mercoledì, Maggio 12

La condanna degli Inupiaq Tra oro nero, global warming e balene, non c'è pace per gli antichi abitanti dell'Artico

0

Inupiaq uno

Dalla finestra osservo l’accecante sole di mezzanotte, che riverbera sulla bianca distesa di ghiaccio, a perdita d’occhio. Sono in albergo, a letto con la broncopolmonite, dopo 13 ore di sonno febbricitante, e  riascolto la intervista che mi ha rilasciato Roy Ahmaogak, membro della comunità Inupiaq e capitano di una barca per la caccia alle balene. Mi ha accolto con fiducia e amicizia, riconoscendo il mio rispetto per la sua cultura e la sua gente. Mi parla del problema delle trivellazioni.

Facciamo del nostro meglio per tenere viva la nostra cultura, lottiamo duramente tutti i giorni. Contro la natura sottosopra, certo, ma anche contro le industrie del petrolio. Vogliono trivellare l’oceano ma nessuno ha la tecnologia per rimediare a una fuoriuscita di petrolio, là sui ghiacci,  niente, zero, nessun essere umano, neppure il più intelligente del mondo. Come nativo dell’Alaska, come indigeno, non posso capire perchè vogliono trivellare proprio l’Artico. Un versamento di petrolio sui ghiacci? Sarebbe un disastro mondiale. Non si tratta di dire se capiterà, ma quando. Se mettono in pericolo la esistenza di noi Nativi e dell’Artico per il petrolio, devono dirci che faranno di tutto per prevenire un disastro, ma è una promessa che nessuno può fare. Se trivellano, il nostro mondo e l’intero ecosistema scompariranno, dopo migliaia di anni che viviamo qui“.

Il gigante del petrolio Shell ha speso, finora infruttuosamente, 6 miliardi di dollari nel Chukchi e nel Beaufort Sea al largo di Barrow. Durante le trivellazioni si sono susseguiti incidenti, guasti dei macchinari, e tra i disastri sfiorati c’è quello che ha coinvolto, a gennaio 2013, la piattaforma per trivellazioni Kulluk, arenatasi davanti al Parco Nazionale Kodiak con ben 530 mila litri di gasolio e 45 mila litri di oli lubrificanti. L’incidente va a collocarsi nel lungo elenco delle minacce ambientali  che incombono sul delicato ecosistema artico. I programmi di ricerca della Shell sono stati cancellati per tutto il 2013 e il 2014, mentre le Autorità Costiere e la Corte d’Appello federale statunitense hanno chiesto una verifica delle procedure di sicurezza e di controllo ambientale.

Ma la compagnia petrolifera non demorde e Ben Van Beurden, amministratore delegato della Shell, ha dichiarato a luglio 2014: «Il fatto che al momento non possiamo andare avanti non significa che abbiamo rallentato i nostri progetti». Infatti, la Shell e la Arctic Slope Regional Corporation hanno annunciato a fine luglio 2014 la creazione di una nuova compagnia chiamata  Arctic Inupiat Offshore, a cui partecipano sei società di villaggi nativi. Nell’articolo di ‘Usa Today’ si annuncia: «I Nativi dell’Alaska  avranno quote sui profitti del petrolio». Ma onestamente tradurrei: «Alcuni Nativi dell’Alaska avranno un profitto di briciole sulla trivellazione dell’Artico».

Mi scrive proprio a proposito di questo articolo, ad agosto 2014,  il mio amico Roy: “Noi Inupiaq siamo assolutamente in disaccordo. Le autorità elette nei villaggi-che spesso non sono Nativi- non hanno diritto di mettere il loro profitto prima della gente e della cultura. Provino a dimostrare che possono evitare un disastro petrolifero!“.

Inupiaq due

Nell”intervista a Roy, parliamo di cambiamenti climatici, e dell’orso polare. “Il nostro mondo è devastato, per colpa del riscaldamento globale. Da 10 anni durante l’estate non abbiamo più ghiaccio, si sta sciogliendo ovunque. Il pack fino a 15 anni fa distava solo 50 km dalla costa, ora è a oltre 300 km. Quanto all’orso polare, da Russia, Alaska, Canada e Groenlandia, è ormai documentato: è diventato un predatore di terra perchè non c’è più ghiaccio. L’orso polare era un animale dei ghiacci, ora è un animale di terra. Ognuno immagina il ‘gigante gentile dell’Artico’ camminare sui ghiacci e cacciare foche, ma in realtà cammina fino a 500 km nell’entroterra per trovare cibo, si arrampica sugli alberi e perde il suo manto di pelo bianco. Noi Inupiaq pensavamo che si estinguesse, ma si è adattato.  Per sopravvivere“.

Gli chiedo se sono braccati dagli animalisti, a causa della caccia alle balene. “Sì, siamo crocifissi a causa di quelle poche balene all’anno che il Governo ci ha autorizzato a catturare, all’unico scopo di sfamarci e non certo per farne commercio.  Non siamo noi i responsabili di massacri come quelli che avvengono in Giappone. Vorrei che voi, gente dell’Europa, capiste che noi Inupiaq cerchiamo di sopravvivere ogni giorno, quassù. Come gli orsi polari“.

Roy mi ha promesso di portarmi là fuori, sui ghiacci, se il suo equipaggio catturerà una balena mentre sono a Barrow. Un grande privilegio, negato anche a  gente che vive qui da 20 anni. Ed è alle prime ore del mattino che viene a prendermi, entusiasta. “Andiamo, andiamo. La tua presenza qui è stata di buon auspicio. Erano due anni che il mio equipaggio non prendeva una balena, e la stagione della caccia si sta chiudendo“. Roy squadra il mio abbigliamento, fa un cenno di dissenso con la testa  e tira fuori uno zaino. “No no Rafiella, così non va bene“. Mi fa indossare una grossa salopette cerata sopra i miei doppi pantaloni, un secondo paio di guanti, un cappello antivento di pelliccia e un paio di enormi stivaloni di gomma. Mi guarda soddisfatto, mi carica sulla motoslitta e via, sulla distesa di un bianco abbacinante, con il vento gelido che mi schiaffeggia. Dopo miglia e miglia di deserto ghiacciato, arriviamo al campo. La balena è ancora in acqua, segnalata da una boa, accanto alla ‘baleniera’, una piccola barca tradizionale, con  un equipaggio di cinque persone. La gente arriva su motoslitte e pian piano si forma la cordata per trainare a mano la balena in secca, le mascelle si serrano, i pugni si stringono, i muscoli di tutti sono tesi allo spasimo e anche io vengo chiamata ad aiutare. Dopo circa quattro ore, appena la balena è in secca, arrivano i biologi del Wildlife Management Department di Barrow , con cui mi intrattengo mentre fanno dei prelievi sul corpo della balena. Mi spiegano che i Nativi in Alaska sono autorizzati dalla International Whaling Commission a cacciare un numero prefissato di balene, circa 50 all’anno in totale, da dividere fra 11 villaggi – Gambell, Savoonga, Wales, Little Diomede, Kivalina, Point Hope, Point Lay, Wainwright, Barrow, Nuiqsut, and Kaktovik.  E’ consentito catturare solo la specie Bowhead ( Balaena mysticetus), attualmente non a rischio di estinzione, e i permessi devono essere rinnovati e verificati dalla Alaska Eskimo Whaling Commission. Il ricavato della caccia è da utilizzare esclusivamente per il sostentamento della comunità. “Per noi, le balene sono una fonte di cibo fondamentale e sfamano interi villaggi” dice Roy.

Attorno a me, sui ghiacci, fervono i lavori per suddividere le varie parti della balena : nulla deve andare sprecato. Alcuni osservano guardinghi attorno: in queste occasioni è facile che gli orsi polari accorrano impazziti per la fame e pericolosissimi.  Tutti lavorano, e contribuiscono a quello che è un grande evento per la comunità: sono felici ed eccitati, poiché la loro vita è legata a questo cibo e a queste tradizioni , che fanno parte della loro identità, cultura e sopravvivenza.

All’indomani, vengo invitata dal capitano Roy a casa sua, al veloce ma faticosissimo processo di preparazione del cibo per la intera comunità. Una parte della balena viene pulita e poi cotta: reni, fegato, lingua, pinne, pelle con grasso (muktuk), carne, cuore e intestino; il resto, viene messo a conservare in pozzi nel permafrost. Dice Roy: “Nella nostra cultura, crediamo che sia la balena che sceglie di donarsi spontaneamente a noi. Noi cacciamo le balene per sopravvivere, come i nostri padri e i padri dei nostri padri. Nulla va buttato, e la cattura della balena è una grande festa per la comunità”. Sulla soglia di casa, abbracci e urla di giubilo accolgono il capitano Roy. Quando entro, è tutto un bollire di pentole tra donne che lavorano alacremente. Vengo accolta rudemente e come una estranea ficcanaso da Sue, la sorella di Roy, che mi mette a pulire intestini di balena e mi vieta di usare la macchina fotografica. Lavoro veloce a testa bassa, con umiltà, per ore, devo guadagnarmi un posto nella comunità; a queste latitudini impervie gli Inupiaq sono soggetti a mille critiche e doveri, ma pochi diritti, e c’è molta diffidenza verso gli stranieri. Dopo gli intestini, Sue mi mette a versare il rice pudding in ciotole, e poi a riempire quelle che chiamano “begging bag” (borsa della questua): sono sacchetti con un pezzo di ogni parte della balena, cotto e accompagnato dal pane. Tutto ciò mi ricorda quando mia nonna, in campagna, ammazzava il maiale, faceva le salsicce e raccoglieva il sangue per farci i dolci.  Dopo una incredibile mole di lavoro, appena tutto è pronto,  attraverso una radio a onde corte Roy chiama la comunità a raccolta per prendere ognuno la sua begging bag. Come in pellegrinaggio, arrivano e si mettono in coda decine e decine di persone, e una preghiera precede la spartizione.  Tutti ricevono la loro parte, dando la precedenza a anziani e bambini. Alla fine, quasi 500 persone hanno ricevuto il loro sacchettino, con la profonda riverenza che questo popolo ha per questa fonte di cibo. Io sono stremata, e chiedo di essere accompagnata in albergo, senza aspettarmi nemmeno un grazie. Ma Sue mi chiama da parte e mi consegna una begging bag: “E’ la tua parte, per il lavoro che hai fatto.” Il cuore mi sobbalza dalla gioia, perchè per loro è davvero un dono prezioso.

Inupiaq tre

Il giorno dopo, è il mio ultimo giorno a Barrow, e Roy mi invita a pranzo a casa. Quando arrivo, Sue mi guarda imbronciata, poi scoppia in una risata e mi abbraccia, insieme al resto della famiglia. Sono stata accettata. Da ora in poi, e per sempre, avrò tanti amici a Barrow. Ho dovuto dimostrare umiltà, rispetto, fiducia, connessione con la loro cultura. E partecipare attivamente: chi non aiuta e non lavora, nella comunità non è degno di rispetto. 

Sulla comunità Inupiaq di Barrow, e sull’intero Artico, continua ad incombere la spada di Damocle delle trivellazioni, e del riscaldamento globale. Due fosche nubi tempestose, che possono cancellare per sempre un popolo, una cultura, un ecosistema. Oltre a questo, c’è la condanna spietata degli animalisti, che non perdonano il popolo indigeno degli Inupiaq, anche se caccia un numero esiguo di balene, contate e monitorate dai biologi, solo per sussistenza e sopravvivenza.

Eppure i popoli indigeni della terra, tutti accomunati da un legame invisibile, sono gli ultimi popoli a saper sopravvivere senza acqua potabile, energia elettrica, gas e cellulare, nelle condizioni ambientali e climatiche più difficili. In simbiosi con la Natura signora e padrona, conducono una vita all’insegna delle tradizioni, che è un vero ristoro al di fuori della nostra civiltà occidentale che ogni giorno spegne di più la nostra essenza di uomini e donne e la reale essenza della vita. 

Presto, anche qui al ‘top of the world’, vincerà l’inquinamento e il via vai di mezzi e uomini,  disturbando e cambiando per sempre la vita dell’habitat artico, e di balene, foche, trichechi, uccelli e orsi polari.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->