martedì, Ottobre 19

La Corea del Nord è ciò che gli Stati fanno di essa E' ancora possibile una lettura non-realista delle dinamiche politiche di Pyongyang? Non solo è possibile, ma anche auspicabile

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In un noto saggio del 1992, Anarchy Is What States Make of It: The Social Construction of Power Politics, Alexander Wendt, si propose di confutare l’assunto che aveva guidato l’interpretazione della politica internazionale fino a quel momento: l’anarchia è insita nelle relazioni internazionali e, di concerto, le relazioni tra gli Stati sono caratterizzate da dinamiche di potere, capacità materiali e guerra.

Contrapponendosi al realismo, Wendt avanzava un’ipotesi costruttivista: gli Stati sono costrutti sociali, e la loro politica estera non è altro che la risultante di un orizzonte assiologico (norme, valori, ecc) il cui sostrato va ricercato nelle dinamiche interne che lo hanno informato. Le condizioni materiali continuano a ricoprire un ruolo importante, anche se, ricercando in esse il dogma che fonda le relazioni internazionali, si cade nella trappola del determinismo. In breve: per Wendt nella formazione dell’approccio di uno Stato in politica estera, quest’ultimo non è vittima del sistema internazionale, ma ne è l’attore principale, il demiurgo che forgia la politica estera di sé stesso.

Utilizzando l’acume analitico di Wendt per cercare di dipanare il geroglifico nordcoreano, sorge spontanea una domanda: è ancora possibile una lettura non-realista delle dinamiche politiche della Corea del Nord? Non solo è possibile, ma anche auspicabile.

IL FALLIMENTO DEL REALISMO

La critica al realismo nello studio della Corea del Nord non è mera speculazione, né vuoto esercizio teoretico privo di nessi con il mondo reale; al contrario, consente di pervenire a considerazioni di policy difformi dal dogma dell’inevitabilità della guerra.

Si parta da una lettura realista della crisi nordcoreana: la Corea del Nord è un elemento del sistema internazionale anarchico. In quanto tale, ha come obiettivo la massimizzazione del profitto, in una strutturazione logico-strategica in base alla quale, mediante le dinamiche di potere e le proprie possibilità materiali, la guerra sarà inevitabile. All’instabilità geopolitica, seguirà una guerra costituente (Robert Gilpin) che, riequilibrerà il sistema, decretando un nuovo equilibrio di potenza e, di concerto, un nuovo periodo di stabilità. Tuttavia, la guerra non è ancora scoppiata in quanto, parafrasando l’assunto di Kenneth Waltz, gli armamenti nucleari e la polarizzazione del sistema costituiscono un disincentivo alla guerra. Questo in modo simile a ciò che avvenne durante la guerra fredda, quando Unione Sovietica e Stati Uniti si trovarono in una fase di stallo dovuta alla deterrenza nucleare che rese gli attori internazionali reciprocamente più cauti.

Il determinismo del realismo offre una chiave di lettura affascinante e di immediata logicità: il meccanicismo della politica internazionale consente di capire il presente e di anticipare il futuro. Le relazioni internazionali sono caratterizzate da dinamiche ricorrenti e iterative, nella cui ripetitività si possono cogliere le connessioni sinaptiche del funzionamento del mondo.

Tuttavia, come puntualizza lucidamente Ned Lebow, il realismo, elidendo (tranne rare eccezioni tra i realisti classici, come Morgenthau) qualsiasi riferimento a norme, valori, credenze e significati normativi dedotti dalla storia degli stati oggetto dell’analisi delle teorie stesse, non fornisce alcuna spiegazione attendibile del mutamento sociale. Lebow vede il fallimento del realismo in particolare in due macro-aspetti: i concetti di potenza e di possibilità materiali; il concetto di egemonia. Entrambe le considerazioni sono applicabili al caso della Corea del Nord.

STORIA E AUTODIFESA

Nel suo Politics Among Nations, Morgenthau chiarisce quali sono gli elementi del potere nazionale, ovvero gli ingredienti capaci di rendere uno Stato una grande potenza: popolazione e territorio, risorse, economia, forza militare, competenza e stabilità politica. In virtù di tale analisi, la Corea del Nord non è una grande potenza, né, tantomeno, ha mire egemoniche ed espansionistiche. Tuttavia, pur non essendo una grande potenza ha contribuito ad una polarizzazione sistemica le cui estrinsecazioni stanno tenendo occupati gli analisti di tutto il mondo. Qualcuno potrebbe obiettare che la Corea del Nord è in realtà una grande potenza in quanto dotata di un arsenale nucleare e balistico di tutto rispetto. La valutazione del potere nucleare fornita da Waltz in riferimento alla proliferazione della guerra fredda vale tuttora: ‘gli armamenti nucleari sono un simbolo, non la causa dello status di grande potenza’. Dunque, come è possibile che una piccola potenza, senza mire egemoniche, contribuisca all’innalzamento del livello di anarchia sistemica delle relazioni internazionali? È evidente che la sola logica del realismo non è in grado di dare conto delle ragioni che hanno portato il contesto dell’Asia orientale all’escalation di questi ultimi tempi. Ed è altresì evidente che il realismo non è uno strumento idoneo per spiegare la logica internazionale della Corea di Kim Jong-un.

Chi scrive ritiene che il costruttivismo, e cioè l’idea che norme, valori e storia siano le determinanti nell’approccio esterno degli Stati, sia la chiave di lettura necessaria per delineare quali sono gli obiettivi di politica estera dell’attuale Corea del Nord. La comparazione storico-sociologica è il metodo di indagine per eccellenza di tale approccio al problema. In quest’ottica, gli Stati non sono altro che corporate agent (Wendt) e cioè attori sociali a tutti gli effetti, mossi da dinamiche non dissimili a quelle che informano le società e gli individui che si muovono in esse. Dunque, alla pari degli individui, gli Stati sviluppano nel corso del tempo una propria individualità, un proprio sostrato assiologico, un proprio orizzonte delle aspettative capace di accompagnarli nel proprio agire sociale internazionale. Decifrare il passato significa comprendere quali sono i valori ricorrenti della politica estera degli Stati e capire come tali aspetti influenzino le loro reazioni. In breve: il passato non passa mai del tutto e, dunque, ripercorrendo a ritroso la storia della penisola coreana, si possono comprendere molti aspetti che l’hanno guidata nel suo corso. Ne indico tre: invasione, accerchiamento, percezione dell’immagine di sé stessa.

Il primo aspetto è un fattore determinante. La cifra geopolitica costante della penisola coreana è da sempre il rischio di scomparire per mano di invasioni esterne. Ciò ha determinato un senso di accerchiamento e il conseguente bisogno di auto-difendersi dalle invasioni esterne. Quest’attitudine, lungi dall’essere di recente incubazione, può essere riscontrata fin dai tempi dei Tre Regni di Corea (Goguryeo, 37 AC – 668 DC; Baekje 18 AC – 660 DC; Silla 57AC-935 DC). Ad occupare lo spazio geo-strategico dell’attuale Corea del Nord, vi fu la dinastia Goguryeo, particolarmente potente ed egemonica. Durante il periodo Goguryeo, vale la pena menzionare la figura di Gwanggaeto Il Grande (374–413 – 391–413), 19esimo monarca della dinastia. Destinato a divenire una figura sacra e leggendaria, Gwanggaeto dedicò i propri sforzi ad una massiccia militarizzazione del proprio regno. Gli sforzi bellici gli valsero vittorie militari importanti, contro  le tribù mongole, contro i villaggi Khitan in Manciuria e contro una coalizione di Regni guidata da Baekje, a sud della penisola.

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