sabato, Settembre 18

La Cina tra riserve strategiche e speculazioni Pechino accumula riserve strategiche per pararsi dalle fluttuazioni del Medio Oriente. Ne deriva un gioco di prezzi.

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Nel 2009 la Cina ha superato gli Stati Uniti diventando il primo consumatore di energia al mondo; lo scorso anno il sorpasso cinese è avvenuto per le importazioni di petrolio, con uno scarto tra consumo e produzione di 6,3 milioni di barili al giorno. E’ l’altra medaglia della vertiginosa crescita cinese, quella che Pechino considera una ‘debolezza’ dal punto di vista strategico. Mentre i fornitori energetici del Medio Oriente fluttuano tra periodiche crisi politiche e fiammate terroristiche, gli Stati Uniti -con una popolazione un terzo di quella cinese eppure ancora primi consumatori di petrolio e altri combustibili liquidi- si stanno lentamente affrancando dalla schiavitù dell’import. Se è vero che le esportazioni di greggio a stelle e strisce sono ancora limitate, la crescita della produzione nazionale ha già fatto calare le importazioni dall’Africa Occidentale, Europa e altre regioni. Allo stesso tempo il boom registrato negli Usa dall’olio di scisto ha depresso i prezzi e sta costringendo i produttori a concedere nuovi sconti per non perdere quote di mercato.

Da parte sua la Cina, che acquista all’estero quasi la metà dell’oro nero che utilizza, sta cercando di risolvere la sua dipendenza da fornitori esterni accumulando riserve strategiche. Un meccanismo cominciato un decennio fa e che sta avendo ripercussioni a livello mondiale. Stando ai media statali, entro il 2020 la Cina dovrebbe riuscirà a mettere da parte un quantitativo sufficiente a tagliare 100 giorni di importazioni, che ai ritmi attuali corrisponde a minimo 600 milioni di barili di greggio. Al momento, il Dragone importa ed estrae più crudo di quanto non ne raffini, fattore che, in assenza di dati ufficiali, ha comunque permesso all’IEA (International Energy Agency) di tirare un bilancio approssimativo. Pare che nel secondo trimestre del 2014 il programma Strategic Petroleum Reserve abbia assorbito il 12% delle importazioni effettuate dal Dragone, per scorte comprese tra i 120 milioni e 260 milioni di barili.

Come fa notare il ‘Wall Street Journal’, tale sistema sembrerebbe spiegare almeno parzialmente perché dal 2010 a oggi i prezzi del petrolio sono scesi solo raramente sotto i 100 dollari al barile. E’ quello che in gergo tecnico si chiama contango: si compra quando il prezzo è più basso e si vende quando sale. Funziona bene finché i costi di deposito rimangono abbastanza convenienti.

Se per il momento il greggio domina le scorte cinesi, lo scorso anno si era ipotizzata addirittura l’introduzione di prodotti petroliferi per rispondere all’interruzione di approvvigionamenti sul breve termine. Ma le prospettive per il futuro sono ricche di incognite. Gli analisti ritengono che la Cina potrebbe non riuscire a trovare sufficiente spazio per continuare le operazioni di stoccaggio con la velocità mantenuta sino a oggi. La svolta potrebbe venire dal mare. Secondo quanto riportato giorni fa dalla ‘Reuters’, Unipec, sussidiaria del colosso statale cinese Sinopec, avrebbe ingaggiato la petroliera più grande del mondo: TI Europe, lunga 380 metri e con una capacità di 3,2 milioni di barili, è una tra le poche ULCC (Ultra Large Crude Carrieres) ancora in servizio. Fu costruita una decade fa insieme ad altre tre per l’operatore Tankers International LLC; due sono ormai adibite a tempo pieno ad operazioni di stoccaggio. Stando ad alcune fonti dell’agenzia britannica, Unipec starebbe pensando di trasferire e conservare petrolio europeo a bordo dell’ULCC in acque singaporiane. Una manovra che conferma il ruolo leader delle società statali cinesi a livello mondiale, già suggerito dallo sbarco di Unipec e PetroChina in hub prestigiosi quali Londra e Singapore.

Da luglio diversi operatori petroliferi di fama internazionale, come BP Chevron e il gigante svizzero del trading di commodities Mercuria, stanno accumulando riserve in Sud Africa o in petroliere al largo delle coste asiatiche. «Crediamo che 50 milioni di barili di petrolio stiano ‘galleggiando’ tra Saldanha Bay (Sudafrica, ndr) e l’Asia, il livello maggiore dall’ultimo picco del 2008/09», ha riferito alla ‘Reuters’ Energy Aspects, agenzia di consulenza con base a Londra. Si tenga presente che all’apice della recessione, i depositi furono gonfiati fino a un massimale di 200 milioni di barili pur di ammortizzare il crollo della domanda. Ma quando nell’estate del 2008, appena prima del crollo dei mercati finanziari, i prezzi toccarono i 145 dollari al barile, la Cina non aveva che una capacità di stoccaggio di 100 milioni di barili. Le navi iniziarono ad affermarsi come il mezzo privilegiato per conservare ‘oro nero’ grazie ad una riduzione dei costi di noleggio. Alcuni anni dopo COSCO, il colosso della navigazione di proprietà di Pechino siglò un accordo da 2,3 miliardi di dollari con Greek Shipyard Pireaus per l’acquisto di 20 navi cargo. Brightoil, società cinese istituita nel 2009, ha subaffittato 100mila tonnellate di capacità a largo di Singapore e 450mila nel Sud della Cina con l’intento di divenire leader regionale nel settore. Nel gennaio 2010, Pechino cominciò ad acquistare più petrolio di quanto non ne necessitasse per il suo fabbisogno mensile. Al tempo, i margini nel mercato dei futures erano tali che comprando ‘oro nero’ a 80 dollari al barile era possibile ricavare 5 dollari di profitti per barile semplicemente lasciandolo in mare per tre mesi. La Cina ha fiutato l’affare e nel 2012 aveva già raggiunto una capacità di stoccaggio di 12 settimane, in linea con la media OCSE di 60-90 giorni.

Ma le cose potrebbero volgere al peggio per chi -grazie alle scorte cinesi- ha guadagnato dalla stabilizzazione dei prezzi. I colossi petroliferi cinesi hanno apportato una sforbiciata sulla capacità di raffinazione prevista per il prossimo anno; fattore che potrebbe disincentivare l’accumulo di riserve strategiche, dato che la maggior parte del greggio importato va a finire proprio nell’industria della raffinazione. E il binomio domanda debole-provviste in abbondanza rischia di tradursi in una flessione dei prezzi sui mercati internazionali.

 

 

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