venerdì, Settembre 24

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cambodia proteste

Dopo diverse settimane di proteste, il 4 gennaio scorso in Cambogia la Polizia ha aperto il fuoco sulla folla composta dagli operai del settore abbigliamento e tessuti. Almeno quattro di essi sono rimasti uccisi colpiti da arma da fuoco ed almeno altri 22 sono feriti a seguito dell’azione di repressione da parte dell’Esercito nella Capitale Phnom Penh, nel terzo e peggiore dei giorni di scontri che sono seguiti a settimane d’azione di protesta contro il Governo. Altri scontri si sono verificati in altri Distretti nei dintorni della Capitale, dove si raggruppano le maggiori presenze di complessi industrialie  fabbriche, una stazione di polizia è stata data per incendiata dai manifestanti. Il settore dell’abbigliamento, in Cambogia, coinvolge il lavoro di almeno 500mila persone ed assomma un controvalore di fatturato intorno ai cinque miliardi di dollari USA. La scorsa settimana il Ministero del Lavoro ha fissato ufficialmente a 95 Dollari USA il salario mensile medio, ben lontano da quanto chiesto dai Sindacati, i quali avevano richiesto 160 Dollari USA. Subito dopo s’è avviata la lunga serie di scioperi.

In questo scorcio di tempo a cavallo tra la fine del 2013 e gli inizi del 2014, in varie parti d’Asia sono scoppiate rivolte popolari con un unico comune denominatore: si tratta di rivolte sociali condotte da fette di intere popolazioni asiatiche letteralmente oppresse e schiavizzate dai processi produttivi imposti dalle multinazionali. Sono vaste moltitudini di esseri umani tenute ai confini del Diritto del Lavoro e dei Diritti civili e che oggi reclamano elementi o fattori civilmente condivisi che nei Paesi a sviluppo avanzato si ritengono acquisiti da tempi così lunghi da immaginare siano connaturati col modo di produrre così come inteso in senso capitalistico. Così facendo i cittadini delle Nazioni evolute dimenticano lo stridor di denti e le grida di dolore che nei Secoli, attraversando le pagine dove si raccontano le vicende di Oliver Twist e quelle di David Copperfield, si sono sprigionate dagli ingranaggi prima meccanici poi elettronici dello sviluppo capitalistico.

E’ venuto il momento delle proteste scoppiate violente e disperate in Bangladesh, un Paese funestato da indicenti gravi e gravissimi dove il lavoro terziarizzato secondo direttive che giungono dall’estero si è fatto sempre più disumano, popolato di occhi che si agitano nella semioscurità di palazzi, case e stabilimenti che sono la depandance di fabbriche via via rimpicciolite se non chiuse del tutto in Occidente. Poi è venuto il momento della Thailandia dove si commetterebbe un errore di non lieve entità se si restringesse quel che sta accadendo in questi ultimi tempi nella Capitale Bangkok, nelle sole vicende che caratterizzano l’agone politico thailandese, dove una Democrazia matura stenta da lungo tempo a formarsi. In Thailandia, infatti, tra sostenitori ‘democratici’ di Suthep ed il movimento delle ‘Magliette Rosse’ che appoggiano la Premier Yingluck Shinawatra è in atto uno scontro tra due fasce di popolazione thailandese, da una parte i ‘democrats’ che raccolgono le élites, i cittadini abbienti e ben acculturati e dall’altra parte le fasce popolari, soprattutto quelle che provengono dal contesto rurale, alle quali la famiglia Shinawatra ha regalato il sogno di un ‘New Deal’ tutto thailandese. Nel mezzo si decidono le sorti dell’economia, sempre in bilico tra la conquista definitiva del successo internazionale e l’abisso della recessione incontrollata e non-governata.

Ora giunge il momento della Cambogia. La rabbia è anche in questo caso scoppiata in modo deflagrante e tutto ciò non giunge nemmeno in modo inaspettato, lo stesso Primo Ministro Hun Sen aveva più volte lanciato segnali ed avvertimenti, in questa direzione, sottolineando che si era lasciato correre troppo finora e che si era sull’orlo della violenza popolare. Ora le Forze dell’Ordine cambogiane si trovano davanti una situazione parecchio difficile da fronteggiare. Le masse scese in strada sono state più volte disperse ma è profondamente ingenuo credere che tutto sia stato risolto e che lo status quo possa tornare semplicemente in auge, come se nulla fosse accaduto. Non solo le opposizioni politiche si sono coalizzate ma qui, stavolta, ci sono soprattutto le fasce popolari sottopagate e sfruttate dell’industria dell’abbigliamento a digrignare i denti con rabbia, un settore quindi assolutamente strategico nell’economia e nella vita dell’intera Nazione.

Gli uomini di Potere in Cambogia che governano più o meno ininterrottamente da 30 anni circa, questa volta non possono seguire il basso istinto politico basato sul pugno di ferro sferrato contro il proprio popolo, soprattutto in questo frangente storico, dove le masse stanno via via acquisendo una differente e più lucida coscienza di sé, come dimostrato –tra altri- proprio dal vicino d’area geografica, ovvero, la Thailandia. Le masse, insomma, appaiono sulla scena sociale delle proprie Nazioni in Asia, hanno varcato lo stargate temporale che le divideva dalle consorelle occidentali e quindi si sta verificando un punto di svolta del quale coloro che governano, anche in Cambogia, ora dovranno tenere conto attentamente. Un altro fattore di cambiamento è la comparsa sulla scena sociale cambogiana dei giovani e dei giovanissimi, entità di popolo che -fino a non molto tempo fa- era quasi priva di identità sociale. Oggi, però, questa fetta rilevantissima di popolazione ‘pesa’ non solo come carne da macello da immettere nel tritacarne dei processi di lavoro disumanizzanti e disumani ma -attraverso l’istruzione, il web e i social networks- oggi ha preso coscienza del proprio ruolo e del ‘peso’ nelle scelte strategiche nazionali e complessive.

Dopo il colpo di stato del 1970 che depose il Re Norodom Sihanouk, la Nazione cambogiana ha sopportato due decenni di grave sofferenza dove proprio la popolazione rurale ha subìto le più nefande conseguenze, i bombardamenti a tappeto degli americani durante la guerra civile, il genocidio perpetrato durante il regime dei Khmer rossi sostenuti dalla Cina e l’invasione vietnamita sostenuta invece dall’Unione Sovietica. Successivamente, le fasce di popolazione rurale hanno dovuto anche sostenere gli espropri terrieri attuati da una classe politica ed una casta di burocrati corrotti dove soprattutto investitori cinesi e vietnamiti hanno tratto i maggiori vantaggi. Ora c’è un grande lavoro da fare per creare armonia sociale e politica, Hun Sen deve prendere atto del messaggio politico che gli è arrivato durante le elezioni generali dello scorso anno dove le opposizioni guidate da Sam Rainsy hanno reclamato varie zone d’ombra, così come i segnali che sono giunti da parte della popolazione nel periodo post-elettorale. Secondo gli osservatori di cose cambogiane, oggi Hun Sen non dovrebbe badare solo a rafforzare il Partito del Popolo ma dovrebbe anche coinvolgere le opposizioni nel contenere meglio le tensioni sociali ed avviare finalmente una reale camopagna di riforme soprattutto contro la corruzione diolagante, nel rinfrescare ed ammodernare il sistema scolastico che ne ha grandemente bisogno e quindi irrobustire il senso di fiducia nei potenziali investitori.

 

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