martedì, Settembre 21

La Cina riparte da Shenzhen field_506ffb1d3dbe2

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«In ricordo del compagno Deng Xiaoping, da Li Keqiang». Una ghirlanda di fiori giace ai piedi della statua in bronzo del Piccolo Timoniere, in cima alla montagna Lianhua, a Shenzhen, nella provincia meridionale del Guangdong. E’ il tributo del Premier Li Keqiang al padre delle riforme che hanno permesso alla Cina di diventare la seconda economia del mondo. Quelle riforme la dirigenza cinese le sta ancora ritoccando ma promette di portarle a termine. E la scelta di Shenzhen come prima missione di Li Keqiang per il nuovo anno dovrebbe servire a garantire l’impegno preso in un momento in cui lo stato di salute dell’economia nazionale è quantomai incerto. Per i leader cinesi, Shenzhen continua a mantenere la funzione di laboratorio delle alchimie economiche da estendere al resto del Paese. Non a caso, appena assunto l’incarico di Segretario generale del Partito e non ancora Presidente, Xi Jinping scelse proprio la metropoli del sud come sua prima visita ufficiale fuori dalla capitale. Era la fine del 2012; il Terzo Plenum del Partito e l’annuncio di «riforme senza precedenti» erano ancora di là da venire, ma i nuovi ‘imperatori rossi’ erano già ben determinati a ridare slancio al ‘miracolo cinese’. Addirittura a renderlo un ‘sogno’.

Dopo essere rimasta per secoli un villaggio di pescatori, nel 1980, Shenzhen fu inserita nel grande esperimento delle Zone economiche speciali di Deng Xiaoping, divenendo una delle prime porte d’accesso del capitalismo in Cina. A Shenzhen Deng ritornò nel 1992 durante il suo viaggio al sud finalizzato a raccogliere consensi a livello locale per rilanciare le riforme, dopo lo stallo innescato dai fatti di Tian’anmen. Nel corso dell’amministrazione successiva, nel 2010, l’allora Premier Wen Jiabao si recò a sua volta nella megalopoli del sud-est per celebrare il 30esimo anniversario dalla fondazione della Zona economica speciale. Qui, pronunciandosi in un controverso discorso, sentenziò che «senza la salvaguardia delle riforme politiche, i frutti delle riforme economiche si perdono e lo scopo della modernizzazione non si materializza». Come a voler correggere il tiro, circa due settimane dopo, l’ex Presidente Hu Jintao confermò l’urgenza di ‘riforme politiche’ aggiungendo tuttavia che esse debbono conservare «caratteristiche cinesi». Da allora, gli appelli alla realizzazione di riforme politiche (zhengzhi tizhi gaige) -almeno come le intendiamo noi occidentali- sono rimasti lettera morta. Secondo il China Media Project dell’Università di Hong Kong, alla fine del 2014 la ricorrenza del termine zhengzhi tizhi gaige sui media ufficiali di Partito ha raggiunto il suo punto più basso in sette anni.

Penso che la domanda non sia tanto perché Li abbia deciso di andare nel Guangdong proprio ora, quanto piuttosto perché ci sia rimasto così tanto tempo (tre giorni, ndr)“, ci dice Kerry Brown, politologo nonché Direttore del Chinese Studies Centre presso l’Università di Sydney. “Shenzhen ha un significato simbolico molto forte; è uno dei luoghi sacri delle riforme economiche e tutti i leader vi si recano per seguire le orme di Deng Xiaoping. A differenza di Wen Jiabao, però, Li non è andato a Shenzhen per sostenere le riforme politiche o addirittura per parlare di un qualche tipo di democratizzazione. Quindi, almeno su questo punto mi sento di dire che la leadership sembra abbastanza coesa. Ma le cose potrebbero cambiare e in fretta“.

Gli esperti sono piuttosto concordi nel ritenere la visita del Primo Ministro finalizzata a raccogliere consensi da parte delle amministrazioni locali, quelle più affezionate al vecchio sistema dei vested interest e ricalcitranti davanti alle riforme. Per Peng Peng, senior researcher presso l’Accademia delle scienze sociali di Guangzhou, in un momento di rallentamento della locomotiva cinese, occorre rassicurare l’opinione pubblica che la crescita dell’economia non finirà per dominare nuovamente l’agenda politica a discapito delle riforme.

 

Parola d’ordine: ‘innovazione’

Nel corso della sua trasferta, il Premier ha voluto sottolineare l’importanza dell”innovazionecome nuova «forza motrice dell’economia», sopratutto per quanto riguarda l’high-tech e l’industria creativa. Parole che trovano conferma nella visita del Premier al quartier generale di Webank, la prima banca cinese interamente online lanciata da TenCent, l’operatore della piattaforma di messaggistica istantanea WeChat che nel luglio scorso aveva ottenuto, assieme ad altri quattro istituti di credito privati, l’approvazione da parte della China Banking Regulatory Commission, l’authority cinese del settore. La nuova banca ha costi nettamente inferiori rispetto a quelli degli istituti tradizionali ed è pensata sopratutto per prestiti di entità ridotta a privati e piccole imprese. Tra le mete raggiunte da Li compaiono anche il Guangdong Eletrict Power Design Institute, il colosso delle telecomunicazioni Huawei, e il meno noto Chaihuo Makerspace, centro creativo portato avanti da giovani menti brillanti, entrambi gli ultimi due con base a Shenzhen.

Mentre i costi del manifatturiero si fanno più gravosi, il gigante asiatico mira ad accrescere la propria competitività nell’economia high-tech, dal settore agricolo a quello farmaceutico. Da qui la promessa di triplicare il numero dei brevetti entro il 2020, rispetto ai 629.612 del 2013. «La Cina ha bisogno di iniziative innovative se vuole mantenere una crescita stabile e relativamente veloce», ha scandito il Primo Ministro in occasione della cerimonia di premiazione dei maggiori scienziati del Regno di Mezzo, tenutasi il 9 gennaio a Pechino. Il messaggio si carica di ulteriori sfumature se si considera che, in Cina, ‘innovazione’ fa sempre più rima con ‘startup’. A luglio, Pechino aveva approvato un mini-stimolo per le micro-imprese attenuando la pressione fiscale sulle aziende con un fatturato inferiore ai 20mila yuan; quelle sulle quali la leadership conta di più per creare nuovi posti di lavoro. Si era anche parlato di incentivi alle banche affinché concedano prestiti alle piccole società, nonostante rappresentino un cliente meno attendibile rispetto alle vecchie aziende di Stato. “Sembra che a Shenzhen il Premier abbia voluto dare maggior risalto al settore non-statale ora che il privato sta assumendo via via maggior peso da quando si è tenuto il Terzo Plenum sulle riforme, alla fine del 2013” ci spiega Brown, “Ma non vi è un cambiamento essenziale tra la visita di Li e quella di Xi in termini di appoggio alle SOEs (State-Owned Enterprises) o alle compagnie private. Nel complesso, i due settori vengono tenuti a galla o affondati a seconda del loro rendimento nell’economia nazionale“.

La Cina sta cercando di trovare il giusto equilibrio tra una crescita economica stabile e una ristrutturazione del proprio paradigma di sviluppo all’insegna di una ‘nuova normalità‘. Il concetto elaborato dal Presidente cinese Xi Jinping lo scorso anno e preso in prestito dal fondo obbligazionario californiano Pacific Investment Management Co., prevede il passaggio da una crescita ad alta velocità ad una crescita a velocità medio alta. La ‘nuova normalità’ si contrappone ai numeri macinati nel trentennio tra il 1978 e il 2013, quando la crescita ha raggiunto un picco dell’11,5% nel periodo 2003-2007. Il gigante asiatico si è lasciato alle spalle un anno complesso caratterizzato dalla peggior performance dal 2009, l’annus horribilis della crisi finanziaria mondiale. Complici il rallentamento dell’immobiliare, l’instabilità delle esportazioni una domanda interna debole. Secondo gli economisti, nel 2015 il Pil cinese si espanderà del 7%, contro il 7,3% del terzo trimestre del 2014, mentre le previsioni per il primo trimestre dell’anno sono del 6,8%.

Nonostante la crescita del Pil a tutti i costi non sia più un’ossessione, la dirigenza cinese teme che un eccessivo rallentamento si possa tradurre in un innalzamento del tasso di disoccupazione. Una crescita sotto il 7% comporterebbe un serio rischio in termini di posti di lavoro, andando ad aggravare possibili effetti collaterali derivanti dalla nuova ondata di ristrutturazione e privatizzazione delle aziende statali. La ricetta di Pechino prevede riforme strutturali, dall’apertura di nuove zone di libero scambio allo snellimento della pubblica amministrazione, passando per l’incoraggiamento delle piccole imprese. L’obiettivo centrale è quello di abbandonare il modello di sviluppo trainato dagli investimenti (che contano per circa la metà del Prodotto interno lordo) all’origine del pesante indebitamento dei governi locali, e potenziare, in alternativa, la domanda interna. Un passaggio che tuttavia stenta ad arrivare, come dimostra la diminuzione dei prezzi alla produzione. Dopo l’inaspettato taglio dei tassi di interesse su prestiti e depositi dello scorso novembre, la leadership cinese ha puntato su azioni di stimolo dell’economia più mirate, preferendo concentrare maggiori finanziamenti in aree specifiche per evitare che strumenti più ampi dirigano gran parte del credito verso comparti già in eccesso di capacità,.

Stando ad alcune indiscrezioni di Bloomberg, Pechino avrebbe in cantiere 300 nuovi progetti infrastrutturali in sette settori diversi (tra cui trasporti, pipeline, sanità, energie pulite e industria mineraria) per un totale di 7 trilioni di yuan (1,1 trilione di dollari). Gli investimenti farebbero parte di un piano 2014-2016 per complessivi 10 trilioni. Secondo Shannon Tiezzi, analista di The Diplomat, davanti al rischio di un eccessivo rallentamento dell’economia, nel breve periodo, le infrastrutture continueranno ad attrarre capitali, mentre la leadership cercherà di diversificare la propria strategia di crescita nel lungo periodo. Categoriche le smentite di un ritorno agli stimoli anti-crisi del 2008. «Non si tratta di un programma di stimoli attraverso un input fiscale, ma di guidare il capitale sociale in progetti d’investimento» , chiarisce Luo Guosan della NDRC (National Development and Reform Commission). Sopratutto, come dichiarato all’‘Economic Observer’ da Chen Shidong, Direttore dell’Urban Transportation Reserach Unit presso la NDRC, il principale pianificatore economico del Paese, sebbene nei nuovi progetti pubblici il Governo continuerà a rappresentare la principale fonte finanziaria, la speranza è quella di riuscire a coinvolgere sempre più attori esterni. Secondo il settimanale economico, gli investitori privati hanno già assunto un ruolo dominante nella costruzione e gestione delle linee ferroviarie interurbane. Ma il dubbio che il Dragone ricaschi nei vecchi errori resta.

 

‘Trading link’ tra Shenzhen e Hong Kong

Nel corso del tour, Li ha anche preannunciato la creazione («prima di quanto non si pensi») di un collegamento tra le borse di Shenzhen e Hong Kong, sul modello del ‘trading link‘ tra la piazza azionaria di Shanghai e quella dell’ex colonia britannica, entrato in funzione a novembre e che mette in collegamento i due listini favorendo l’accesso alle azioni cinesi per gli operatori internazionali e contemporaneamente lo scambio di azioni di Hong Kong per gli investitori del continente. Oltre a rappresentare un ulteriore balzo avanti nel processo di internazionalizzazione dello yuan (la valuta cinese), secondo un rapporto di Thomson Reuters e ASIMFA, il link con Shenzhen potrebbe rivelarsi un boccone anche più ghiotto per gli investitori internazionali. Se infatti a Shanghai vengono scambiate azioni legate perlopiù alla vecchia economia dominata dalle aziende di Stato, a Shenzhen a prevalere sono i titoli azionari di società ‘giovani’ nel comparto IT e dell’elettronica. Tuttavia, avverte ai microfoni di CNBC Fraser Howie, direttore di Newedge Financial, un secondo sistema di scambio transfrontaliero potrebbe creare incertezze a causa di una sovrapposizione tra più sistemi: «L’attuale collegamento si basa su un mix composto dalle regole finanziarie di Hong Kong e quelle di Shanghai; creando un nuovo set di regole per il programma di Shenzhen si rischia di confondere le cose».

 

La FTZ di Shanghai fa scuola

Il 28 dicembre, il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del Popolo ha annunciato un piano di espansione della FTZ (zona di libero scambio) di Shanghai lanciata nel 2013 che andrà ad inglobare il quartiere finanziario Lujiazui, il distretto di Jinqiao e il parco hi-tech di Zhangjiang, tutte aree collocate nella centralissima Pudong, la foresta di grattacieli da cui svetta l’Oriental Pearl Tower. L’inclusione del quartiere finanziario di Lujiazui dovrebbe comportare un ulteriore apertura del settore dei servizi e stimolare la liberalizzazione finanziaria.

Nella medesima occasione sono stati forniti dettagli più precisi sull‘istituzione di tre ulteriori zone di libero scambio nelle province del Guangdong, del Fujian e a Tianjin, città portuale a 180 chilometri dal centro di Pechino. Bollato dall’Occidente come ‘fucina del manifatturiero’ e noto per le tristi vicende legate alla Foxconn, con oltre 100mila abitanti il Guangdong è sopratutto la provincia più popolosa del Paese più popoloso del mondo. Nel 2011, ha accumulato un Prodotto interno lordo di 5,32 trilioni di yuan (853,9 dollari), quanto quello dell’Indonesia. Il nuovo progetto, supervisionato da Li Keqiang la scorsa settimana, interesserà un’area di 116 chilometri quadrati e andrà ad abbracciare la Nansha New Area (stabilita nel 2012 sotto il diretto controllo del Governo municipale di Guangzhou), Qianhai e la zona industriale di Shekou (entrambe a Shenzhen), così come Hengqin, nel distretto di Zhuhai. Citando fonti locali anonime, la Xinhua ha sottolineato che la FTZ del Guangdong velocizzerà la cooperazione ‘cross-border’ con le regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao. Nello specifico, Qianhai collaborerà con Hong Kong per quanto riguarda il settore finanziario; Hengqin approfondirà gli scambi con Macao, e Nansha dovrebbe trarre beneficio dalla sua posizione centrale nel Delta del Fiume delle Perle, la culla dell’ex ‘fabbrica del mondo’. Quanto all’area del Fujian, l’idea è quella di vivacizzare lo scambio con Taiwan, sopratutto per quanto riguarda servizi finanziari, la logistica aeronautica, il commercio e l’industria culturale. Mentre la FTZ di Tianjin (119,9 chilometri quadrati), viene incontro al piano d’integrazione tra Pechino, la provincia dello Hebei e la città di Tianjin che dovrebbe portare alla creazione di una megalopoli da oltre 120 milioni di abitanti.

 

 

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