martedì, novembre 13

La Cina tra Apple e Trump I dazi al centro della nuova diatriba tra il gruppo di Cupertino e la Casa Bianca

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Nei giorni scorsi, la divisione della Apple che si occupa di pubbliche relazioni ha inviato una lettera all’Office of Us Trade Representative per notificare che i dazi imposti dall’amministrazione Trump su una serie di prodotti cinesi potrebbero verosimilmente provocare un rincaro del prezzo finale della società fondata da Steve Jobs, a partire dall’Apple Watch, dalle cuffie AirPods e dai nuovi iPhone. Nello specifico, «la nostra preoccupazione – recita la missiva – è che Apple risulterà la compagnia maggiormente colpita dalle misure tariffarie varate recentemente dal governo. Il che potrebbe provocare un rallentamento della crescita economica del Paese, con forti ripercussioni sulla sua competitività […] Le tariffe equivalgono a una tassa addizionale che attinge direttamente alle tasche di moltissimi consumatori, dal momento che un numero molto elevato di clienti fa affidamento sui prodotti Apple nella propria vita quotidiana». L’auspicio della società di Cupertino è quindi che Trump e i sui collaboratori riflettano sull’utilità dei dazi e «riconsiderino la politica tariffaria che hanno adottato a favore di altre soluzioni maggiormente efficaci, in grado di rendere l’economia statunitense più solida e vicina agli interessi dei consumatori».

La reazione della Casa Bianca alle osservazioni di Apple è riassunta nelle parole di Donald Trump, che in uno dei suoi soliti tweet ha esortato senza mezzi termini a ritrasferire gli impianti produttivi negli Stati Uniti per sottrarre le proprie merci al regime tariffario. «I prezzi della Apple potrebbero davvero aumentare a causa delle pesanti tariffe che stiamo imponendo alla Cina – ma esiste una soluzione molto semplice che permetterebbe alla società di risolvere il problema. Producete negli Stati Uniti piuttosto che in Cina. Cominciate a costruire stabilimenti fin da ora», ha twittato il presidente.

Per l’attuale amministrazione, convincere le imprese operanti nei settori ad alta tecnologia a tornare a produrre negli Usa costituisce uno dei principali obiettivi politici, poiché delocalizzando i complessi industriali verso la Cina, esse si erano dovute conformare a un regime legislativo che le obbliga a condividere con le aziende cinesi – in moltissima casi a forte partecipazione statale – le loro tecnologie in cambio dell’accesso all’immenso mercato dell’ex Celeste Impero. La prima mossa per contrastare l’avanza cinese nel campo dell’hi-tech ha consistito nel potenziamento del del Committee on Foreign Invertment in the United States (Cfius), l’agenzia incaricata di esaminare e bloccare gli investimenti stranieri nel caso in cui attentassero alla sicurezza nazionale Usa di cui Trump mira a servirsi sia come punta di lancia del suo ‘arsenale protezionistico’ che come strumento utile a bloccare l’export di tecnologie sensibili. È proprio questo il canale che, secondo gli esperti statunitensi, avrebbe permesso alla Cina di impossessarsi di segreti industriali Usa.

Ora, Washington intende portare a termine il lavoro rendendo di estremamente vantaggioso per le imprese della Silicon Valley riportare negli Usa sia gli stabilimenti produttivi che la sede fiscale. Un obiettivo, quest’ultimo, che è stato in buona parte conseguito con la radicale riforma fiscale introdotta pochi mesi addietro, a cui la Apple si è puntualmente adeguata assumendo l’impegno a rimpatriare oltre 260 miliardi di dollari di fondi parcheggiati all’estero come ‘acconto’ rispetto a un ammontare ben più consistente che dovrebbe essere riportato negli Usa in un secondo momento. La svolta operata dalla società californiana è dovuta essenzialmente al fatto che il nuovo regime fiscale le ha consentito di risparmiare non meno di 43 miliardi di dollari di imposte che avrebbe dovuto invece versare con le precedenti norme tributarie. La Casa Bianca, dal canto suo, non ha mancato di rivendicare il merito dell’affare; non a torto, con ogni probabilità, visto e considerato che nel corso degli anni precedenti i vertici della società californiana avevano più volte ripetuto che il rimpatrio dei capitali della Apple non sarebbe mai avvenuto in assenza di una consistente modifica del regime fiscale Usa, e che lo stesso amministratore delegato Tim Cook era comparso dinnanzi a una commissione senatoriale per difendere l’approccio della compagnia in materia di fiscalità.

Per rasserenare i rapporti con l’amministrazione Trump, la stessa Apple si era spinta a promettere un piano di investimenti da 350 miliardi di dollari che, stando alle dichiarazioni dei portavoce dell’azienda, dovrebbe portare alla creazione di circa 20.000 posti di lavoro, alla costruzione di un campus, e allo stanziamento di fondi per il finanziamento di progetti legati alla ricerca.

Ora, con l’introduzione dei dazi contro una serie di merci fabbricate in Cina, sulla relazione tra Apple e Casa Bianca sono tornate ad addensarsi nubi di entità piuttosto notevole.

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