giovedì, Luglio 29

La Conversione Ecologica come salvezza field_506ffbaa4a8d4

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Conversione ecologica. Questa dovrebbe essere la strada da intraprendere se realmente ci fossimo resi conto che abbiamo superato la soglia del non ritorno. Nessuno vuole fare allarmismi o annunci epici, ma semplicemente trattare la realtà dei fatti, parlare di quello che succede intorno a noi. In un articolo del 2011 di Guido Viale su ‘Alfabeta2’, «Che cos’è la conversione ecologica», si legge che la conversione ecologica «rimanda innanzitutto a un cambiamento del nostro stile di vita, dei nostri consumi, del modo in cui lavoriamo e del fine per cui lavoriamo o vorremmo lavorare, del nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente.

La «conversione è ecologica perché tiene conto dei limiti dell’ambiente in cui viviamo: limiti che sono essenzialmente temporali; sia perché fanno i conti con il fatto che siamo esseri mortali in un mondo destinato a durare anche dopo di noi, e per questo toccano il nucleo più profondo della nostra esistenza; sia perché ci ricordano che non si può consumare in un tempo dato più di quello che la natura è in grado di produrre; né inquinare più di quanto l’ambiente riesce a rigenerare». E ancora «l’obiettivo della sostenibilità – quello che alcuni si ostinano a chiamare «decrescita», con un termine che suscita più equivoci che chiarezza – offre reali possibilità di ricostituire lavoro, reddito e benessere; anche se un benessere diverso da quello, peraltro sempre più misero, prospettato dalla moda e dalla pubblicità. Efficienza energetica e fonti rinnovabili, agricoltura e alimentazione sostenibili, mobilità di massa e flessibile con mezzi condivisi alla portata di tutti, manutenzione e riparazione dei beni, degli edifici, del territorio, riciclaggio dei materiali, educazione libera e permanente – cioè tutti i principali temi intorno a cui si è andata sviluppando, radicando e precisando la cultura ambientalista nel corso degli ultimi decenni – offrono oggi concrete possibilità di una loro realizzazione anche in contesti circoscritti».

Basterebbe questo per far almeno sorgere il dubbio ad ognuno di noi. Se poi aggiungiamo il fatto che, pochi giorni fa, è stato reso noto uno degli accordi internazionali più importanti tra Stati Uniti e Cina sul Clima, durante il vertice APEC, allora dovremmo essere più attenti a quello che accade intorno a noi. “Se si parla a livello mondiale, veniamo da oltre vent’anni in cui si sta accentuando il fenomeno di land grabbing , la rapina del suolo. Le grandi multinazionali stanno radendo al suolo interi pezzi dell’Amazzonia, la ricerca forsennata di metalli e minerali preziosi, si abbattono colline…. Stiamo vivendo una crisi di sovra popolazione, l’azione di una finanza incontrollata. La premessa di Massimo Scalia, professore di Fisica Matematica all’Università La Sapienza di Roma; e tra i padri dell’ambientalismo scientifico in Italia, non è certamente rassicurante. “Si deve partire dalla manutenzione del Paese e poi il settore pubblico deve incoraggiare gli investimenti privati in tutto quel settore che ormai, da qualche anno, si chiama «green economy»”. Ma in termini pratici cosa vuol dire? “Configurare un terreno concreto di programmazione di politica economica industriale: un passaggio significativo da un modello di sviluppo ottocentesco fondato sulle grandi opere pubbliche verso un’economia e un’organizzazione della società che sia più sostenibile. Questo è il fulcro del ragionamento. Se non ci sarà una risposta molto pronta la situazione può solo peggiorare”.

Il punto è che “ la tematica degli equilibri ambientali non è stata considerata per secoli, se non quando c’era l’emergenza. Solo adesso, sotto l’imperversare della ribellione climatica e di una geopolitica sanguinosa dell’energia, se ne coglie la maggiore importanza. Quello che colpisce è riscontrabile in due aspetti: nella classe politica e anche negli intellettuali, non è possibile che si ignorino degli elementi fondamentali. Rappresenta una deriva culturale che c’è stata nei secoli”. Aggiunge Gianni Francesco Mattioli, politico e fisico italiano.

Come ci spiega Scalia, “Nature”, la rivista scientifica più diffusa al mondo, “due anni fa apriva con un editoriale, un appello agli scienziati che usassero tutti i mezzi di comunicazione tradizionali e non, affinché risvegliassero la coscienza pubblica, La rivista temeva che la coscienza pubblica si fosse assopita sulla questione dei cambiamenti climatici, sottolineando con la frase «threat has never been greater», che la minaccia non è mai stata più grande”. In tutto questo l’Italia come si sta comportando? Sembra che alcune regioni abbiano deciso di cedere al concetto di sostenibilità. Il prossimo 2 dicembre, alla regione Lazio, verrà presentata la Proposta di Legge per la Riconversione Ecologica e Sociale, proposta dall’ Associazione A Sud . Sembrerebbe un raro virtuosismo italiano (non unico, naturalmente).

Eppure ci sono dei precedenti, infatti Massimo Scalia ci spiega che, è stato presidente del Comitato Scientifico, “per il piano energetico del Lazio , venne adottato dalla giunta, la discussione era prevista per il 24 novembre 2009, pochi giorni prima ci fu lo scandalo di Marrazzo. Quindi saltò tutto. Qualche mese fa, questa giunta, mi ha invitato ad un dibattito sull’energia con Cristiana Avenali. C’è indubbiamente un’attenzione. Il problema è che arriviamo sempre con molto ritardo. Manca innanzitutto una cultura scientifica soprattutto tra i cittadini. C’è una cosa che avrebbero dovuto fare, e che avevo proposto cinque anni fa: una sorta di distretti industriali che al tempo stesso fossero un buon esempio di utilizzo efficiente dell’energia, e che prevedessero insediamenti per la produzione di impianti, anche in senso lato, come software, per la costruzione di dispositivi per l’utilizzo delle fonti rinnovabili. Il nostro buco è che non produciamo dispositivi e tecnologie per fonti rinnovabili”.

Mattioli, invece, sottolinea che “la risposta dell’Italia è commisurata al basso livello di conoscenze della classe politica e dirigente. Non c’è nemmeno la grandezza da parte dei dirigenti politici di sapersi circondare di chi può dare risposte appropriate. Abbiamo assistito a provvedimenti contradittori per quello che riguarda il versante delle fonti rinnovabili”. Mancano certezze in senso normativo. Il problema, continua, è “che vengono alterate da provvedimenti che destabilizzano il futuro sia per le imprese sia per i cittadini. Si tratta di avere gusto e fantasia e fare scelte che non vengano ritirate l’anno successivo. Con questo io non voglio arruolarmi all’esercito di tutti quelli che non hanno trovato niente di meglio da fare che dire male della politica. Senza la politica noi siamo sconfitti, spero, però, che ci sia una buona politica”.

Bisogna portare avanti una linea d’azione che segua un certo tipo di mercato.  La conversione ecologica non è certamente estranea alle politiche economiche dei singoli Paesi. “ L’affermazione della Green economy è la carta di ricambio che il capitalismo più intelligente si sta giocando, stiamo vivendo una sorta di conflitto, per cui poco a poco, le fonti fossili stanno cedendo e si punta sempre di più alle energie rinnovabili. Si dice che nel 2050 il 100% dell’energia elettrica (per fare un esempio) in Europa potrebbe essere prodotto da energie rinnovabili, già lo diceva il Rapporto Mckinsey qualche anno fa”.

Che cosa manca? Servirebbe un’azione, da parte dei Governi, che incentivi determinate politiche che facciano da apripista per il capitale privato. Se il capitale pubblico si dirige verso la green economy, potrebbe fungere da moltiplicatore dell’investimento privato. Se ogni anno cambia la normativa sulle fonti rinnovabili, e non si riesce a dare una normativa di riferimento stabile, le nostre imprese (ricordiamo che noi abbiamo un tessuto di piccole e medie) non si azzarderanno ad intraprendere questa strada. La sostenibilità sta diventando un criterio di fondo, perché è più conveniente essere sostenibili”. Ricordiamo, come sottolinea Scalia, i 5 obiettivi da raggiungere entro il 2020. Questa è l’unico atto di governo veramente importante, che poi è diventato il centro del dibattito mondiale. Anche il recente accordo tra Stati Uniti e Cina fa riferimento alla proposta europea, anche se è declinato con qualche furbizia in più. E’ il primo atto di politica in senso globale che è diventato l’elemento di confronto in tutto il mondo ed è esattamente il nucleo forte di quella che sarebbe una conversione ecologica dell’economia. Si sta parlando sempre più spesso di adattamento che è quello che bisognerà fare man mano che la politica di mitigazione avrà dei ritardi o non riuscirà a cogliere completamente i suoi obbiettivi”.

Secondo Mattioli “gli Stati Uniti si stanno guardando intorno, conoscono ormai abbastanza i meccanismi e guardando il quadro delle attività del colosso cinese, si rendono conto che se non modificano i comportamenti della Cina può essere illusorio pensare di cavarsela trattando con l’Europa sui cambiamenti climatici. Da qui l’urgenza e il risultato positivo che si è messo in moto. Alcuni hanno visto la possibilità di un rilancio dell’energia nucleare, non lo credo”. Parlando in termini tecnici, “l’Uranio 235, che è quello che va bene per la fissione nucleare è assolutamente insufficiente per un reale rilancio dell’energia nucleare, si tratta di una durata di pochissimi anni. Bisognerebbe passare all’uranio 238, che attraverso il processo di fertilizzazione produce il plutonio, che è materiale fissile”. Spiega Mattioli. “Io non credo che il rilancio del nucleare sia dietro l’angolo. Anche perché il solare- fotovoltaico, ad esempio, sta raggiungendo dei rendimenti e dei costi così bassi da essere la prospettiva alla portata di tutti”.

 

 

 

 

 

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