domenica, Settembre 19

La Corea del Nord è ciò che gli Stati fanno di essa E' ancora possibile una lettura non-realista delle dinamiche politiche di Pyongyang? Non solo è possibile, ma anche auspicabile

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Il periodo dei Regni dinastici unitari fu quello in cui iniziarono le invasioni esterne vere e proprie. Nel periodo Goryeo (918–1392), la penisola coreana fu invasa per ben tre volte (993, 1010, 1018-1019) dalla dinastia cinese dei Khitan Liao e per sette volte dai Mongoli che riuscirono ad occupare il paese per oltre ottant’anni (dal 1270 al 1356 circa). Durante la successiva dinastia coreana degli Joseon, la penisola fu invasa per due volte (dal 1592 al 1598) dalle truppe giapponesi di Toyotomi Hideyoshi e, successivamente dalle tribù Jurchen che popolavano la Manciuria. Infine, dal 1910 al 1945 la penisola coreana fu annessa al Giappone, il cui triste ricordo è ancora vivo nella controversia sulle Isole Dodko, avamposto strategico reclamato sia dalla Corea che dal Giappone.

Interrogando la storia della penisola coreana e, segnatamente, del territorio corrispondente all’attuale Corea del Nord, si può far luce su molte delle ragioni che guidano l’attuale politica estera di Kim Jong-un. In particolar modo, la Corea del Nord è mossa da un preponderante istinto di autodifesa ed autoconservazione. L’accerchiamento cui è sottoposta (Cina, Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti) è un fattore peggiorativo della crisi. Infine, la percezione di sé stesso che il regime ricava dal mondo esterno è un ulteriore elemento di analisi. In questo aspetto, la prospettiva costruttivista è particolarmente utile. Mettendo da parte le mere condizioni materiali, forze oscure dell’equilibrio di potenza e del mutamento storico, la percezione del sé da parte di uno stato agisce come fattore causale determinante. In altre parole, l’idea di sé che Pyongyang vede riflessa nei propri nemici, ha la capacità di informare le reazioni che avrà nei confronti di questi. È evidente che l’istinto di sopravvivenza ed il rischio di scomparire e perdere la propria autonomia, sono fattori esplicativi imprescindibili nella comprensione del perché Kim Jong-un si comporta come si comporta.

CHE FARE?

In un suo articolo per la rivista The Atlantic, How to Deal With North Korea. There are no good options. But some are worse than others, Marc Bowden ipotizza quattro scenari di soluzione della crisi: 1) Prevenzione: annientare l’arsenale di Pyongyang, distruggere il regime di Kim e la leadership al potere; 2) Escalation: azioni militari convenzionali mirate ed aventi come scopo l’indebolimento del regime, neutralizzandone i possibili effetti; 3) Decapitazione del leader: assassinare Kim e sostituirlo con un leader più moderato;  4) Accettazione: accettare l’arsenale nucleare, cercando di limitare le ambizioni di Kim. La conclusione di Bowden è che qualsiasi opzione si rivela negativa per gli interessi degli Stati Uniti. Tuttavia, «accettare la Corea del Nord come potenza nucleare è l’opzione meno negativa».

Chi scrive ritiene che tale opzione sia la più costruttiva e, allo stesso tempo, la più costruttivista. Una seconda guerra di Corea sarebbe catastrofica, con costi umani enormi e dunque, non auspicabile. L’accettazione del fatto che la Corea sia una potenza nucleare e, a partire da questo, la ricerca di soluzioni diplomatiche e negoziali, è la soluzione più indicata. Ed è anche la più costruttivista in quanto è quella che tiene conto maggiormente della normatività della costruzione sociale della politica estera del paese. Se lo scopo di Pyongyang è l’autodifesa dalle minacce esterne, l’arsenale militare costituisce un elemento non-negoziabile in qualsiasi trattativa. In conclusione, solamente rinunciando al crudo realismo delle condizioni materiali e dei rapporti di forza degli Stati ed interrogandosi maggiormente sulla costruzione identitaria della politica estera di Pyongyang, si potranno comprendere sia le ragioni del perché Kim Jong-un si comporta come si comporta, sia quali siano le policy effettivamente dispiegabili e, conseguentemente, quali approcci vadano evitati. Da cui la conclusione che la Corea del Nord, lungi dall’essere la super-potenza in grado di minacciare gli Stati Uniti, altro non è che ciò che gli Stati faranno di essa.

 

Federico Solfrini, Country Analyst think tank Il Nodo di Gordio

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