sabato, Luglio 24

La convenzione Rai 2016: un nuovo patto con gli italiani Uninettuno e RaiSenior aprono il confronto sul servizio pubblico di domani

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Due fatti pongono oggi la Rai al centro dell’attenzione. La decisione del Governo di sottrarle 150 milioni quale contributo alla finanza pubblica, da una parte, e l’approssimarsi della scadenza della Convenzione generale con lo Stato, nel 2016, dall’altra.

Tra le varie iniziative, sfociate anche nello sciopero del personale non giornalistico, si può segnalare un interessante convegno che ha avuto il merito di fare una puntualizzazione generale sul ruolo del servizio pubblico. Un ruolo che anche un recente articolo di Aldo Grasso sul Corriere della Sera, viene messo in discussione di fronte alla proliferazione di canali, nazionali, esteri ed internazionali consentiti dalla diffusione digitale, sia terrestre che satellitare.

Il convegno ha avuto per titolo “La convenzione Rai 2016: un nuovo patto con gli italiani” che si è svolto nella Sala degli Arazzi della Direzione Generale di Viale Mazzini 14, per iniziativa dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno di Roma d’intesa con RaiSenior nell’ambito della “Settimana delle Scienze della comunicazione” promossa dall’Ufficio Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma, che ha visto una serie di altri convegni organizzati dai maggiori Atenei pubblici e privati su temi riguardanti il ruolo dei media nella società contemporanea. La Rai ha avuto il merito, a sua volta, di ospitare il convegno nella sua sede più prestigiosa e di prevedere la partecipazione della sua massima figura, la presidente Anna Maria Tarantola, che ha fatto un intervento non di mero saluto, ma di notevole approfondimento del tema proposto.

L’impostazione stessa della manifestazione ha indicato, quindi, che si trattava di un confronto del servizio pubblico radiotelevisivo con una componente significativa della società civile, quella del mondo dell’università, della formazione, della ricerca e della cultura.  Ciò ha consentito di riflettere sul ruolo della Rai, cioè di quella che viene giustamente chiamata “la maggiore agenzia culturale del Paese” in vista del rinnovo, nel maggio 2016, del “patto con gli italiani” costituto dalla sottoscrizione tra lo Stato, tramite il Governo, e la Rai della nuova Convenzione. Un “contratto” destinato a durare a lungo nel tempo se si pensa che il precedente, tuttora in vigore, è stato sottoscritto nel 1994.

Tale documento d’impegno ha riguardato, tra l’altro, l’esercizio del servizio a beneficio di tutti i cittadini, l’utilizzazione degli impianti, la pubblicità, la tutela dei minori, la ricerca e la sperimentazione, i messaggi di utilità sociale, l’equilibrio economico dell’impresa ed altri punti riguardanti le caratteristiche della radiotelevisione come servizio universale, di cui tutti cittadini hanno diritto a disporre.

Oltre la presidente della Rai, hanno portato il loro contributo il presidente di RaiSenior Luigi Pierelli, il direttore dell’Ufficio Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma, il vescovo mons. Lorenzo Leuzzi e il rettore dell’Università Telematica Uninettuno, Maria Amata Garito, che ha tenuto la relazione introduttiva.

Il  coordinamento dei lavori è stato assicurato da Gianpiero Gamaleri, già consigliere di amministrazione della Rai ed ora preside della Facoltà di scienze della comunicazione presso la stessa Università Telematica Uninettuno.

In campo le diverse competenze

Si  sono svolte infatti varie relazioni, in modo da affrontare il tema da tutti i punti di vista fondamentali. Sono, infatti, intervenuti per il profili giuridici il costituzionalista Beniamino Caravita di Toritto, per quelli istituzionali Antonio Catricalà, presidente di sezione del Consiglio di Stato e già viceministro per le Comunicazioni nel governo Letta, per gli aspetti gestionali il consigliere di amministrazione della Rai Rodolfo De Laurentiis che è anche presidente di Confindustria Radio-Televisioni, per l’analisi della domanda sociale il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara, per gli aspetti di etica della comunicazione mons. Dario Edoardo Viganò docente all’Università Lateranense e direttore generale del Centro Televisivo Vaticano, Andrea Melodia, presidente dell’UCSI, Unione cattolica stampa italiana, per l’informazione Vittorio Di Trapani presidente dell’USIGRAI, sindacato dei giornalisti Rai, per innovazione tecnologica Luigi Rocchi direttore tecnico della Rai, per la programmazione la giornalista e critica televisiva Marida Caterini.

Ciò ha consentito di porre la domanda fondamentale: come dovrà essere il servizio pubblico nel 2016? Quali saranno i diritti-doveri previsti nel futuro testo della Convenzione? Con quale metodologia si arriverà alla sua sottoscrizione?

Rinnovo della Convenzione o bando aperto?

In proposito sono circolate diverse ipotesi che nel convegno sono state ricordate. La prima è costituita da una domanda radicale: occorre dare per scontata la continuità dell’attuale situazione con la sottoscrizione di un nuovo “contratto” tra lo Stato e la Rai, oppure si può immaginare di aprire un bando (o più bandi) per la prestazione di servizi radiotelevisivi e web da parte di soggetti che si ritengano idonei a prestarli? E’ questa la tesi dello “spezzatino”, vale a dire la scomposizione delle prestazioni di servizio in vari adempimenti da affidare al “migliore offerente”, che può essere Rai ma non necessariamente e non solo Rai.

Si può immaginare, ad esempio, un progetto di programmi e interventi a favore dei minori, delle categorie disagiate, delle minoranze. Un altro progetto inteso a valorizzare il tessuto territoriale del nostro Paese. Un altro ancora riguardante l’ alfabetizzazione audiovisiva ed informatica, la formazione, l’educazione permanente e ricorrente, le nuove frontiere della sperimentazione tecnologica ed espressiva. Un altro riguardante la valorizzazione tramite i media del patrimonio  culturale. Altri progetti potrebbero riguardare la divulgazione nel campo socio-sanitario. Né potrebbero essere escluse le categorie fondamentali dell’informazione, da quella generale a quella tematica, con particolare riferimento allo sport.

Una “scomposizione” del quadro radiotelevisivo?

Per ciascuno di questi “capitoli” o per altri ancora si aprirebbe una “gara” al migliore offerente. A sua volta la pubblica opinione avrebbe chiaro che gli enti o l’ente che si aggiudicassero tali servizi dovrebbero obbedire a quella logica di utilità socio-culturale che sarebbe alla base di ciascuno dei bandi emanati.

Si potrebbe continuare in questo elenco di “servizi” fondamentali o comunque utili per il Paese. Ma dal punto di vista giuridico-istituzionale emerge con evidenza che questa impostazione porterebbe a una scomposizione del quadro radiotelevisivo pubblico, con una Convenzione che si articolerebbe in diverse Convenzioni distinte per materia e con una Rai destinata a entrare in competizione con altri soggetti nell’assicurarsi i servizi richiesti.

E’ una impostazione che la Rai tende ovviamente a respingere con energia, privilegiando invece la strada del “rinnovo” di una Convenzione generale con la ridiscussione degli obblighi – e dei corrispondenti vantaggi – in essa previsti.

L’ipotesi del “bollino blu”

Un’altra ipotesi è quella che è stata chiamata del “bollino blu”. Al di là del colore di questo contrassegno, esso dovrebbe distinguere i programmi finanziati dal canone a differenza di quelli sostenuti dalla pubblicità. Ciò porterebbe anche a un chiarimento delle regole emanate da Bruxelles in tema di possibile violazione della concorrenza, evitando che i proventi da canone siano in qualche misura utilizzati per la realizzazione di programmi, soprattutto di spettacolo, che entrano in concorrenza con le emittenti private. E’ una vecchia questione che verrebbe portata a soluzione. Secondo i suoi sostenitori non ci sarebbe più equivoco tra i programmi finanziati dal canone, contraddistinti dal bollino, e quelli alimentanti dalla pubblicità, senza bollino e liberamente competitivi nel mercato dell’offerta televisiva nazionale.

Sull’uno e sull’altro punto – quello dello “spezzatino” e quello del “bollino blu” – l’orientamento del Governo, sulla base di un intervento del sottosegretario Giacomelli a un’assemblea aperta dell’USIGRAI, sindacato dei giornalisti Rai, sembrerebbe orientato a soprassedere, lavorando piuttosto sul rinnovo della Convenzione che approfondisca i profili di servizio pubblico affidati alla Rai.

Due punti da ripensare: la governance e il canone

A fronte ci ciò dovrebbero però essere rivisti due punti fondamentali: quello della governance dell’azienda e quello del canone. Riguardo la governance, cioè l’architettura di governo aziendale della Rai, occorrerebbe sottrarre gli organi sociali  e l’insieme dell’azienda alle decisioni e all’influenza dei partiti. Finora, a partire dalla riforma del 1975, Bisognerebbe approfondire l’idea di una Fondazione che si interponga tra mondo politico e azienda. Si potrebbero utilmente rileggere i lavori parlamentari che portarono alla formulazione del disegno di legge 1138 che non giunse mai all’approvazione, ma che non a caso prese il nome dell’allora presidente della Camera dei Deputati Giorgio Napolitano. Fin dal       vide con chiarezza la necessità di disintossicare la Rai dalla tossine derivanti dall’influenza delle varie componenti politiche al suo interno.

Riguardo il canone, deve diventare una tassa non più “odiosa” per gli italiani perché riconosciuta come prezzo per un servizio veramente utile. E solo in questo modo si potrebbero adottare forme di riscossione che evitino evasione con un consenso generalizzato dei cittadini.

Il tempo di riflettere su scelte di grande rilievo

Come si vede, siamo di fronte a una matassa di problemi di non poco conto, che richiedono quella riflessione radicale di cui il Convegno ha tracciato alcune linee fondamentali. Ed è proprio la complessità della materia – che a ben vedere esige un passo in avanti nella “democratizzazione” del servizio pubblico radiotelevisivo e dei servizi web collegati – che esclude l’ipotesi di un’anticipazione della sottoscrizione della futura Convenzione. Poco meno di due anni per impostare un nuovo “patto con gli italiani” sembra essere il tempo giusto e necessario per un lavoro serio, che implica la consultazione di diversi autorevoli interlocutori su materie e scelte di notevole impegno.

 

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