martedì, Settembre 28

La Cina ferita a Kunming field_506ffb1d3dbe2

0

Terrorismo cina Kunming

La tragedia di Kunming è stata riportata da molti media occidentali come un episodio di «violenza insensata», dando spostando l’accento dall’accezione terrorista dell’accaduto. Nelle ore successive agli eventi del 1 marzo, le fonti governative cinesi hanno immediatamente individuato i colpevoli nel terrorismo islamico dei separatisti della regione dello Xinjiang.

L’uso delle virgolette sulla parola terrorismo da parte dei media occidentali ha indispettito Pechino, che ha formalmente protestato contro l’uso di doppi standard nell’interpretazione della minaccia terrorista. «Forse la simpatia che l’occidente ha dimostrato verso il separatismo dello Xinjiang può spiegare questo atteggiamento», scrive un editoriale del South China Morning Post‘.

Quando accadono episodi che scatenano il terrore tra la popolazione, non dovrebbe essere difficile chiamarli ‘terroristi’, vista l’azione irregolare, improvvisa, ma organizzata. Un manipolo di persone vestite di nero che accoltella i passanti in una stazione molto trafficata non può essere una coincidenza. La portavoce del Dipartimento di Stato USA, Jen Psaki ha ceduto alla fine di una lunga conferenza stampa, affermando che «sì, si tratta di terrorismo, anche se mancano fonti di informazione indipendente per confermarlo». La titubanza della diplomazia americana nel pronunciare la parola-tabù del ventunesimo secolo segnala l’interesse a preservare le relazioni ostili che Washington intrattiene con Pechino sulla questione dei movimenti separatisti interni alla Cina.

Sulla piattaforma di microblogging cinese Sina Weibo (l’equivalente di Twitter in Cina) sono comparsi molti commenti di cittadini cinesi indignati per la risposta occidentale agli eventi di Kunming, mentre le autorità hanno faticato a mantenere sotto controllo i commenti in rete, procedendo all’arresto di almeno 45 persone accusate di aver diffuso rumors e allarmismi infondati.

La solidarietà totale che è mancata dall’ovest, è invece arrivata dai vicini della Cina. I presidenti dei Paesi dell’Asia centrale si sono premurati di comunicare il loro cordoglio e di reiterare il bisogno di collaborazione nell’area centroasiatica nella lotta al terrorismo. L’instabilità dei confini e i separatismi interni, insieme alla paura di una escalation di attacchi estremisti a sfondo religioso, sono i fattori che più preoccupano i leader autoritari di quest’area dell’Asia.

Secondo le fonti ufficiali cinesi, si è trattato di un gruppo di otto terroristi, dei quali tre sono stati fermati e cinque colpiti dalla polizia, di cui quattro morti. Insieme ai terroristi, il totale è di 33 morti e più di 140 feriti. Stando a quanto riferito dal Segretario del Partito della provincia dello Yunnan a ‘China National Radio’, questi terroristi stavano provando a lasciare il Paese «per unirsi alla jihad internazionale». L’impeto di violenza di Kunming sarebbe quindi una reazione all’impossibilità di lasciare la Cina. L’intervista postata sul sito dell’emittente cinese è stato in seguito rimossa, non prima, tuttavia, di venire ripubblicata da altri media online.

Diversa, ma per certi versi simile, la versione rilasciata da Radio Free Asia, finanziata dal Congresso Usa, secondo la quale gli otto assalitori sarebbero stati spinti a compiere il folle gesto per disperazione, dopo aver tentato invano di oltrepassare il confine con il Laos per rifarsi una vita. Si sarebbe trattato di uiguri provenienti da Hotan, città dello Xinjiang meridionale, sfuggiti a uno dei sanguinosi scontri avvenuti lo scorso anno tra polizia e xinjianesi.

Alla Cina non va giù di essere trattata da Paese che opprime le minoranze, dall’ovest musulmano al sud tibetano. Tuttavia, l’attribuzione dell’attacco a «terroristi dello Xinjiang» è sembrata affrettata, vista la mancanza di prove inconfutabili. Anzi, in alcuni casi queste prove sembrano fabbricate in maniera poco convincente. Innanzitutto, «il nero non è un colore tipico dei vestiti degli uiguri» ha detto il professor Dru Gladney al britannico The Telegraph‘. «Le spade e i coltelli usati non sono ornati, come nella tradizione dello Xinjiang e anche la bandiera (che è stata ritrovata addosso a uno dei terroristi, ndrnon era del colore giusto. La bandiera separatista del Turkestan orientale è azzurra, questa invece blu scuro, quasi nera e con le iscrizioni in arabo – non in uiguro – per giunta scritte male».

Un’altra stranezza, notata dal ricercatore americano Jacob Zenn, è la presenza di donne tra i terroristi, una pratica già vista nel terrorismo caucasico, ma mai verificatasi tra gli uiguri. I maggiori esperti di affari cinesi concordano nell’impossibilità di trovare il bandolo nella matassa complicata dei movimenti che lottano per l’indipendenza dello Xinjiang, raccolti sotto il nome di ETIM (Movimento Islamico del Turkestan Orientale). Un’entità generica -finita sulla lista nera di Washington all’indomani dell’11 settembre, ma poi rimossa proprio per la sua dubbia natura- che abbraccia diversi gruppi operanti in Asia Centrale, tra i quali il TIP (Turkestan Islamic Party), fondato nel 2006 da un uiguro fuggito in Pakistan e Afghanistan negli anni ’90.

Proprio il TIP, nel luglio 2008, poco prima delle Olimpiadi di Pechino, rilasciò un video nel quale affermava di aver compiuto attentati dinamitardi sugli autobus di Kunming, rivendicando inoltre la paternità di un episodio simile avvenuto a Shanghai due mesi prima. Le autorità cinesi, tuttavia, smentirono tutto, negando un collegamento tra le esplosioni nello Yunnan e il terrorismo islamico. La sigla è ritornata sotto i riflettori del governo cinese quando lo scorso ottobre un Suv, con a bordo una famiglia di etnia uigura (almeno secondo la ricostruzione ufficiale), si è andato a schiantare sotto il ritratto di Mao Zedong in piazza Tian’anmen. L’episodio, bollato come ‘attacco terroristico’ dalle autorità, si è guadagnato, dopo pochi giorni, il plauso del TIP, come testimonierebbe un clip audio ottenuto da SITE (Search for International Terrorist Entities Institute).

Per quanto l’implicazione del gruppo islamico nei fatti cinesi non sia mai stata accertata, gli esperti sono ormai concordi nel confermare un”internazionalizzazione’ del fenomeno terrorismo, anche se, come fa notare Gladney, «la jihad globale è antinazionalista e anti-Stato, mentre gli uiguri vogliono la liberazione e la sovranità del proprio Stato. Questa è forse la ragione per la quale Osama Bin Laden non ha mai veramente menzionato gli uiguri o i Ceceni». Anche secondo Wang Lixiong, intellettuale di etnia Han sensibile alla causa uigura e tibetana, la componente religiosa nel ‘terrorismo xinjianese’ sarebbe soltanto marginale, mentre di principale interesse per i rivoltosi è la restituzione della loro terra e il riconoscimento dei propri diritti in quanto minoranza.

Da tempo Pechino punta il dito contro Pakistan, Afghanistan e Siria, sospettati di essere mete agognate per gli aspiranti terroristi uiguri in cerca di training. Nel 2001 alcuni guerriglieri della minoranza etnica erano stati catturati in Afghanistan e rinchiuse nella prigione di Guantanamo, salvo venire poi giudicati non colpevoli nel 2008. Ragione per la quale, il progressivo ritiro delle truppe statunitensi dai teatri di guerra mediorientali impensierisce non poco la Cina, che considerava la presenza americana nell’area un deterrente alla diffusione incontrollata del terrorismo vicino ai propri confini. Il vuoto lasciato da Washington, nei piani cinesi, verrà riempito dalla solida collaborazione con Paesi membri della SCO (Shanghai Cooperation Organization). L’adesione all’Organizzazione impone agli Stati aderenti di allineare le proprie normative antiterrorismo alle direttive notoriamente vaghe e flessibili della Repubblica popolare. Fattore, questo, che suggerisce facili pressioni da parte di Pechino sui vicini centroasiatici, sopratutto Kazakistan e Kirghizistan, per quanto riguarda la questione uigura.

Conflitti sociali, stagnazione economica e instabilità politica rendono i Paesi dell’Asia Centrale un comodo corridoio per i fuggiaschi che cercano di lasciare lo Xinjiang per raggiungere il Sud Est asiatico. Lo scorso anno circa un centinaio di uiguri sono stati arrestati al confine con il Laos, come riporta Radio Free Asia. Nel 2009, 20 richiedenti asilo di etnia uigura sono stati deportati dalla Cambogia alla vigilia di una visita dell’allora Vicepresidente, Xi Jinping, a Phnom Penh.

L’incidente’ di Tian’anmen, così come il massacro di Kunming, rappresenta una svolta rispetto agli episodi di violenza che, a partire dal 2009, hanno tinto di rosso lo Xinjiang. Entrambi sono stati sferrati alla vigilia di importanti eventi politici, ovvero il Terzo Plenum del Partito, che ha inaugurato riforme storiche per il Paese, e l’Assemblea Nazionale del Popolo, il ‘Parlamento’ cinese. Il bersaglio non sono più le stazioni di polizia, ma luoghi pubblici e comuni cittadini. Non si tratterebbe, quindi, di un gesto motivato dalla sete di vendetta per le politiche repressive adottate dai funzionari locali, ma di un atto volto a provocare panico tra la popolazione. La stessa, Rebiya Kadeer, leader del World Uyghur Congress, solitamente diffidente verso le accuse indirizzate dalle autorità cinesi alla comunità xinjianese, stavolta ha preso dichiaratamente le distanze dall’evento, invitando il suo popolo a mettere in atto una ‘resistenza non violenta’.

Rilevante, infine, il luogo prescelto per l’ultimo attacco, per l’appunto Kunming, nello Yunnan; una città che dista circa 2500 chilometri da Urumqi, la capitale della provincia autonoma del Far West cinese. La scelta del luogo acquista senso sopratutto se si considera che la regione dello Yunnan, melting pot di gruppi etnici, ospita 1 milione di musulmani. Non solo. Come spiega al ‘South China Morning Post’ l’esperto di terrorismo, Pan Zhiping, non è da escludere che i ‘terroristi’ abbiano finanziato le proprie operazioni grazie al traffico di droga per il quale la regione è nota in tutta l’Asia. Collocata al confine meridionale del Paese, Kunming risulta anche meno soggetta a controlli rispetto alle grandi città come Pechino e Shanghai, o persino allo stesso Xinjiang, al quale il governo ha già destinato per l’anno in corso un budget per la sicurezza doppio rispetto a quello del 2013.

D’altra parte, quanto accaduto sabato sera conferma i timori degli attivisti che si battono per la difesa dell’etnia uigura: le violenze invece che diminuire sembrano essersi addirittura intensificate da quando Pechino ha inasprito il giro di vite nello Xinjiang, culminato alcuni giorni fa nell’arresto del professore uiguro Ilham Tohti. Il che parrebbe evidenziare l’incapacità del governo di mantenere la tanto agognata ‘stabilità a tutti i costi’, e non più soltanto nella provincia autonoma, ma anche nel resto del Paese. La leadership sembra saperlo bene; lo dimostrano le nuove misure introdotte negli ultimi mesi, dall’istituzione di un Commissione per la sicurezza nazionale, presieduta dallo stesso Presidente Xi Jinping, alla possibile adozione -per la prima volta in Cina- di una vera e propria legge antiterrorismo. Al momento Pechino tratta i vari casi collegati allo Xinjiang in base al diritto penale, ma sono molti a lamentare l’inadeguatezza del corpo normativo di fronte alla recente ondata di terrore.

Negli ultimi tempi, gli apparati di sicurezza interna si sono resi protagonisti di diversi scivoloni; a partire dalla rocambolesca fuga dai domiciliari dell’attivista cieco Chen Guangcheng nella primavera 2012, quando al comando della Commissione Centrale per la Politica e il Diritto sedeva ancora il potente Zhou Yongkang, oggi, pare, sotto inchiesta per corruzione. La settimana scorsa, con una mossa inusuale e sospetta, il Ministero delle Finanze ha rilasciato soltanto i dati relativi al budget per la sicurezza del governo centrale (33 miliardi di dollari), glissando su quanto previsto a livello locale, si dice, «per non preoccupare la comunità internazionale e il pubblico domestico». Nel 2013 la sicurezza aveva ottenuto in totale 769 miliardi di yuan (125 miliardi di dollari), contro i ‘soli’ 742 miliardi dell’Esercito.

Ciò nonostante, il Dragone fatica a mantenere l”armonia’. Il cuore politico della Repubblica popolare, piazza Tian’anmen, si trova sempre più spesso a fare da sfondo a forme di protesta, che siano queste messe in atto da ‘terroristi’ o semplici petizionisti. La scorsa settimana, stando ad alcuni testimoni oculari, una quarantenne si sarebbe data fuoco in prossimità dell’arco centrale della Porta della Pace Celeste. Le fiamme sarebbero state spente in pochi minuti e la donna portata via dalle guardie che presidiano la piazza. Rimane, tuttavia, incomprensibile come un’autoimmolazione possa essere andata in scena nel giorno dell’apertura dei lavori dell’Assemblea Nazionale del Popolo, evento cardine della politica cinese, che, per ovvie ragioni, dovrebbe essere accompagnato da controlli ai massimi livelli. 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->