domenica, Maggio 9

La comunicazione strategica dell’Unione Europea con il mondo arabo field_506ffbaa4a8d4

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Le relazioni tra l‘Unione Europea e i Paesi arabi del Mediterraneo sono in costante evoluzione dal 1995, quando fu lanciato il Processo di Barcellona. Nel 2002, l’allora Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, introdusse l’idea di una ‘cerchia di amici’ intorno all’Unione Europea. Una serie di eventi -compresi gli interventi militari in Afghanistan e Iraq, gli attentati a Madrid e Londra e il caso delle vignette raffiguranti Maometto- hanno messo a dura prova le relazioni tra l’Occidente e il mondo islamico.
Il Parlamento europeo ha pubblicato in queste settimane il report ‘EU s trategic communication with the Arab world

L’ondata di proteste democratiche del 2011 e la successiva trasformazione politica in molti dei Paesi del sud dell’Europa ha ridefinito la rete di relazioni e dipendenze esistenti. La fine dei regimi autoritari in Tunisia, Egitto e Libia ha dato all’Unione Europea una nuova opportunità per impegnarsi in modo ancora più significativo con le persone di questi Paesi, che si è poi tradotta nel maggiore sostegno europeo ai progetti di riforma e democratizzazione intrapresi dai governi e dalla società civile. Tuttavia, la ‘primavera araba’ non è stata per tutti una storia di successo. Diversi governi nella regione, tra cui quelli di Egitto e Tunisia, sono stati criticati per la troppa velocità delle riforme e il loro impatto negativo sulle libertà civili. Giornalisti e media sono sempre più sotto pressione da governo e militanti. Inoltre i conflitti in Libia e Siria hanno contribuito a creare un vuoto di potere nel quale reti criminali e organizzazioni terroristiche hanno prosperato e agito liberamente. L’espansione territoriale del gruppo jihadista “Stato Islamico” (ISIS) e la guerra civile in Siria hanno colpito la popolazione civile, causando morti e sfollati, o costringendo molte persone a vivere in città devastate dalla guerra. La conseguente crisi umanitaria e il flusso di rifugiati hanno messo ancora una volta alla prova la relazione tra Europa e i vicini arabi – una prova che secondo il parere di molti l’Unione Europea ha fallito. Allo stesso tempo, la minaccia dei gruppi terroristi come ISIS e Al Qaeda, che sono riusciti ad attrarre più di 30mila foreign fighters da Paesi terzi – compresi cittadini europei –, ha costretto l’UE a contrastare la narrativa jihadista e l’estremismo violento molto più incisivamente, con un raggio d’azione e un dialogo strategico con i Paesi arabi.

 

Che cos’è la comunicazione strategica?

La comunicazione strategica non è un concetto nuovo, ma negli ultimi anni la sua importanza per la politica estera e di sicurezza è cresciuta notevolmente, soprattutto a seguito delle pratiche di propaganda e disinformazione riscontrate in relazione al conflitto in Ucraina e agli sforzi di reclutamento dell’ISIS. L’Action Plan dell’Unione Europea sulla comunicazione strategica presentato nel giugno 2015, sulla base del mandato del Consiglio europeo del marzo 2015, sebbene fosse focalizzato sui vicini dell’Est Europa, fornisce un’indicazione sugli ambiziosi obiettivi dell’UE: efficace comunicazione e promozione dei valori e delle politiche dell’UE, rafforzando l’insieme dei mezzi di comunicazione e una maggiore coscienza pubblica delle attività di disinformazione da parte di attori esterni; il miglioramento della capacità dell’UE di anticipare e rispondere a tali attività. Conseguentemente, i settori chiave di azione per i vicini orientali e meridionali includono la “public diplomacy”, la comunicazione sui programmi e le attività finanziate dall’UE, supporto per giornalisti e media e impegno con la società civile.

Infografica 1 – Percezione dell’UE nel mondo arabo Schermata 2016-05-11 alle 00.02.42

Fonte: Eu Neighbourhood Barometer (autunno 2012-autunno 2014); European External Action Service.

Perché c’è bisogno di comunicazione strategica con il mondo arabo?

Ci sono almeno tre ragioni che dimostrano quanto è urgente investire in una comunicazione più strategica con il mondo arabo ai confini dell’Europa del sud. Primo, l’ondata di rifugiati nell’UE e il successo della destra estremista in Europa da un lato e gli attacchi terroristici in terra europea dall’altro hanno seriamente danneggiato i rapporti tra Europa e comunità islamica. Secondo, i gruppi terroristici come ISIS, Boko Haram e Al Shabaab non sono solo fonte di instabilità nel mondo arabo ma la loro ideologia aggressiva ha spinto verso la radicalizzazione molti cittadini europei, come gli attentati di Parigi e Bruxelles hanno tragicamente dimostrato. Fronteggiare la propaganda terroristica e la propaganda jihadista sono elementi chiave della risposta europea. Terzo, l’UE ha bisogno di capire le antiche radici del radicalismo negli altri Paesi e comunicare con questi più efficacemente.

 

Migliorare le relazioni col mondo arabo – online e offline

L’UE ha pianificato, attraverso lo strumento europeo di vicinato (European Neighbourood Instrument) un sostegno finanziario per le regioni a sud dell’Europa tra il 2014-2020 tra i 7,5 e i 9,2 miliardi di euro, compresa la cooperazione allo sviluppo dei media, la società civile, i programmi di scambio per i giovani e il dialogo interculturale. Inoltre l’Unione Europea e gli Stati membri hanno destinato 8 miliardi di euro per fornire soccorso e assistenza sanitaria al popolo siriano nel loro Paese, ai rifugiati e alle comunità vicine che li ospitano in Libano, Giordania, Iraq, Turchia ed Egitto. Tuttavia, sebbene l’impegno europeo sia costante da più di vent’anni i cittadini dei Paesi che confinano con il sud Europa sono solo vagamente consapevoli dei programmi di cooperazione finanziati dall’UE. La percezione dell’UE come partner strategico e l’efficacia della sua comunicazione è giunta a un punto critico. Inoltre, grazie alla facilità con cui si può accedere alle informazioni attraverso le nuove tecnologie (più di 135 milioni di persone in 22 Paesi arabi usano internet e più di 71 milioni sono attivi sui social network) le percezioni nella regione sono definite anche dagli sviluppi interni all’UE. Infine, la reputazione dell’UE nella regione è stata segnata dalle posizioni anti-immigrazione, dalla crescente xenofobia e dalle critiche internazionali nei confronti dell’atteggiamento europeo troppo concentrato sugli aspetti economici della crisi dei rifugiati.

 

Contrastare l’ideologia e la narrativa jihadista

Mentre la maggior parte dei musulmani in tutto il mondo ha un’opinione negativa dell’estremismo religioso e delle organizzazioni jihadiste, l’ascesa di Al Qaeda e dell’ISIS ha portato il termine jihad alla ribalta nel dibattito pubblico su terrorismo e Islam radicale. Tuttavia, alcune ricerche suggeriscono che una parte consistente della popolazione di alcuni Paesi arabi sostiene il progetto del califfato, non riconosce gli Sciiti come musulmani o è d’accordo sul fatto che ci sia bisogno di “schierarsi contro l’America e affermare la dignità delle persone islamiche”. Tutte queste idee sono presenti nella propaganda dell’ISIS. Secondo la narrativa jihadista l’Islam si trova in un eterno scontro con i suoi nemici che devono essere sconfitti con qualsiasi mezzo necessario. I jihadisti strumentalizzano i principi religiosi dell’Islam per creare una versione violenta del jihad, che si traduce nel takfir (scomunica) per giustificare gli attacchi in Paesi islamici, provocando morti e feriti tra i civili islamici. In questa battaglia i governi arabi sono considerati i “nemici più vicini” mentre i “nemici più lontani” sono Israele, gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali. Le ricerche sul sistema di reclutamento dell’ISIS permette di individuare i tre pilastri fondamentali della sua narrativa: a) una minaccia esistenziale, la lotta contro il governo di Assad che è responsabile per le atrocità commesse nei confronti dei musulmani sunniti in Siria; b) un dovere sacro, l’obbligo per tutti i musulmani di sostenere lo “Stato Islamico” come uno Stato ideale fondato sulla Sharia; c) una terra promessa, la promessa di cibo, beni materiali, macchine, avventura, etc. I portali online “Jihodology” (una camera di compensazione per la fonte primaria jihadista) e Eye on ISIS in Libya (un deposito di informazioni circa le origini, l’espansione, le azioni e la governance dell’ISIS in Libia) forniscono numerosi esempi di video su Youtube e giornali online che promuovono la narrativa jihadista.

 

Risalire alle cause originarie della radicalizzazione  

È necessario rivolgere l’attenzione ai fattori politici e sociali che permettono ai movimenti jihadisti di reclutare nuovi seguaci. In Iraq, attori tradizionali come tribù e gruppi etnici entrano a far parte dei movimenti jihadisti come l’ISIS fuori da ogni pragmatismo politico ed economico. In Nigeria, Boko Haram ha offerto la sua alleanza all’ISIS nella speranza di ottenere maggiori finanziamenti. La polarizzazione del conflitto settario ha favorito i principali gruppi jihadisti, anche nello Yemen. Il contesto politico e sociale in Europa, nell’Africa sub-sahariana e nel sud e sud-est asiatico gioca un ruolo altrettanto importante. In Europa, le diseguaglianze sociali e il senso di non appartenenza diffuso tra i giovani musulmani spingono questi ultimi a identificarsi con gli attori jihadisti. L’atteggiamento dell’Occidente percepito come iniquo contribuisce ad aumentare la propaganda jihadista.

 

Un modello per la risposta europea

Le conclusioni del Foreign Affairs Council dell’UE (febbraio 2015) ha evidenziato l’importanza di combattere uniti il terrorismo rafforzando la cooperazione con i Paesi arabi per contrastare il radicalismo e l’estremismo. La strategia regionale dell’UE per la Siria e l’Iraq (marzo 2015) annoverava tra i suoi obiettivi contrastare l’influenza ideologica dell’ISIS, rafforzare la public diplomacy dell’UE e la visibilità degli aiuti europei. L’Agenda on Security (aprile 2015) ha identificato tra le priorità quella di ridurre il flusso di foreign fighters e sottolineato il ruolo fondamentale delle comunicazioni per indebolire l’attrazione dei gruppi radicali come l’ISIS e l’efficacia della loro propaganda. Inoltre, la revisione della Politica Europea di Vicinato (European Neighbourhood Policy – novembre 2015) fornisce dettagliate linee guida sulla visibilità, la comunicazione e la presenza dell’UE nella regione. Infine, il Joint Framework ha l’obiettivo di rispondere alle minacce ibride. In pratica, l’approccio dell’UE si basa su tre pilastri fondamentali: promuovere l’informazione circa il sostegno dell’UE ai Paesi arabi, contrastare i messaggi che potrebbero contribuire alla radicalizzazione e al terrorismo, frenare i canali di propaganda dell’ISIS.

 

Primo pilastro: promuovere l’informazione circa il sostegno dell’UE ai Paesi arabi

Le conclusioni del Foreign Affairs Council del 9 febbraio 2015 hanno istituito la task force per la comunicazione nel mondo arabo (Arab StratCom Task Force) che si propone di favorire la cooperazione inter-istituzionale tra il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE), la Commissione Europea e le delegazioni UE – quelle in Egitto, Giordania e Marocco giocano un ruolo strategico fondamentale – al fine di produrre messaggi positivi che mettano in evidenza l’impegno dell’UE nella regione. Un altro strumento importante è l’European Endowment for Democracy (EED) che, sebbene formalmente autonomo dall’UE, ha sostenuto gli Stati membri, le istituzioni UE e i vicini dell’Unione Europea supportando le popolazioni colpite dalla propaganda dell’ISIS. L’Unione Europea ha bisogno di maggiori risorse per aiutare le ONG e i media che operano nei campi di rifugiati siriani in Libano, Turchia e Giordania. I programmi europei sul campo sono focalizzati sull’educazione civica, sul giornalismo, sulla cultura, sull’informazione e sull’attivismo delle donne.

Infografica 2 – Come percepiscono la sicurezza nella regione i giovani arabi

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Fonte: World Bank; Brookings; Soufan Group; Arab Youth Survey.

Secondo pilastro: contrastare i messaggi che potrebbero contribuire alla radicalizzazione

Le attività dell’UE per contrastare il radicalismo e il reclutamento dei terroristi si concretizzano nella public diplomacy e nella comunicazione nel quadro dell’East StratCom. La strategia prevede un programma di riforme legislative per rafforzare il potere giudiziario nella lotta alla propaganda dei terroristi. Nel 2014 l’Unione Europea ha creato il Syria Strategic Communication Advisory Team (SSCAT), collegato al Ministero dell’Interno belga e dotato di un milione di euro finanziato dall’Internal Security Fund dell’Unione Europea, che persegue una strategia comunicativa specializzata nel combattere i foreign fighters. Si stima che a marzo 2016 quasi tutti gli Stati membri partecipino alle attività del SSCAT. Il Radicalisation Awareness Network (RAN) Centre of Excellence, entrato in funzione nell’ottobre 2015, possiede al suo interno gruppi di lavoro dedicati alla comunicazione e alla narrativa (RAN C&N) che cercano di offrire alternative alle idee estremiste.

 

Pilastro tre: frenare i canali di propaganda dell’ISIS

Sebbene l’uso di internet come piattaforma per la propaganda terroristica non sia una novità, l’abilità di diffondere il loro messaggio è aumentata notevolmente negli ultimi anni. Nel 2005, Ayman Al Zawahiri ha paragonato i media a un “campo di battaglia”, mentre Al Qaeda ha apertamente incoraggiato il cyber jihad come uno dei doveri sacri per tutti i musulmani. Il conflitto in Siria ha fornito una nuova opportunità per aumentare il potere dei social media e attirare sostenitori. La ricerca empirica su alcuni specifici casi di studio suggerisce che internet agisce come una cassa di risonanza, amplificando le opportunità per l’auto-radicalizzazione senza contatto fisico. Nonostante la maggior parte delle attività online siano generate da piccoli gruppi di utenti molto attivi, campagne social media come AllEyesOnISIS hanno permesso ai gruppi jihadisti di sostituire i loro forum online con attività più dinamiche. Il conflitto in Siria ha prodotto anche una cerchia di nuovi leader spirituali che usano internet per offrire guida e ispirare i foreign fighters occidentali. La risposta internazionale al cyber jihadismo si basa su tre pilastri: bloccare l’uso di internet ai jihadisti, rafforzare l’impegno per la de-radicalizzazione e limitare il loro accesso ai finanziamenti. Nel dicembre 2015 l’UE ha lanciato l’EU Internet Forum con l’obiettivo di combattere i contenuti terroristici e i messaggi che inneggiano all’odio.

Infografica 3 – Tecnologia e social media nel mondo arabo

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Fonte: ITU; Arab Social Media Report; Northwestern University.

Il primo luglio 2015 l’UE ha lanciato l’Internet Referral Unit (IRU) per combattere la propaganda terroristica e le relative attività estremamente violenti su internet. L’IRU riceve ed elabora le informazioni inviategli dagli Stati membri riguardanti il materiale terroristico online. L’Europol può richiedere all’azienda del sito interessato che i contenuti sospetti vengano rimossi qualora violassero i termini e le condizioni previste dal Consiglio europeo. Il team dell’IRU è composto da 17 ufficiali Europol e la Commissione Europea ha già previsto un’integrazione di altre 12 persone nel periodo 2017-2020. Volgendo lo sguardo ai tradizionali canali di informazione, non si può ignorare l’influenza delle emittenti arabe. Il 17% dei nuovi canali disponibili in Europa sono in arabo – il più grande gruppo linguistico, prima di quello inglese e turco – e attirano un vasto audience. Gli strumenti a disposizione degli Stati membri per controllare i loro contenuti sono limitati.

 

Le iniziative del Parlamento Europeo

Il Parlamento Europeo è coinvolto a livello pratico nella strategia di comunicazione dell’UE con il mondo arabo, attraverso l’Assemblea Parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo (PA-UfM) e le delegazioni per le relazioni con la Penisola araba, i Paesi del Maghreb e Mashreq e la Palestina.

 

Affari internazionali

Nel luglio 2015 il Parlamento Europeo ha ribadito il suo impegno attraverso la Politica Europea di Vicinato (PEV) riaffermando il ruolo centrale dell’UE nella promozione della democrazia. In difesa dello Stato di diritto, dei diritti umani e delle libertà fondamentali nei Paesi terzi, l’UE si batte attraverso una comunicazione strategica che punta innanzitutto a garantire la libertà espressione e di stampa lì dove la disinformazione sulle politiche europee è presente. Nel luglio 2015 il Parlamento ha approvato una risoluzione sulla sicurezza in Medio Oriente e Nord Africa (MENA) per garantire una stabilità politica che favorisca la cooperazione culturale, la diplomazia, la cooperazione accademica (compreso il programma Erasmus euromediterraneo, già proposto nel 2011) e il dialogo religioso. L’obiettivo è quello di combattere il terrorismo, il radicalismo e la propaganda jihadista ed è necessario un impegno comune degli Stati membri per una risposta comune. L’Unione Europea promuove un’immagine positiva del proprio ruolo nelle regioni arabe, contrastando la retorica dello scontro di civiltà ed evidenziando i valori comuni.

 

Anti-terrorismo e radicalizzazione

Il Parlamento Europeo ha ribadito il suo impegno per combattere la radicalizzazione in una serie di risoluzioni tra il febbraio e il novembre 2015. Per l’UE e i suoi Stati membri è urgente integrare i propri sistemi giudiziari scambiandosi informazioni e ostacolando le attività dei terroristi anche su internet. A questo scopo è prevista una cooperazione più stretta tra le autorità e la società civile degli Stati membri all’interno di una strategia di comunicazione online per contrastare la propaganda, i messaggi che inneggiano all’odio, l’estremismo violento sia nei Paesi arabi che in Europa. Inoltre, il Parlamento incoraggia la Commissione e gli Stati membri a sviluppare una narrativa online che si opponga a quella jihadista lavorando a stretto contatto con le organizzazioni della società civile.

 

Dialogo interculturale e interconfessionale

Nel gennaio 2016 il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione che riguarda il dialogo interculturale, la diversità culturale e l’istruzione, per promuovere i valori fondamentali dell’UE. Si invitano gli Stati membri a portare avanti nuovi studi e sviluppare nuove analisi sulle diverse forme di radicalizzazione. Il Comitato per la cultura e l’istruzione (CULT) ha organizzato incontri sul dialogo interculturale e la prevenzione della radicalizzazione. I membri del Parlamento Europeo sono coinvolti attivamente nel dialogo interconfessionale, per esempio attraverso regolari eventi di alto livello con i capi delle comunità religiose.

 

Altre azioni e iniziative

Per la promozione della pace in Medio Oriente e del dialogo interconfessionale il Parlamento Europeo è coinvolto in numerose attività. Nel 2016 è stato lanciato il programma Young Political Leaders (YPL) e nuove iniziative sono previste per quest’anno nel Maghreb, nei Balcani occidentali e in Turchia, oltre al rinnovato dialogo Israele-Palestina. Il Parlamento si è anche impegnato attivamente nella promozione di diritti umani attraverso il Sakharov Prize for Freedom of Thought e il Sakharov Prize Network (SPN). Fin dalla sua istituzione nel 1988, il premio per un contributo eccezionale alla lotta per i diritti umani nel mondo è stato consegnato a otto persone di Paesi arabi, tra i quali Algeria, Egitto, Libia, Palestina, Arabia Saudita, Siria e Tunisia.

 

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