sabato, Settembre 18

La classifica dei 5 sponsor più ridicoli della COP21

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Per l’organizzazione della COP21, la conferenza sul clima che avrà termine l’11 Dicembre, che si tiene a Parigi, dove il compito dei leader mondiali è quello di trovare soluzioni al cambiamento climatico, le sostanziose spese ammontano a circa 170 milioni di euro. Il grande controsenso riguarda la richiesta di finanziamenti ad aziende private che di ecologico hanno ben poco. Lo stato francese si è rivolto alle multinazionali dell’energia e alle banche, passando per i trasporti, ecco la classifica al greenwashing. Spieghiamo perché EDF, BNP o Ikea non hanno niente di ecologico e di conseguenza suscitano dubbi e domande sul vero scopo di questa COP21.

Diverse associazioni hanno denunciato la partecipazione di imprese inquinanti alla conferenza sul clima. Per evidenziare i loro impegni contraddittori, varie ONG, tra cui l’Osservatorio delle multinazionali, e la Corporate Europe Observatory (ONG Belga) e ATTAC (Associazione Per La Tassazione Delle Transazioni Finanziarie E L’aiuto Ai Cittadini) hanno congiuntamente rilasciato il ‘Lobby Planet Parigi COP21′, una guida ai lobby economici che cercano di influenzare la conferenza sul clima.

 

EDF e Engie

Perchè Engie e EDF sostengono la COP21? A causa del suo CEO, Gerard Mestrallet si espone in un discorso che assomiglia a quello di un attivista ambientalista della prima ora: «Questa è soprattutto una questione di convinzione personale. Io non faccio parte degli scettici del clima, e ho l’assoluta certezza che il riscaldamento globale potrebbe portare a un disastro e danneggiare in modo permanente l’equilibrio sulla superficie della Terra».

Ha dimenticato di dire che la multinazionale intraprende attualmente un’esportazione massiccia di gas attraverso shale in sei diversi Paesi. Tuttavia, anche se questo gas è definito ‘pulito’ in sé, la sua estrazione rilascia il 30 per cento di metano in più rispetto all’estrazione di gas tradizionale: questo componente chimico (CH4) è da 34 a 86 volte più inquinante, in termini di ritenzione del calore, dell’anidride carbonica. Solo il 4 per cento della produzione di Engie si basa su fonti rinnovabili.

EDF e Engie detengono 46 centrali alimentate a carbone in tutto il mondo, che emettono 151 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno, superando le emissioni annue del Belgio. Nonostante entrambe le società si siano impegnate a sviluppare energia ecosostenibile, la loro produzione dipende principalmente da combustibili nucleari o fossili (gas, carbone e petrolio). Inoltre, alla base di questo impegno per l’energia verde, Engie dipende da enormi dighe idroelettriche e distruttive, come la mega-diga di Jirau in Amazzonia: minacciando di distruggere vaste aree di terra da cui dipende la sopravvivenza di numerosi popoli indigeni. Un vero e proprio disastro ambientale e umano che ha portato alla distruzione dei mezzi di sussistenza delle comunità locale, lo spostamento di popolazioni, la deforestazione e numerosi casi di lavoro forzato.

 

Renault-Nissan, il dipendente del petrolio

Il costruttore automobilistico Renault-Nissan è una delle imprese di trasporto considerata ‘green’ dagli organizzatori della COP21. L’azienda è lieta di aver intrapreso «una svolta elettrica», afferma regolarmente il suo leader, Carlos Ghosn. Dal 2010, ha venduto 200.000 auto elettriche.

Cosa dimentica di dire: secondo l’Agenzia per l’Ambiente e la Gestione dell’Energia (ADEME), la fabbricazione delle batterie emette così tanto CO2 che per essere ammortizzato ogni auto elettrica dovrebbe percorrere dai 50 ai 100 mila km prima di iniziare a produrre meno CO2 rispetto ad un’auto tradizionale.

In questo periodo, la società mostra un record di 8,5 milioni di auto vendute nel 2014 (dato che supera in modo esponenziale le cifre dello scorso anno). Un dato lievitato dalle vendite in Nord America ed in Europa occidentale. Secondo cui, la buona vecchia benzina dovrà aspettare molti anni prima di andare in pensione, dunque il riscaldamento globale non è solo colpa dei cinesi.

 

BNP Paribas, la banca che preferisce le miniere

La banca afferma «ricercare e lottare fino in fondo contro il cambiamento climatico», attraverso un programma di sponsorizzazione denominato ‘Climate Initiative’, finanziato per la somma di 3 milioni di euro su 3 anni. Afferma di investire internamente «controllando l’impatto della nostra attività sull’ambiente». Ha anche creato il Comitato direttivo sui cambiamenti climatici, il cui obiettivo è niente di meno che «sostenere la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio».

L’unico problema che hanno omesso è che la BNP Paribas è una banca popolare … ma soprattutto nel settore minerario. Tra il 2005 e il 2014, ha investito 10,8 miliardi di euro nell’estrazione di carbone secondo l’ONG BankTrack. Non esattamente una risorsa rinnovabile. La BNP è la «prima banca francese in termini di finanza per progetti ad energia fossile» e arriva settima nelle «prime 15 banche per il fossile al livello internazionale», secondo un rapporto firmato da Oxfam Francia.

La banca BNP avrebbe finanziato più di 15 miliardi di euro investiti nell’ estrazione di carbone e petrolio, il che si traduce con l’emissione di 1,36 miliardi di tonnellate di gas CO2 al’anno, lo stesso livello del Giappone. «La banca è anche una delle più coinvolte nel finanziamento delle centrali elettronucleari (13,5 miliardi di euro tra il 2000 e il 2009)», si puo leggere nel Lobby Planet.

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