giovedì, Maggio 6

La Cina non è una minaccia esistenziale per l’America Il Quincy Institute for Responsible Statecraft, controcorrente pubblica un rapporto nel contesto del quale demolisce l'idea di una Cina minaccia esistenziale per gli Stati Uniti, e l'Occidente tutto

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«Non ci sono molte prove concrete a sostegno della nozione di Cina come minaccia esistenziale» per gli Stati Uniti, l’Occidente e l’Asia, più in generale, ‘non è una minaccia essenziale’. «Ciò non significa che la Cina non sia una minaccia in alcune aree, ma Washington deve affrontare la questione in base ai fatti, non a una retorica pericolosa. Sfortunatamente, dimensionare correttamente le sfide che la Cina pone sembra essere un compito impossibile per Washington». A sostenerlo è Michael D. Swaine, direttore del programma Asia orientale del Quincy Institute for Responsible Statecraft (QI), uno dei più eminenti studiosi americani di studi sulla sicurezza cinese, arrivato al QI dalla Carnegie Endowment for International Peace, dove ha lavorato per quasi vent’anni come senior fellow.

Il QI, fondato nel 2019 a Washington, è uno dei think tank più controcorrente rispetto l’establishment di Washington, e in genere dei think tank americani più ascoltati, repubblicani o liberal. Anche in questo caso va controcorrente, demolendo l’idea di una Cina che sta diventando l’incubo di un certo Occidente.

E’ diventata più di una moda, una vera e propria ‘industria’, a Washington e in Europa, «evidenziare tutti i molti modi in cui la Cina minaccia gli interessi degli Stati Uniti, dell’Occidente e dell’Asia. Politici, ufficiali militari e esperti si alternano descrivendo i pericoli posti dall’ideologia espansionista‘ e ‘aggressivadi Pechino,dall’ideologiaimplacabilmente ostile, dalle politiche economiche e tecnologichepredatorie e dalle operazioni di influenzainsidiose all’estero» sottolinea Swaine. L’arrivo alla Casa Bianca di Biden non ha cambiato la situazione. «Nonostante abbia rifiutato l’uso abituale della maggior parte di questi aggettivi infiammatori da parte dell’Amministrazione Trump, il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il segretario di Stato Antony Blinken descrivono comunque Pechino come una sfida all’intero «ordine basato su regole che mantiene la stabilità globale» e come il principale punto focale di lotta tra democrazia e autoritarismo, che ora, secondo Biden, è a un ‘punto di svolta.

Tale linguaggio fa eco alla premessa di vari documenti strategici dell’Amministrazione Trump e ai discorsi dell’ex segretario di Stato Mike Pompeo: che gli Stati Uniti sono ora bloccati in una rivalità strategica e di grande potenza con la Cina che oscura qualsiasi altra minaccia o preoccupazioni che il Paese deve affrontare».

Non c’è dubbio, afferma Swaine, «che il comportamento di Pechino in molte aree sfida gli interessi esistenti degli Stati Uniti e degli alleati e i valori democratici», in particolare sotto Xi Jinping, usando il suo maggiore potere economico e militare come strumento di intimidazione, impegnandosi attivamente in attività di pirateria informatica e furto di tecnologie, per non parlare delle politiche draconiane in Tibet, Xinjiang, Hong Kong. E non c’è dubbio che questo «comportamento profondamente preoccupante»richieda «una risposta forte e concertata da parte degli Stati Uniti e di altre Nazioni. Ma per essere efficace, una tale risposta richiede anche una valutazione accurata dell’impatto futuro della Cina sugli Stati Uniti e nel mondo». E proprio perchè richiede una risposta efficace, è«controproducente per gli interessi degli Stati Uniti» ritenere che quanto sopra costituisca una minaccia «esistenziale per gli Stati Uniti, l’Occidente, e in ultima analisi, l’intero mondo,giustificando così una posizione di contenimento a somma zero in stile Guerra Fredda nei confronti di Pechino», anche perchè una posizione così estrema «soffoca il dibattito e la ricerca di risultati politici di importo più positivo, mentre porta alle solite richieste di importanti aumenti della spesa per la difesa».

Si tratta dunque di dimensionare correttamente le sfide che la Cina pone agli Stati Uniti e alla comunità internazionale.
Intanto bisogna intendersi sul significato di ‘esistenziale’.
Nel senso letterale, «una minaccia esistenziale significa una minaccia all’esistenza fisica della Nazione attraverso il possesso di una capacità e intenzione di sterminare la popolazione degli Stati Uniti, presumibilmente attraverso l’uso di armi nucleari, chimiche o biologiche altamente letali». In una lettura non letterale del termine «postula l’erosione radicale o la fine della prosperità e delle libertà degli Stati Uniti attraverso la pressione economica, politica,ideativa e militare, distruggendo così in sostanza le basi dello stile di vita americano». A questo punto: qualsiasi minaccia che non rientri in queste due definizioni non può dirsi ‘esistenziale’.
Così,
Michael D. Swaine passa in rassegna le sfide poste dalla Cina.

Si parte dalla minaccia militare. «In quanto potenza militare, la Cina non ha la capacità di distruggere gli Stati Uniti senza distruggere se stessa. Le capacità nucleari della Cina sono di gran lunga inferiori a quelle degli Stati Uniti, e le sue forze armate convenzionali, sebbene potenzialmente potenti a livello regionale, hanno una frazione del bilancio di quello degli Stati Uniti». La classifica GlobalFirepower è lì a testimoniarlo, basta studiare il confronto. Così come sono noti i documenti del Dipartimento della Difesa che presenta i numeri della potenza nucleare cinese.
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Alcuni sostengono che la Cina potrebbe spingere militarmente gli Stati Uniti fuori dall’Asia e dominare quella regione, negando al Paese l’accesso aereo e navale e quindi il supporto per gli alleati critici. Ciò avrebbe presumibilmente un impatto esistenziale in virtù della presunta importanza critica di quella regione per la stabilità e la prosperità degli Stati Uniti. Eppure non ci sono segni che Washington stia perdendo la volontà o la capacità di rimanere un importante attore militare nella regione e strettamente connesso ai principali alleati asiatici, che sono a loro volta contrari al dominio della Cina nella regione. In realtà, il pericolo maggiore in Asia è che Washington possa militarizzare così tanto la sua risposta alla Cina che le sue azioni e politiche diventano ripugnanti anche per gli alleati statunitensi».

Passando alle minacce convenzionali, queste sono duplici: economiche e tecnologiche; da includere, poi, quelle ideologiche «l’esportazione del cosiddetto ‘modello’ di governo autoritario della Cina nel resto del mondo».
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Le prime minacce consisterebbero presumibilmente nel raggiungimento da parte della Cina di un livello di totale superiorità sulle leve di influenza sia economiche che tecnologiche a livello globale e per quanto riguarda gli Stati Uniti (forse combinato con un blocco militare riuscito delle linee di comunicazione marittime statunitensi) che impoverirebbe così il Paese da minacciare la sua esistenza come democrazia stabile e prospera e portarla sotto il controllo cinese. Presumibilmente, la base specifica di tale leva consisterebbe in un dominio cinese globale quasi assoluto sulle relazioni commerciali e di investimento e sulle catene di approvvigionamento con gli Stati Uniti e altri Paesi e su tutte le tecnologie chiave che guidano la crescita futura e le capacità militari.
È
praticamente inconcepibile che la Cina possa raggiungere un tale livello di predominio sugli Stati Uniti. Gli Stati Uniti possiedono abbondanti risorse energetiche, umane, tecnologiche e di altro tipo; un mercato interno enorme e dinamico; enormi livelli di ricchezza accumulata e stock di capitale; e la valuta di riserva finanziaria del mondo».

«Pechino ha sicuramente usato la sua leva economica (come l’accesso al mercato) per fare pressione su società e governi stranieri affinché sostengano le politiche cinesi o fermino ciò che considera un comportamento inaccettabile, ad esempio riguardo a Taiwan. Sebbene tale coercizione economica non sia in alcun modo esclusiva della Cina, certamente può erodere la libertà di parola, minacciando così uno dei principi fondamentali della democrazia. Ma questodifficilmente raggiunge il livello di una minaccia esistenziale per i valori americani, data sia la portata limitata del potere economico cinese che il potere economico globale e l’influenza politica degli Stati democratici.
Alcuni osservatori affermano che
Pechino potrebbe in qualche modo fissare standard in aree tecnologiche critiche e installare hardware tecnologico in tutto il mondo, nella misura in cui la Cina sarebbe in grado di relegare gli Stati Uniti a uno stato permanentemente inferiore sia nel regno commerciale che in quello militare, minacciando così il stessa esistenza del Paese. Anche questo è altamente improbabile. Le aziende cinesi stanno sicuramente partecipando alla definizione di standard in aree chiave, incluso il 5G. Ma questo processo è altamente competitivo a livello globalee le aziende statunitensi, asiatiche ed europee detengono tutte una parte importante degli standard e dei brevetti essenziali per gli standard che sono alla base dell’ecosistema tecnologico globale. C’è poca o nessuna possibilità che le aziende cinesi possano arrivare a dominare questo processo».

«Molti esperti tecnologici affermano che il risultato più probabile nel peggiore dei casi dei guadagni cinesi in termini di standard e hardware sarebbe un ecosistema tecnologico frammentato che impoverirebbe tutti i Paesi, non darebbe alla Cina un livello di potere che le consentirebbe di sconfiggere gli Stati Uniti.
Più realisticamente,
Pechino potrebbe nel tempo escludere dal suo mercato le società high-tech negli Stati Uniti e in altri Paesi, il che potrebbe rendere loro difficile continuare a crescere e innovare. E il potere di finanziamento cinese e le catene di approvvigionamento potrebbero concepibilmente creare una sorta di soluzione ‘chiavi in mano’ in alcuni Paesi in via di sviluppo bloccandoli in un ecosistema tecnologico cinese. Ma tali sviluppi non si avvicinerebbero neanche lontanamente a costituire una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti, data la portata globale di società high-tech non cinesi e la portata complessiva limitata di qualsiasi ecosistema high-tech cinese nel mondo in via di sviluppo di fronte a tale concorrenza».

Infine, Swaine prende in considerazione le minacce normative o ideologiche presumibilmente esistenziali, composte di molti elementi, tra questi «tra cui il possibile ribaltamento da parte di Pechino del cosiddetto ordine internazionale liberale globale, le operazioni di influenza cinese rivolte alla società statunitense, l’esportazione dei valori politici cinesi e l’economia diretta dallo Stato», fino all’esportazione di tecnologie di sorveglianza e altri articoli che facilitano l’ascesa o il rafforzamento di Stati autoritari. «Queste minacce sembrano tutte da far rizzare i capelli a prima vista. Ma sebbene significative, sono notevolmente esagerate e non raggiungono il livello di costituire una minaccia esistenziale».
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Pechino ha scarso interesse ad esportare il suo sistema di governance e, laddove lo fa, è quasi interamente diretto ai Paesi in via di sviluppo, non alle democrazie industriali come gli Stati Uniti. Inoltre, non ci sono prove che indichino che i cinesi siano effettivamente impegnati a convincere o persuadere attivamente i Paesi a seguire la loro esperienza. Piuttosto, vogliono che le Nazioni in via di sviluppo studino e copino l’approccio della Cina perché così facendo aiuteremmo a legittimare il sistema cinese sia a livello internazionale che, cosa più importante, per il pubblico nazionale di Pechino.
Inoltre,
l’idea che Pechino stia deliberatamente tentando di controllare altri Paesi e renderli più autoritari intrappolandoli nei debiti e vendendo loro hardware del ‘Grande Fratello’ come i sistemi di sorveglianza, non è supportata dai fatti. Le banche cinesi mostrano poca voglia di concedere prestiti che falliranno, e gli insuccessi che si verificano sono principalmente dovuti a scarsi studi di fattibilità e all’incompetenza e allo zelo eccessivo di prestatori e / o mutuatari. Inoltre, sia nella concessione in prestito che nella vendita di apparecchiature di sorveglianza, la Cina non ha mostrato alcuna preferenza specifica per gli Stati non democratici rispetto a quelli democratici.
Anche se Pechino tentasse di esportare il suo approccio allo sviluppo in altri Stati, l’attrattiva effettiva di tale approccio si rivelerebbe altamente limitata. Le caratteristiche alla base del successo di sviluppo della Cina non sono replicabili per la maggior parte dei Paesi (se ce ne sono). Questi includono un alto tasso di risparmio; un ambiente culturale altamente acquisitivo e imprenditoriale; un sistema bancario statale e una valuta non convertibile; molte massicce industrie statali che esistono per fornire occupazione, facilitare il controllo del partito sui settori chiave e guidare la costruzione di enormi infrastrutture; e controlli rigorosi su praticamente tutti i flussi di informazioni. Inoltre, un tale modello (se si può chiamarlo così) quasi certamente non è sostenibile nella sua forma attuale, dato l’invecchiamento della popolazione cinese, l’ampia corruzione, i livelli molto elevati di disuguaglianza di reddito, la rete di sicurezza sociale inadeguata e il fatto che il libero flusso di informazioni sono necessari per guidare l’innovazione globale.
Anche se la combinazione cinese di politiche di riforma economica e sistema politico autoritario esiste dai primi anni ’80, nessuna Nazione ha adottato quel sistema volontariamente o sotto la spinta cinese. Ci sono certamente molti Stati autoritari e fragili democrazie alla periferia della Cina, ma nessuno di loro è stato realizzato in questo modo dalla Cina.
Anche la sfida della Cina al cosiddetto ordine internazionale liberale globale è esagerata. In primo luogo, è altamente discutibile se in realtà esista un unico ordine globale coerente. Quello che gli osservatori chiamano solitamente ‘ordine internazionale liberale’ (un termine relativamente recente) consiste in realtà in un amalgama di regimi disparati con origini diverse, inclusi patti internazionali sui diritti umani, accordi economici multilaterali e un tribunale internazionale.
Gli Stati Uniti giocano certamente un ruolo importante o di primo piano in molti di questi regimi. Ma non ha creato e non guida tutti i regimi globali -e infatti non ne supporta alcuni, come la Corte internazionale di giustizia, e non ha ratificato alcuni patti critici come la Convenzione nazionale unita sul diritto del mare. . E molti regimi globali molto importanti (ad esempio, per quanto riguarda la proliferazione di armi di distruzione di massa, commercio e investimenti, cambiamenti climatici e pandemie) non hanno alcun legame profondo con i valori democratici liberali di per sé e sono sostenuti da Pechino, anche se a volte più per lettera che nello spirito».

«La sfida per gli Stati Uniti non è come respingere le immaginate minacce esistenziali poste dalla Cina. Piuttosto, sta nello sviluppo di una comprensione generale molto più chiara e basata sui fatti delle sfide, delle minacce e delle opportunità limitate che la Cina pone agli Stati Uniti e delle politiche necessarie per affrontarle. Rifiutare l’idea speciosa che la Cina stia minacciando di distruggere un intero stile di vita renderà questo compito molto più semplice».

Michael D. Swaine conclude ricordando che ilQuincy Institute for Responsible Statecraft ha pubblicato un rapporto strategico per l’Asia orientale che riprende questo compito. Sottolinea la necessità, per curare gli interessi degli Stati Uniti a lungo termine, di una politica che comporti sforzi sia cooperativi che competitivi, non un approccio legato a un’attenzione quasi totale alla concorrenza strategica con Pechino basata sulla Cina come minaccia esistenziale.

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