sabato, Luglio 24

La Cina mette una fiche su Detroit Il crack della 'Motor City' attrae investimenti dal gigante asiatico

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Detroit

Il 18 luglio dello scorso anno, Detroit, ex capitale mondiale dell’automotive con il reddito pro capite più alto degli Stati Uniti, ha ufficialmente dichiarato bancarotta trovandosi costretta, per ironia della sorte, ad afferrare la mano di chi ne ha parzialmente dettato la rovina.

Come ricorda l’economista Michael Snyder, tra il 2000 e il 2010, il Michigan ha perso il 48% dei posti di lavoro sopratutto a causa di una bilancia commerciale sfavorevolmente inclinata verso la Cina. Ora il Dragone sta provvedendo ad accaparrasi terreni nelle zone più in difficoltà degli Stati Uniti -spesso a prezzi stracciati- con la promessa di far girare l’economia locale e sopperire al problema occupazione. Sì perché, se la maggior parte degli investitori cinesi preferisce ancora fare affari sicuri a New York, Los Angeles e San Francisco, da qualche tempo gli amanti del rischio hanno cominciano ad esplorare nuove frontiere. Da tempo Sino-Michigan Properties LLC ha in programma di comprare 200 acri di terra vicino alla cittadina di Milan per trasformarla in una ‘China City’ con tanto di laghetti artificiali, centro culturale cinese e centinaia di abitazioni destinati a ospitare ‘nuovi americani’ in arrivo dalla Repubblica popolare. Mentre stando quanto riporta la ‘CNN’, Detroit è già quarta nella lista delle mete favorite dei palazzinari del gigante asiatico. «E’ proprio perché Detroit è messa male che voglio rilanciarla», spiega un investitore cinese alla RE/MAX Crown Properties, «[In Cina] abbiamo già visto molti casi simili, basta pensare alla zona di Pudong a Shanghai», un tempo ridotta ad un acquitrino e oggi tra le aree immobiliari più esose del pianeta.

Tutto è cominciato quando, nel marzo 2013, un servizio della China Central Television calamitò l’attenzione degli sviluppatori cinesi definendo le case del Michigan «più economiche di un paio di scarpe di pelle». Al che il Twitter cinese Weibo è esploso con commenti del tipo: «700mila persone, aria pulita, tranquillità e democrazia. Cosa state aspettando?!», mentre il Ministero degli Esteri è dovuto intervenire per mettere in guardia i cittadini dalle ‘bufale’ mascherate da investimenti facili.

Lo scorso settembre, il gruppo di Shanghai DDI (Dongdu International) ha acquistato all’asta tre palazzi storici nel cuore di Detroit: il David Stott, un edificio Art Déco di 38 piani costruito nel 1929, l’ex quartier generale del Detroit Free Press, una struttura a T decorata con bassorilievi di biplani e locomotive, e il Clark Lofts, un palazzo residenziale che vanta l’ascensore meccanico più antico della città, di quelli che si azionano a mano. Il tutto per 16,4 milioni di dollari, poco più di quanto occorre spendere per un appartamento di fascia alta a Shanghai.

Stando a quanto dichiarato al ‘Guardian’ da Peter Wood, General Manager di DDI, l’intento è quello di trasformare gli edifici simbolo della metropoli in «uffici vivaci e appartamenti di lusso». Ken Creighton, rappresentante locale del gruppo, ha spiegato al quotidiano britannico che la compagnia inizierà i lavori di restauro il primo o il secondo trimestre del 2015, cominciando dal Free Press. Ogni cosa verrà rifatta daccapo: impianto elettrico e meccanico, tubature e ascensori. Ma c’è chi invece teme rimarrà tutto lì così com’è, duplicando il fenomeno delle ‘cattedrali nel deserto’ che costellano la Repubblica popolare da quando il mattone è diventato bene di rifugio per eccellenza dei cinesi benestanti. Si consideri che se nel 2000 il real estate contava per il 5% del Pil cinese, nel 2012 era triplicato al 15% (dati del Fondo Monetario Internazionale).

Negli ultimi anni, il Dragone si è attestato come principale investitore estero dell’immobiliare statunitense dopo il Canada. E le contingenze attuali -un dollaro debole, uno yuan (la valuta cinese) forte e il mercato edile della Repubblica popolare in raffreddamento dopo anni di speculazione rampante- non sembrano suggerire la possibilità di un cambio di tendenza. I prezzi contenuti fanno il resto, giacché i controlli applicati da Pechino sui capitali rendono difficile per i cinesi investire grandi somme in titoli o proprietà oltre i confini nazionali.

Dal marzo 2013 il telefono di Caroline Chen, broker immobiliare taiwanese residente nel Michigan da decenni, non smette più di squillare. Il 10% delle chiamate si conclude con una transazione, tanto che la sua società ha già veduto 300 abitazioni, la maggior parte delle quali ad un prezzo compreso tra i 500 e i 10mila dollari. «A volte ho persone che mi contattano e dicono: faccio sul serio, voglio comprare 100, 200 proprietà», racconta la donna al ‘Guardian’, «poi magari non vogliono nemmeno vederle. L’importante è che siano buone, ti dicono».

Storie del genere, corroborate dalla nota aggressività degli investitori cinesi, hanno fatto scattare svariati campanelli d’allarme. Attenzione: «La Cina si sta comprando Detroit». Eppure se l’attivismo cinese nel Michigan è fuori discussione, David Szymanski, Vice-Tesoriere della Contea di Wayne, ha invitato alla prudenza. Intervistato da Michigan Radio, lo scorso marzo Szymanski ridimensionava i numeri della partecipazione cinese alle aste, vero termometro per quantificare l’interesse del gigante asiatico nella ‘Motor City’ in quanto «le nostre aste vendono migliaia e migliaia di lotti a prezzi ragionevoli». Nel 2013 la Contea di Wayne ha venduto circa 20000 proprietà, di cui il 90% a Detroit. Ma stando a quanto racconta Szymanski «durante l’ultima gara il 99% degli acquisti è partito dagli Stati Uniti, la maggior parte dei quali dal Michigan». Soltanto una piccola parte è andata ad imprenditori stranieri provenienti da Paesi come Perù, Canada e Singapore. Nemmeno uno dalla Repubblica popolare. Pur considerando l’imperfezione dei criteri di misurazione, la possibilità di effettuare acquisti avvalendosi di agenti e altri canali (come la signora Chen), tuttavia il Vice-Tesoriere ritiene che le voci su l’alluvione di investimenti cinesi a Detroit siano state gonfiate oltremisura.

Piuttosto -come fa notare Gordon G. Chang su ‘Forbes’– le recenti acquisizioni confermano un fenomeno riscontrato in altre aree del globo: quello della massiccia emorragia di capitali in uscita dal gigante asiatico. Secondo Oliver Williams di WealthInsight, i cinesi hanno soltanto il 13% delle loro ricchezze all’estero contro una media mondiale del 20-30% riscontrata nelle Nazioni cosiddette ‘sviluppate’. Il Boston Consulting Group calcola gli assets cinesi al di là della Muraglia intorno ai 450 miliardi di dollari, mentre ‘CNBC’ la scorsa estate aveva rubricato il trasferimento di capitali cinesi oltremare come «uno dei più vaste e più rapide migrazioni di ricchezze dei nostri tempi». A ciò si aggiunge la fuga ‘fisica’, giacché -secondo Hurun oltre la metà dei milionari dell’ex Celeste Impero è emigrata o ha intenzione di farlo. E dato che gli Stati Uniti svettano in cima alla classifica delle mete più agognate, c’è chi oltre il Pacifico sta già preparando all’accoglienza.

All’inizio di giugno, il Governatore del Michigan Rick Snyder ha chiesto esplicitamente all’amministrazione Obama 50mila visti speciali per favorire l’arrivo di talenti stranieri nello Stato settentrionale. A scanso di equivoci, in conferenza stampa, Snyder ha messo le cose in chiaro dichiarando a gran voce: «Questo è un messaggio per il mondo interno: Detroit e il Michigan sono aperti al mondo». Ma i numeri rivelano che l’appello è indirizzato ad una parte di mondo ben precisa. L’idea di aggrapparsi all‘automotive locale per risollevare le sorti della ‘Motor City’ non ha mai convinto del tutto il Governatore del Michigan, che prima ancora di entrare in politica vantava una certa dimestichezza con gli affari in qualità di cofondatore della società di venture capital Ardesta LLC. La storia insegna che ad aver reso gli Stati Uniti una grande Nazione sono stati gli immigrati, ha sentenziato tempo fa.

L’intesa con la Cina risale agli anni ’90, quando Snyder si recò nel Paese asiatico per cercare di promuovere il mercato delle automobili, e anche una volta assunta la carica di Governatore, non ha smesso di visitare il Paese di Mezzo con scadenza regolare (almeno una volta l’anno) nella speranza di reclutare figure professionali di spicco. Dal 2000 a oggi, le imprese del Dragone hanno iniettato oltre 1,1 miliardi di dollari nel Michigan, per lo più nel settore automobilistico e aerospaziale. Sono oltre 100 le compagnie cinesi operanti nella regione, secondo le stime della Detroit Chinese Business Association. Un nome: Brilliant Auto, società con base a Shenyang, nella Cina del Nordest, esporta pezzi di ricambio nel Nord America da ben 15 anni. 

Come si legge in un articolo su ‘CNBC’ (di pochi mesi precedente all’annuncio della bancarotta), le aziende d’oltre Muraglia stanno mettendo radici a Detroit «investendo nel business americano e nella nuova tecnologia automobilistica. Nei negozi al dettaglio vendono di tutto, dalle cinture di sicurezza agli ammortizzatori. Assumono ingegneri e progettisti con esperienza nel tentativo di acquisire talento ed expertise dalle case automobilistiche nazionali e dai loro fornitori». Si comincia con batterie e pezzi di ricambio per poi finire a vendere auto cinesi negli States. L’obiettivo è noto a tutti, ma viene sottaciuto per non incorrere negli stessi fastidi sperimentati negli anni ’80 dalle giapponesi Toyota e Honda, il cui arrivo sull’altra sponda del Pacifico fu avvertito come una minaccia per le americane General Motors, Ford e Chrysler

«Qualcuno, scommettendo nella ripresa americana, si sta lanciando a capofitto nel real estate di Detroit perché pensa farà da traino all’industria automobilistica», spiega al ‘Global Times  Wei Kefei, organizzatore della Beijing Real Estate Trade Fair. A confermare che, piaccia o meno, la presenza cinese nella prima metropoli del crack non è una mera questione di ‘mattoni’.

 

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