martedì, Maggio 18

La continuità della politica statunitense nei confronti di Mosca Un documento degli esperti militari Usa esorta a proseguire il piano di isolamento della Russia

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Non è possibile comprendere la postura fortemente critica nei confronti dello schieramento euro-statunitense assunta da Putin senza tenere in considerazione la strategia Usa mirata a isolare la Russia e controllare i corridoi energetici dell’Asia centrale che Mosca considera parte irrinunciabile della propria sfera d’influenza. A riconoscerlo è nientemeno che uno studio condotto da una serie di esperti dell’Us Army’s Command and General Staff College Press di Fort Leawenworth, in Kansas. Il documento attribuisce inoltre un ruolo cruciale al processo di espansione della Nato verso est innescato dagli Usa all’indomani della caduta dell’Unione Sovietica, perché ha instillato negli apparati dirigenziali di Mosca la convinzione che degli Stati Uniti non c’era da fidarsi. Nel 1989, infatti, Bush sr. aveva assicurato a Gorbacev che, in cambio dell’assenso del Cremlino alla riunificazione tedesca e al contestuale inglobamento della Germania nella Nato, l’Alleanza Atlantica non si sarebbe espansa «di un pollice ad oriente del confine tedesco». L’intesa verbale non rimase in piedi che per pochi anni, prima che Clinton rinnovasse quella ‘spinta verso est’ della Nato che sarebbe poi stata portata avanti anche dai suoi successori. Simultaneamente, l’analisi evidenza che le attuali accuse statunitensi noi confronti della Russia, considerata responsabile di un’inaudita ingerenza negli affari interni Usa, andrebbero fortemente ridimensionate poiché da anni Washington conduce manovre economiche, diplomatiche e informative finalizzate a minare l’autorità di Putin.

D’altro canto, la politica portata avanti da Mosca indica che «i leader russi vogliono limitare l’espansione della Nato, creare un cuscinetto tra la Russia e la Nato, ristabilire la propria influenza negli ex Stati sovietici e tornare a essere un potere territoriale e globale […]. Considerando che la Nato è stata creata per contrastare l’espansione dell’Unione Sovietica, non sorprende che il Cremlino la consideri come una minaccia. Ogni volta che un ex Stato sovietico viene incorporato nella Nato, il cuscinetto si restringe. Senza quel cuscinetto fisico, le forze militari occidentali si avvicinano sempre più a Mosca, eliminando la capacità del Cremlino di fare affidamento sul fattore tempo. Allo stesso modo, la difesa missilistica intacca le più potenti armi strategiche e politiche del Cremlino, i suoi missili balistici a testata nucleare. Dal punto di vista del Cremlino, l’Occidente è disposto ad attaccare qualsiasi Paese non allineato privo di capacità nucleare per imporre la sua volontà politica negli affari internazionali e regionali. Pertanto, la leadership russa attribuisce la massima importanza alle proprie armi nucleari, perché non disponendo di esse sarebbe stata relegata all’irrilevanza rispetto agli affari regionali e internazionali».

Ma lungi dal rappresentare una sorta di ammissione di colpa, la presa di posizione degli autori dello studio in questione si configura come un’esortazione a rilanciare con forza la strategia portata avanti dagli Usa all’indomani dell’implosione dell’Urss. Mahir J. Ibrahimov, ufficiale presso l’Us Army’s e caporedattore del documento, osserva infatti che «l’obiettivo di fondo della linea politica condotta dagli Usa in Eurasia negli anni ’90 era quello di favorire una crescente interdipendenza globale in materia di energia e commercio […]. Le vaste riserve di petrolio e gas naturale scoperte nella zona del Mar Caspio costituivano la principale fonte di interesse degli Stati Uniti in quell’area. Un interesse che avrebbe indotto Washington a gettare le basi per la formazione di legami più stretti tra gli Stati Uniti e i Paesi areali, con gli Usa che forniscono protezione per garantire la stabilità regionale e l’indipendenza politica delle nazione caspiche».

In tale contesto, una soluzione diplomatica alla sanguinosa Guerra del Nagorno-Karabakh risultava d’intralcio agli interessi strategici Usa. Dal punto di vista di Washington, occorreva in ogni modo favorire l’Azerbaijan rispetto all’Armenia perché Baku aveva decretato una rilevantissima apertura alla penetrazione economica Usa tradottasi con la messa in cantiere di un oleodotto, concepito da società statunitensi, che raggiungesse il mercato europeo aggirando il territorio russo. Il Baku-Tbilisi-Ceyhan (Tbc), inaugurato nel 2005, risultava del tutto funzionale al «rafforzamento dell’indipendenza politica ed economica dei Paesi della regione dalle possibili rinascenti ambizioni egemoniche russe. Ma ancor prima del suo completamento, il Tbc aveva anche segnato l’inizio del nuovo ‘Grande Gioco’, con potenze globali e regionali in competizione per imporre la propria influenza sull’area. La regione è quindi ridiventata molto attraente sul piano geopolitico, anche in virtù dalle scoperte di risorse naturali in Afghanistan come gas naturale, petrolio, marmo, oro, rame, cromite, ecc […]. D’altro canto, la rilevanza dell’Afghanistan è collegata alla sua posizione geografica che rende il Paese una potenziale via di transito per le esportazioni di petrolio e gas naturale dall’Asia centrale al Mar Arabico. Questo potenziale verrebbe sfruttato appieno con la costruzione , presa in esame verso la metà degli anni ’90, di condutture volte all’esportazione di petrolio e gas naturale. Da allora la realizzazione del piano è stata minata dall’instabilità dell’Afghanistan».

Il forte appoggio concesso dall’amministrazione Clinton alla realizzazione del gasdotto Tapi (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) era dettata dal fatto che la conduttura in questione consentiva di rifornire l’India e potenzialmente la Cina di gas naturale centroasiatico aggirando anche in questo caso il territorio russo. La costruzione del tratto afghano, allora subordinata al mantenimento di relazioni cordiali con i talebani, sembrò andare in fumo nel momento in cui il regime islamista afghano bocciò il progetto. «Se accettate la nostra offerta vi stenderemo un tappeto d’oro, altrimenti vi seppelliremo sotto un tappeto di bombe», disse un funzionario Usa al capo negoziatore dei talebani. Questi ultimi non cedettero tuttavia alle intimidazioni, ma il ‘grande balzo’ dell’apparato militare Usa in Asia centrale che fece seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 ribaltò la situazione. Il caos scatenato dalla guerriglia talebana contro l’occupazione statunitense ha reso per anni del tutto inconcepibile la costruzione del ramo afghano del gasdotto ma le cose sono cambiate nel febbraio 2018, quando i lavori sono ripresi presumibilmente in base a un accordo sottobanco tra i talebani e Washington sull’onda dell’aumento delle tensione tra Stati Uniti e Russia focalizzata sulla questione siriana. Sotto il profilo energetico, il suggerimento degli analisti dell’Us Army’s Command and General Staff College Press di Fort Leawenworth è quello di rilanciare pipeline verso Asia ed Europa che non transitino per il territorio russo così da ridimensionare il ruolo della Russia come fornitore cruciale di petrolio e gas su cui, a giudizio dei redattori del documento, si basa la diplomazia del Cremlino.

Da un punto di vista più generale, l’ex ambasciatore Richard E. Hoagland, autore di una sezione dello studio dedicata alle relazioni commerciali con l’Asia centrale, sottolinea la necessità di integrare i mercati locali nella struttura economica internazionale egemonizzata dagli Usa e allineare geopoliticamente le nazioni centroasiatiche – nonostante siano tra le più repressive e anti-democratiche al mondo – alla linea operativa seguita dalla Nato. Quest’ultimo aspetto risulta particolarmente importante per contrastare la strategia russa fondata sull’integrazione dei Paesi dell’Asia centrale in organismo transnazionali – Shangai Cooperation Organization, Unione Doganale Eurasiatica, Brics – alternativi a quelli sottoposti all’egemonia Usa. In tale contesto, il riavvicinamento tra Mosca e Pechino «rappresenta nel vivo una sfida agli Stati Uniti. Per chi disegna le traiettorie della politica statunitense, la realpolitik è indubbiamente la via più sicura per prevenire che questa alleanza storicamente improbabile tra le due principali potenze terrestri si consolidi ulteriormente». Nel caso specifico la realpolitik richiederebbe che l’Occidente tenga in maggiore considerazione gli interessi di Mosca, così da porre le condizioni per una base negoziale che porti a un’intesa di massima finalizzata a evitare che le tensioni crescenti scivolino sul piano inclinato dello scontro armato.

Tuttavia, come nota l’esperto Nafeez Mossadeq Ahmed, «l’analisi sobria e autoriflessiva contenuta in alcune parti dello studio dell’esercito americano è accompagnata da atteggiamenti aggressivi che tentano di giustificare una politica attiva di interferenza degli Stati Uniti negli affari economici e politici russi». Ciò si riscontra dal forte accento posto da Ibrahimov sui programmi di ‘democratizzazione’ dello spazio ex sovietico avviati nel 1992 con il Freedom Support Act, che ha spalancato le porte di diversi Paesi che avevano fatto parte dell’Urss a un nugolo di Ong la cui funzione di forza d’urto per il cambio di regime si sarebbe successivamente rivelata con le ‘rivoluzioni colorate’ sorte in Ucraina, Georgia ed altri Paesi. Non va inoltre dimenticata l’esortazione a costruire rapporti basati sul mutuo interesse con alcuni politici russi accuratamente selezionati formulata dall’alto funzionario della Defense Intelligence Agency (Dia) Gustav A. Otto, il quale richiama l’attenzione sulla necessità di sottrarre alleati a Putin attraverso un’interferenza politica tanto sottile quanto efficace. A detta di Otto, quella del regime change è una prospettiva da scartare, ma Ibrahimov ritiene invece che una «possibile opzione strategica per gli Stati Uniti sarebbe quella di cercare di detronizzare Putin, nella speranza di favorire l’ascesa di un successore più cooperativo. Piuttosto che una destituzione militare sul modello di quella irachena, gli Stati Uniti e l’Occidente potrebbero condurre una campagna di (dis)informazione sul piano economico e diplomatico, che aiuti i sostenitori di Putin a scaricarlo a beneficio di un nuovo leader più accomodante […]. Questa strategia viene portata avanti senza soluzione di continuità da parte degli Stati Uniti e di molti altri in Occidente. Putin è un maestro nel destreggiarsi in questo tipo di minacce e sembra quasi che le provochi, consapevole della propria abilità in questo ambito specifico. Una campagna anti-Putin probabilmente non è ciò che vogliono veramente gli Stati Uniti e l’Occidente. Piuttosto, il loro obiettivo sembra essere quello di ridurre la possibilità di nuove aggressioni e ricondurre Putin a un atteggiamento meno ostile».

Il documento elenca infatti altre opzioni per disinnescare l’escalation in atto, quali l’organizzazione di «negoziati su uno qualsiasi dei conflitti congelati in cui Stati Uniti, Occidente e Russia sono coinvolti […]. Occorre comprendere che alcuni Paesi risentono pesantemente delle nostre azioni. Una strategia di ritiro parziale dalla Siria o dall’Ucraina potrebbe effettivamente consentire migliori negoziati futuri. La riduzione delle truppe a primavera della Russia dalla Siria ha permesso lo spazio di negoziazione con Putin e persino Assad». Eppure, nello studio si evidenzia anche che «Putin è razionale e niente affatto debole. Tuttavia, i recenti problemi economici, la debolezza dell’industria petrolifera e un’agricoltura nazionale in difficoltà potrebbero alla fine costringerlo ad affrontare alcuni di questi problemi con meno intransigenza. Le file per la distribuzione di viveri in Russia stanno aumentando e gli scaffali sono sempre più vuoti. Dovremmo essere pronti a colpire quando giungerà quel momento, e sta per arrivare». Ciò che gli analisti militari Usa ignorano o occultano deliberatamente è che le file per la distribuzione di viveri erano molto comuni durante l’era El’cin e che nella Russa attuale non lo sono affatto. Senza contate che il Paese ha tratto enormi benefici dalle sanzioni comminate dallo schieramento euro-statunitense sull’onda della crisi ucraina, in specie per quanto riguarda l’agricoltura, con prodotti fabbricati e coltivati in Russia che stanno gradualmente rimpiazzando quelli importati dall’estero.

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