sabato, Novembre 27

La Corea del Sud finisce nel mirino di Trump? Il presidente vuole un riequilibrio del commercio bilaterale

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Le minacce incrociate tra Donald Trump e Kim Jong-un hanno trasferito in secondo piano l’evidente deteriorarsi del rapporto tra Washington e Seul. La notizia ha dell’incredibile, se si considera che la Corea del Sud è rigidamente allineata al ‘Washington consensus’ fin dagli albori della Guerra Fredda, quando gli Usa si schierarono a fianco del presidente Syngman Rhee nella terribile guerra con la Corea del Nord di Kim il-sung. Da quel momento, Seul adottò una strategia economica che consentì al Paese di tenere il passo delle principali potenze mondiali, mentre sullo sfondo si registrava un’impressionante crescita del reddito pro capite e la progressiva estinzione dell’analfabetismo. Tutto si basava però sul credito concesso dagli istituti finanziari statunitensi alle imprese locali. Tutto andò, più o meno, a gonfie vele fine all’estate del 1997, quando la crisi delle cosiddette ‘tigri asiatiche’ finì per estendersi alla penisola coreana.

All’epoca, mentre la Thailandia veniva risucchiata nel baratro della recessione, l’agenzia Moody’s operò un declassamento del rating della Corea del Sud dal livello A1 al livello A3 e, successivamente, al livello B2, motivato ufficialmente dalla presunta perdita di competitività dei mercati orientali e della notizia relativa all’imminente richiesta, da parte del colosso coreano Kia, di un prestito di emergenza. Per un Paese fortemente dipendente dal credito statunitense, il declassamento di un colosso del rating come Moody’s non poteva che preludere al mancato rinnovo dei prestiti da parte degli istituti Usa, che limitando fortemente l’afflusso di capitali sospinsero centinaia di compagnie sudcoreane sull’orlo del baratro. Come conseguenza, l’economia nazionale si arrestò e la Borsa coreana crollò fragorosamente, inducendo il governo di Seul a chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale, che concesse un corposo prestito subordinandolo ai micidiali ‘programmi di aggiustamento strutturale’ che determinarono la caduta verticale dei titoli azionari coreani. La Samsung perse oltre 5 miliardi di dollari durante la crisi mentre la Daewoo fu assorbita dal gruppo americano General Motors. Il cambio passò da 800 won per dollaro ante-crisi ad oltre 1.800 won per dollaro durante il periodo recessivo.

Questo spiacevole precedente risulta quasi insignificante se rapportato alla revoca dell’accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Corea del Sud istituito nel 2012 dall’allora segretario di Stato Hillary Clinton che Trump ha minacciato di attuare – con l’appoggio del rappresentante commerciale Robert Lighthizer – per mitigare l’enorme deficit commerciale che Washington ha accumulato nei confronti di Seul. Korus (così è stato denominato l’accordo) ha in effetti permesso alla Corea del Sud di trasformarsi nel sesto partner commerciale degli Usa, con un surplus pari a 27,7 miliardi di dollari nel solo 2016. Il che spinse Trump a dichiarare, in un’intervista rilasciata in occasione dei suoi primi cento giorni di governi, che Korus  è «un accordo orribile raggiunto per volere di Hillary Clinton. Per questo lo revocheremo o quantomeno ne pretenderemo una radicale rinegoziazione […]. Si tratta di un grande accordo per la Corea del Sud, ma devastante per noi». Dichiarazioni che appaiono in linea con i proclami anti-globalisti che hanno contrassegnato la campagna elettorale di Trump, tutta incentrata sulle promesse di smantellare i trattati di libero scambio che l’amministrazione Obama aveva messo in cantiere con l’Europa (Ttip) e gli Stati americani ed asiatici che si affacciano sul Pacifico (Tpp). Attraverso questi accordi, il precedente governo democratico ambiva ad isolare economicamente Cina e Russia, ma Trump si è sempre scagliato contro questa politica che scaricava tutti i costi sull’esasperata e sempre più impoverita classe lavoratrice statunitense. In realtà, a nessun osservatore è sfuggito che il massimalismo ostentato nei confronti della Corea del Sud ricalca l’atteggiamento tenuto mesi prima dalla stessa amministrazione in carica verso il North American Free Trade Agreement (Nafta), di cui Trump ambiva a ridiscutere i termini. Dopo una serie di vicissitudini, la minaccia di ritirare gli Stati Uniti dal Nafta è rientrata, ed è probabile che anche l’intenzione dichiarata di uscire o quantomeno rivedere Korus sia destinata anch’essa a risolversi in un sostanziale nulla di fatto.

Lo suggerisce la forte contrarietà espressa dalle società industriali riunite nella National Association of Manufacturers, organismo assembleare che, di fronte alle esternazioni di Trump, aveva diramato una e-mail per esortare le aziende rappresentate a prendere contatto con funzionari del governo, membri del Congresso e governatori locali per sincerarsi che avrebbero fatto il possibile per bloccare le iniziative dell’esecutivo.

Per Trump, l’ostacolo principale è tuttavia rappresentato dal Dipartimento di Stato e del Pentagono. Le due istituzioni Usa che si occupano di politica estera hanno infatti bisogno che il governo si adoperi per mantenere in vigore un rapporto di stretta collaborazione sia con Tokyo che con Seul in funzione di ‘contenimento’ della Cina e di marginalizzazione della Corea del Nord, specialmente alla luce dello sviluppo, annunciato da Pyongyang, di una versione avanzata di bomba termonucleare montabile su vettori strategici e impiegabile, all’occorrenza, per mandare in tilt le reti elettriche Usa attraverso una detonazione ad alta quota. Obiettivo il cui conseguimento non è stato certamente facilitato dalle dichiarazioni di Trump in relazione al sistema anti-missilistico Terminal High Altitude Area Defense (Thaad), schierato in Corea del Sud malgrado la forte opposizione locale e le sonore proteste di Cina e Russia.  Il presidente Usa ha infatti rivelato di aver «informato la Corea del Sud che sarebbe opportuno che pagassero. Si tratta di un sistema da un miliardo di dollari, che permette di distruggere missili quando ancora si trovano in cielo. Esso assicura la protezione dei coreani, ma il loro governo dovrebbe pagare per questo servizio. I coreani e sono intimamente consapevoli di ciò». Per tutta risposta, l’esecutivo di Seul ha ricordato che l’installazione del sistema di difesa missilistica rientra nei termini del trattato di sicurezza stipulato durante la Guerra di Corea, in base ai quali la Corea del Sud è vincolata a mettere a disposizione il territorio necessario al dispiegamento delle batterie anti-missilistiche, mentre gli Usa sono chiamati a sostenere i relativi costi realizzativi e gestionali.

Il peso specifico che, in uno scenario teso come quello del 38° parallelo, tendono ad assumere le incognite geopolitiche insite nel contenzioso relativo al Thaad aperto da Trump va quindi a sommarsi alle forti controindicazioni di carattere economico che presenta la revoca di Korus. È quindi difficile ipotizzare che Trump, la cui autorità è già parzialmente minata dal cosiddetto ‘Russiagate’ e dall’ostilità nei suoi confronti ostentata da una parte assai considerevole dello ‘Stato profondo’, sia nelle condizioni di ottenere il sostegno interno necessario a dar seguito agli ultimatum sottoposti all’attenzione di Seul.

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