martedì, Maggio 18

La conferma di Dilma non piace alla borsa Testa a testa Iatseniuk-Poroshenko in Ucraina. A fine novembre ballottaggio in Uruguay. In Tunisia vincono i laici

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Brazilian president Dilma Rousseff victory's press conference

 

Dilma Rousseff è stata rieletta -in questo fine settimana di ballottaggio- alla presidenza del Brasile. Il suo avversario Aecio Neves e la destra nazionale sono stati sconfitti da un cospicuo  51,64%, pari a 54.498.042 voti.  «Non credo che queste elezioni abbiano diviso il Paese. Credo che abbiano mobilitato idee ed emozioni a volte contraddittorie, ma spinte da un sentimento comune: la ricerca di un futuro migliore del Paese», ha commentato la leader della sinistra brasiliana  e guida del Partito dei lavoratori. Il Paese, ha detto, non è uscito «diviso in due» dal voto e ha chiesto l’unione di «tutti i brasiliani e brasiliane, senza eccezioni».
Ancora prima della divulgazione dei dati ufficiali, migliaia di simpatizzanti della Presidente avevano già inondato le strade di molte città per manifestare il loro entusiasmo, il clima si è trasformato subito in un carnevale anticipato sfidando anche la pioggia e inondando le vie del centro con bandiere e megafoni al seguito e ritmi di samba.
La percentuale di votanti è stata del 78,9%  ma solo il 48,36% ha espresso preferenza per il conservatore sfidante Aecio Neves che ha ottenuto 51.040.588 voti. Lo sconfitto al confronto ha subito telefonato alla Presidente per congratularsi per la sua rielezione. Alla Rousseff sono arrivate congratulazioni da leader di ogni parte del mondo tra cui il Presidente americano, Barack Obama che ha auspicato in una maggiore collaborazione con suo «partner importante».
La vittoria della sinistra ha fatto reagire male gli investitori brasiliani. Il real ha infatti perso il 4,19% nei confronti del dollaro Usa, che ha raggiunto la quotazione di 2,56, la più alta dal 2008.

Ballottaggio per Tabar Vazquez del Frente Amplio e Luis Lacalle Pou del Partido Nacional, fissato per il 30 novembre. I risultati delle elezioni presidenziali (al 97% di schede scrutinate) svolte ieri in Uruguay hanno scelto l’ex Presidente di sinistra Vazquez (2005-2010) e l’avvocato 41enne Pou, vera sorpresa di queste elezioni. Il 47% dei votanti avrebbe già scelto il successore di Mujica della coalizione progressista al potere mentre il 32% si sarebbe espresso per il cambiamento rincorso dal Partido Nacional (centrodestra). La responsabilità potrebbe essere tutta del partito uscito dai giochi, il Partido Colorado (destra), arrivato terzo con il 32%. Se vedrà i suoi elettori sostenere al ballottaggio il candidato Lacalle farà raggiungere i 44% punti percentuali allo sfidante di Vazquez ma che saranno comunque meno di quelli raggiunti dal Fronte nella sola giornata di ieri.

Prosegue lo spoglio anche in Ucraina dove nella giornata di ieri si sono svolte le elezioni parlamentari. La Commissione Elettorale Centrale ha riferito il dato definitivo di una bassissima affluenza alle urne. Solamente il 52,42% degli elettori si sarebbe recato alle urne in tutti i 198 distretti elettorali, compreso l’est filo-russo.  Con circa il 60% delle schede scrutinate si è inasprito il testa a testa tra le coalizioni di Iatseniuk e Poroshenko. Il primo, Premier ad interim dal 26 febbraio 2014 e rappresentante del Fronte Popolare, avrebbe incassato per ora  il 21,57% dei voti. Il secondo, del blocco Poroshenko sarebbe quasi a pari punti con il 21,42%. L’unica vittoria certa per ora è quella del filone europeista che ha dimostrato di essersi comunque guadagnato il primo posto a discapito di Samopovich con il 13,2% e del blocco di opposizione filorusso di Iuri Boiko, ex Ministro di Ianukovich con il 7,6%. Chi invece non ha superato neanche la soglia di sbarramento del 5% il Partito comunista (2,9%) e Ucraina Forte dell’ex vice premier Sergei Tighipko (2,6%), entrambi filorussi. I risultati sono attesi per stanotte.

Beji Caid Essebsi è invece il probabile nome designato dal giudizio del popolo tunisino nel prossimo mandato presidenziale. Con la maggioranza sufficiente per indicare il prossimo Premier, il laico Nidaa Tounes è quindi il maggior partito della Tunisia e spetterà a lui cercare di portar fuori la Nazione dalle cattive acque che hanno portato a una crisi economica profonda.
La rivoluzione dei gelsomini presa d’esempio nelle primavere arabe ha così fatto raggiungere la vittoria di coloro che immaginavano una Nazione progressista. «Siamo secondi, con un piccolo margine», sono state invece le parole dell’esponente di Ennahda, il partito che ha lottato per raggiungere il più importante seggio tunisino, Nidaa Tounes sarebbe in testa con il 37,1% seguito da Ennahdha con il 27,9%. Terzo partito l’Union patriotique libre (UPL) con il suo ‘Berlusconi tunisino’, Slim Rihai votato dal 4,4%. A seguire il Front populaire con il 3,7%; CPR e Attayar, con il 2% entrambi. A concludere Al-Joumhouri e Tayar El Mahaba settimi ed ottavi con l’1,6% e l’1,1% delle preferenze.  Si è votato in 27 circoscrizioni, il metodo utilizzato è quello proporzionale e la legge elettorale non prevede alcuna soglia di sbarramento. In serata sono attesi i risultati definitivi ma che già da qualche ora sono abbondantemente confermati dagli exit poll.

Dove la rivoluzione araba non ha ancora risvolti positivi continuano guerriglie per il controllo di territori come quello del ’17 febbraio’, in Libia. Almeno 12 jihadisti sarebbero rimasti uccisi in Libia nel tentativo dei miliziani di Ansar al Sharia di riprendere il controllo del campo di Bengasi. Il Paese è ormai nel caos da quando il dittatore Gheddafi è stato spodestato. Il controllo sarebbe in mano a due governi differenti con propri parlamenti ed agenzie di stampa. Mohammed al Hijazi, portavoce dell’Esercito libico ha riferito che «i miliziani islamici al momento sono asserragliati nel centro della città e in alcuni quartieri della periferia» ma che comunque sono «circondati». Le sue forze controllerebbero il 90% dei territori attorno a Bengasi nonostante i continui violenti scontri che si susseguono da settimane tra i miliziani e i filogovernativi di Abdullah al-Thinni, unico Governo riconosciuto a livello internazionale. Ansar al Sharia rappresenterebbe ora il principale nemico di una rivoluzione che non riesce a ‘rivoluzionare’ ma che al contrario genera ogni giorno feriti ed uccisi.

Il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen ha inviato una lettera urgente all’Amministrazione Usa chiedendo agli americani di intervenire contro quella che ha definito l’«escalation israeliana a Gerusalemme est». Si susseguirebbero infatti da 5 giorni violenti scontri nella Spianata della Moschea, luogo santo per gli islamici in cui incursioni israeliani, vissute come provocazioni, stanno generando ennesime tensioni. Il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu di pronta risposta ha deciso di accelerare i piani per la costruzione di un migliaio di nuove abitazioni nei quartieri arabi della città e di nuove infrastrutture in Cisgiordania. Il piano prevede un migliaio di unità abitative, 400 nel quartiere di Bar Homa, e 600 a Ramat Shlomo.

 

 

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