mercoledì, Giugno 23

La conferenza stampa dei sogni di Renzi Politica: il Punto

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Solitamente questa rubrica de ‘L’Indro’ non concede molto spazio alle ripetitive panzane del ‘bomba’ Matteo Renzi. Ma la conferenza stampa di fine anno convocata dal premier alla Camera offre qualche spunto interessante. Intanto, il ‘nostro’ dichiara che, fosse per lui, abolirebbe l’Ordine dei giornalisti «anche domani mattina». Altre perle da conservare nella bacheca dei ricordi del 2015 sono, poi, «l’Italicum è stato un capolavoro parlamentare», «l’Italia sarà leader in Europa, piaccia o non piaccia», «non ho dichiarato guerra a UE, chiedo rispetto regole a tutti», «nel 2015 in Italia politica batte populismo 4-0», «l’Italia si è rimessa in moto, è un Paese solido e stabile», «2015 anno delle riforme, 2016 sarà l’anno dei valori», quello di «Presidente del Consiglio sarà mio ultimo incarico pubblico» (ma su questo punto anche a lui è scappato quasi da ridere), «in Italia indice fiducia spaventosamente alto» (quando invece, proprio oggi, l’Istat certifica un calo della citata fiducia dei consumatori e delle imprese), «se dovessi scommettere oggi, Pd nel 2018 vince al primo turno», «non c’è rischio sistemico per le banche italiane e non cambierei le nostre con quelle tedesche» e, per finire, rullo di tamburi e squilli di trombe, «se perdo il referendum costituzionale del 2016 considero fallita la mia esperienza politica». Ulteriori commenti superflui.

Secondo il poeta di Fivizzano Sandro Bondi, rimasto per anni alla corte di Arcore e adesso in transito verso il Regno di Rignano, Silvio Berlusconi sarebbe entrato in politica solo per difendere i suoi affari economici. Bondi la Volpe è, dunque, finalmente arrivato, dopo 20 anni di travaglio personale, a una conclusione talmente ovvia da non rendere giustizia alla sua intelligenza che, sicuramente, da qualche parte si nasconde. «Quelle di Sandro Bondi sono le parole di una persona che ha un travaglio politico e personale ma nella sostanza non le condivido», dichiara oggi Gaetano Quagliariello, segnalato dalle Agenzie di stampa come il ‘fondatore del movimento Idea’. Secondo il berlusconiano, e poi alfaniano, doppiamente pentito, «c’è stato un momento in cui lo scontro in questo Paese è stato tra berlusconismo e antiberlusconismo e non ci si può dimenticare l’attacco portato alle sue imprese» perché, spiega Quagliariello, «quella era considerata, marxianamente, la ‘struttura’ che teneva in piedi il potere». Dunque, pensare, come fa Bondi, «che tutto quello che c’è stato, ovvero l’emersione del centrodestra di governo, possa essere giustificato soltanto dalle aziende», conclude il multiforme politico campano, «mi sembra un esercizio di marxismo in ritardo».

All’indomani dello scontato voto con cui la Rete degli iscritti al M5S ha cacciato dal Movimento a calci virtuali nel sedere la ‘traditrice’ Serenella Fuksia -colpevole di aver espresso solidarietà alla ministra Maria Elena Boschi implicata insieme al babbo nel caso Banca Etruria– la senatrice prova a difendersi attaccando, ma il suo sembra più un canto del cigno. «Non c’è stato neanche un processo kafkiano, nessuno ha ascoltato la mia versione. Sono dei miserabili, dei poveretti e l’M5S non ne esce bene: fa prevalere il lato oscuro della forza per conservare il potere di quattro sciamannati», prova a mirare in alto la Fuksia facendosi intervistare da quei renziani di ‘Repubblica’. «Quella della rendicontazione è una patetica scusa», crede di giustificarsi, anche se dice di non avercela con «Beppe e Gianroberto (Grillo e Casaleggio)», ma con «il potere di qualche esponente del direttorio». Poi, la chiusura ‘in bellezza’, che sembra rafforzare la tesi di chi ha voluto la sua espulsione dal Movimento, perché la Fuksia dice di preferire il jobs act al reddito di cittadinanza. Ma allora perché faceva finta di fare la grillina? Meglio il Pd. Sul caso Fuksia prova a tagliare corto Danilo Toninelli spiegando che «si scrive espulsione, si legge richiamo dell’eletto (recall). È un istituto democratico usato in altri Paesi, come la California, per richiamare gli eletti che violano i patti con gli elettori» e, conclude, «se lo applicassero anche i partiti la politica non sarebbe così corrotta e lontana dai cittadini». Il timbro definitivo lo mette però Mario Giarrusso: «Alla fine è stata lei a volere questa procedura, sapeva bene a cosa andava incontro».

 

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