrato pubblico incaricato dell’amministrazione giudiziaria, affidava i giudizi a un giudice scelto dalle parti, o da egli stesso designato. L’assenza di un codice e di un corpo indipendente di magistrati specializzati rendeva il giudizio un evento in buona parte dipendente dalle pressioni, se non proprio azioni di vera e propria corruzione, che le parti in causa potevano esercitare sul giudice. I processi erano pubblici, cosa che temperava gli eccessi della corruzione dei giudici e faceva emergere l’attività di quelli integri e imparziali come termine di confronto per quella di tutti gli altri.

Non potevano mancare le raccomandazioni, un flagello che già allora minava l’efficienza dell’amministrazione pubblica. La caccia al posto nell’ amministrazione dello stato era l’attività principale dei rampolli dell’aristocrazia senatoriale e di quelli delle classi emergenti. Per ottenerlo era necessario godere di influenti raccomandazioni, nelle quali non si trova traccia delle qualità specifiche che il candidato poteva vantare per occupare degnamente la posizione cui aspirava, ma solo l’esaltazione di generiche virtù e soprattutto della fedeltà del raccomandato.

La corruzione politica è un fenomeno che ha sempre suscitato reazioni contrastanti, di riprovazione e di condanna morale, ma talvolta anche di accettazione più o meno rassegnata. È anche possibile che qualcuno trovi nella lettura dei poco edificanti episodi descritti dai classici l’amara consolazione che i tempi moderni non sono peggiori di quelli antichi, quanto a corruzione. Ma si può trovare, però, la spinta per una riflessione più profonda sulla natura pervasiva della corruzione, sui modi per combatterla e contenerne gli effetti deleteri. L’analisi storica può servire a sfrondare il problema della corruzione dalla retorica inutile e concentrare l’attenzione sui rimedi, in diversi casi indicati con sorprendente lucidità dai classici stessi.

Anche la storia del papato nell’Alto Medioevo è caratterizzata da numerosi episodi di corruzione, in particolare nel corso dei secoli IX e X. Durante tale periodo, secondo la descrizione di alcuni commentatori di poco successivi, come Liutprando, il filoimperiale vescovo di Cremona, poi acriticamente ripresa da Cesare Baronio, i papi subirono l’influenza di donne corrotte, in particolare di Teodora e di sua figlia Marozia (il cui potere avrebbe contribuito alla leggenda della Papessa Giovanna) appartenenti alla famiglia romana dei conti di Tuscolo, ma furono soprattutto protagonisti di casi di simonia (commercio di cose sacre) e nicolaismo (infrazione del celibato). Nel X secolo, il papato subì uno dei più gravi crolli morali, con uomini indegni, quali avventurieri e di banditi eletti al sacro soglio, che non s’interessarono affatto di fornire alcuna direttiva spirituale sul popolo cristiano.

La stessa vicenda della ‘papessa Giovanna’, figura leggendaria di donna inglese che si sarebbe finta, intorno all’850, papa (il presunto Giovanni VIII, che fu pontefice dall’872 all’882), si lega alla presenza della sedia ‘stercoraria’ nell’antica Basilica Lateranense, oggi musealizzata in Vaticano. Ma qui più che corruzione, siamo davanti a un episodio di mistificazione, forse architettato sull’onda della superstizione e dell’ignoranza, e che entrò nell’immaginario popolare fino a condizionare (o a spiegare, a seconda dei punti di vista) i complessi rituali legati alla nomina del pontefice e alla celebrazione solenne della sua elezione.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->