lunedì, Maggio 17

La Commissione Europea sta varando una politica urgente di rimpatrio migranti Un nuovo piano d'azione è stato varato dall'UE per far ritornare i migranti nei loro Paesi d'origine. Ne parliamo con Sara Prestianni, Coordinatrice ARCI

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L’Europa deve far fronte ad un flusso migratorio senza precedenti, dovuto a fattori geopolitici ed economici e alimentato da trafficanti senza scrupoli, che approfittano della disperazione di persone vulnerabili e della disponibilità all’accoglienza dei Paesi europei, per lucrare su questi traffici. Già in passato l’UE aveva intrapreso molte iniziative per migliorare il suo rapporto con i Paesi di transito del Nord Africa, ma senza risultati, e aveva discusso sulla situazione del rimpatrio migranti. L’Europa non può, però, permettersi un fallimento su questo fronte, e intende stilare una nuova politica per risolvere il problema degli inevitabili rimpatri.

In un articolo pubblicato su ‘The conversation’, e intitolato ‘ Returning migrants to The Gambia: the political, social and economic costs ‘, a firma di Franzisca Zanker, ricercatrice dell’università di Friburgo, viene proposta una possibile politica di rimpatrio per i migranti africani presenti sul territorio europeo.

Nel quadro di partenariato della Commissione europea del 2016, uno dei principali obiettivi è stato quello di aumentare il tasso di redditività dei Paesi di origine e, la settimana scorsa, il Presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, ha annunciato una politica di ritorno più efficace.

La ricercatrice prende come esempio il caso del Gambia, Paese simbolo per il cambiamento democratico, che sta attraversando una difficile fase di transizione, dopo le elezioni affrontate nel dicembre del 2016, che hanno sancito la vittoria di Adama Barrow, leader dell’opposizione, che ha sconfitto il Presidente uscente Yahya Jammeh, dopo più di vent’anni di Governo.
Il giorno seguente alle elezioni, Jammeh ha finto di aver accettato pacificamente la sconfitta, augurando il meglio al nuovo leader, ma pochi giorni dopo ritorna sui suoi passi, rifiutandosi di lasciare la carica e lanciando l’accusa di brogli elettorali. Nonostante il tentativo di opporsi alle elezioni, il 19 gennaio del 2017 Barrow diventa ufficialmente il nuovo Presidente del Gambia.

Data la difficile situazione politica, nel 2016, 11.929 gambiani hanno lasciato l’Africa occidentale per sbarcare in Italia e un gruppo di lavoro sull’integrazione, la migrazione e l’espulsione ha già incontrato il Consiglio europeo per discutere un progetto di accordo sulla politica di ritorno tra l’UE e il Gambia.

Un elemento fondamentale della politica di ritorno è il ruolo che i rimpatriati dovrebbero svolgere dopo essere ritornati nel proprio Paese. Senza un mercato del lavoro fiorente, tale reintegrazione sarà impegnativa e, nel peggiore dei casi, potrebbe portare a conflitti interni fra la popolazione, dato che il tasso di disoccupazione generale è al 29,8% e quello relativo alla disoccupazione giovanile è pari al 38,5%.

Si sta cercando, quindi, di affrontare le varie problematiche inerenti alla migrazione creando posti di lavoro. Ad esempio, sono stati lanciati nuovi progetti di sviluppo nel Gambia, incluso un progetto di raccolta fondi, finanziato dall’UE, di 13 milioni di dollari da investire nel Paese. Questo è un buon inizio, ma il progetto è appena stato lanciato e avrà bisogno di tempo per poter dare i suoi frutti.

Un altro dei problemi da affrontare riguarda la riqualificazione economica che, nei Paesi africani, è fortemente politicizzata e ciò non aiuta i migranti, che hanno bisogno di opportunità concrete per potersi nuovamente ristabilire in patria e, nel caso in cui queste opportunità non si verificassero, ci sarebbe il rischio di una nuova ondata migratoria o la nascita di conflitti interni.

In definitiva, per assicurare una politica di reintegrazione, i migranti dovrebbero essere rappresentati politicamente, affinché possano inserirsi in un contesto economico fiorente. Così facendo, il rimpatrio potrebbe essere più facile da affrontare, altrimenti, ci saranno solo ulteriori migrazioni e una grave perdita di vite umane.

Ma in cosa consiste il piano di rimpatrio della Commissione Europea?

Il vertice di Malta del 3 febbraio 2017 ha sottolineato la necessità di una revisione della politica di rimpatrio dell’UE e la Commissione sta discutendo, oggi, un rinnovato piano d’azione per rendere le procedure di rimpatrio più efficaci.
Le misure proposte dalla Commissione Europea  consistono in azioni pratiche, che dovrebbero avere un impatto immediato nei Paesi di transito, ed includono: il miglioramento del coordinamento tra i servizi e le autorità coinvolte nel processo di rimpatrio in ciascuno Stato membro; l’eliminazione delle inefficienze mediante la riduzione dei termini per i ricorsi; l’emissione di decisioni di rimpatrio senza data di scadenza; la possibilità di valutare le domande di asilo con procedure accelerate; il trattenere le persone che lasciano intendere di non voler ottemperare alla decisione di rimpatrio che li riguarda, autorizzando la partenza volontaria solo se necessario e se l’interessato ne fa richiesta; l’istituzione di programmi di rimpatrio volontario assistito e l’adeguata divulgazione delle informazioni sul rimpatrio volontario.
Le azioni proposte dall’UE prevedono, inoltre, l’assegnazione di fondi agli Stati membri destinati alle attività nazionali in materia di rimpatrio; il pieno sostegno ai Paesi europei tramite l’Agenzia europea della Guardia di frontiera e costiera, che dovrà potenziare l’assistenza pre-rimpatrio e istituire un meccanismo di voli commerciali per finanziare i rimpatri e il superamento delle difficoltà per concludere rapidamente i negoziati, relativi agli accordi di riammissione, con la Nigeria, il Gambia, la Tunisia, la Giordania, cercando di coinvolgere anche il Marocco e l’Algeria.

E l’Italia che ruolo occupa in questo contesto internazionale?
La strategia del Governo italiano e quella dell’UE, che sono assolutamente in linea nel tentativo di ridurre i flussi migratori presenti nelle nostre coste, si concentra in quella che è ufficialmente definita come ‘politica dell’esternalizzazione’, ovvero una trattativa con i Paesi d’origine e transito, affinché si impegnino a bloccare le frontiere e affinché accettino il rimpatrio dei cittadini indesiderati sul territorio europeo e che, ad oggi, si concentra sia sui Paesi di prima frontiera, come Libia, Tunisia, Egitto, sia nei secondi Paesi di transito, presenti nella fascia sahariana, come Niger e Sudan ”, ci dice Sara Prestianni, Coordinatrice del progetto ‘externalisation policies watch’ (ARCI).
La politica del Governo italiano si basa, inoltre, « su tre principali linee d’intervento, che si possono riassumere con i termini ‘investing’, ‘protecting’ e ‘valuing’. Occorre, infatti, investire nei Paesi di origine e transito, proteggere i rifugiati e i migranti più vulnerabili e valorizzare gli aspetti positivi e i benefici che possono derivare dalle migrazioni» ha dichiarato il Vice Ministro degli affari esteri, Mario Giro, in occasione del Festival della Diplomazia 2017.
Beatrice Covassi, Capo della rappresentanza italiana della Commissione Europea, a margine della sua partecipazione al Festival della Diplomazia 2017, ha dichiarato: «abbiamo fatto quest’anno un tour per evidenziare le buone pratiche del nostro Paese, soprattutto al sud, e per vedere effettivamente quali sono i modelli che sono anche replicabili per l’integrazione dei migranti. Abbiamo un nuovo piano integrazione varato dal Governo vediamo poi in pratica come questo si articolerà sul territorio».
Inoltre, un aspetto della politica del Governo italiano mira al cosiddetto ‘rimpatrio volontario assistito’. Già circa 5000 persone hanno scelto di far ritorno a casa, utilizzando lo strumento del rimpatrio volontario assistito. Di fatto, il piano dovrebbe prevedere un aiuto di circa 3000 euro a migrante per i rientri e 500 euro in più per il biglietto aereo. Una volta nel loro Paese d’origine sarà l’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) ad assisterli con finanziamenti o assistenza per l’apertura di un’attività commerciale. Però, questo strumento può essere fornito, solamente, ai richiedenti asilo la cui domanda non ha avuto successo, agli immigrati in difficoltà, agli studenti, alle vittime della tratta e ad altri migranti che non desiderano o non possono rimanere nel Paese di accoglienza e che si offrono per ritornare nei loro Paesi di origine.
” Ovviamente, uno degli obiettivi è quello di aumentare i rimpatri, raggiunto in parte nel 2016, e l’Italia resta uno degli ultimi Paesi che pratica rimpatri, e il tentativo fatto dall’Europa è quello di rinforzare i rimpatri attraverso la firma di accordi di ammissione e riprendere quello che era uno strumento considerato dalle ONG obsoleto, come la detenzione amministrativa, e svilupparlo su tutto il territorio europeo ”, continua Prestianni.
Ma quali difficoltà sta incontrando il nuovo piano di rientro dell’UE?

Sono molti gli ostacoli che si possono incontrare, ad esempio, per quanto riguarda il ritorno volontario assistito. In particolare, il ritorno non è realizzabile nei casi in cui, nel Paese d’origine, permanga una di queste condizioni: l’impossibilità per le autorità consolari di identificare i propri cittadini e di predisporre la documentazione necessaria per permettere loro il viaggio di ritorno; il permanere della situazione di conflitto e, quindi, l’instabilità e la violazione dello stato di diritto; il pericolo di aggressione fisica per il potenziale beneficiario e per i suoi familiari e il rischio della sua discriminazione o emarginazione.
Ma non solo, secondo una stima della stessa Commissione Europea, le persone da rimpatriare sono oltre un milione e, in alcuni casi, mancano accordi tra l’Unione e i Paesi di transito, soprattutto quelli del Nord Africa. Là dove questi accordi non esistono, non si può neanche garantire la sicurezza dei migranti, elemento imprescindibile secondo le leggi internazionali.
Per questo motivo, si dovrebbero concludere rapidamente i negoziati relativi agli accordi di ammissione con i Paesi dell’Africa coinvolti, come il Gambia, Nigeria, Tunisia e Giordania, e velocizzare le pratiche di rimpatrio.

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