mercoledì, Luglio 28

La Cina e l'assistenza umanitaria in Africa field_506ffb1d3dbe2

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Kampala – La fusione tra le ideologie: comuniste, libero mercato e Confucianesimo, verificatasi in questi ultimi vent’anni in Cina, ha dotato la nuova potenza mondiale di una unica e rara capacità di pianificare il futuro tramite l’utilizzo dei famosi piani quinquennali tipici dei regimi comunisti con il chiaro obiettivo di impedire alle dinamiche capitalistiche di generare caos, caratteristico problema dei regimi capitalistici strettamente legato alla speculazione e alta finanza. Il Confucianesimo impedisce alla Cina di attuare una politica estera basata sull’interventismo militare (ad eccezione dello Zimbabwe) obbligando i Paesi a dissanguarsi negli armamenti e guerre d’aggressione mascherate da interventi umanitari o missioni di pace. Anche nella gestione della pericolosa rivalità con lo storico nemico: il Giappone, il tentativo di assorbire economicamente il Sol Levante o, in alternativa, di isolarlo dai principali mercati asiatici trova piú attenzione da parte delle autorità del Comitato Centrale rispetto alla corsa agli armamenti e la logica di scontro militare.

Semplicemente Pechino applica alla lettera il famoso proverbio di Confucio: “Il miglior modo di sconfiggere il tuo nemico è di attendere il passaggio del suo cadavere lungo il fiume”. Proverbio pienamente applicato nello scontro con gli Stati Uniti di cui Pechino ha abilmente rifiutato la logica militare della guerra fredda per conquistare il cuore dell’economia americana attraverso l’acquisto del debito estero degli Stati Uniti. I risultati delle strategie elaborate dal Comitato Centrale sono particolarmente visibili in Africa. Dagli anni Novanta in poi la penetrazione cinese nel continente è stata possibile attraverso la paziente e complessa attuazione di cinque fasi. Il dolce inganno, la fase primordiale, si basava nella conquista dei mercati africani. L’obiettivo, strettamente coloniale, era di assicurarsi le materie prime per l’industria cinese non con l’uso della forza militare, l’arma del debito estero, colpi di stato ed instabilità (classici strumenti della politica estera occidentale) ma con la formula “win-win” (Tutti vincitori) in cui si prevedeva scambi commerciali paritari o quasi.

La seconda fase è stata quella della conquista politica del continente africano basata su due principi: la non interferenza nella vita politica interna ai paesi e l’appoggio finanziario e politico alle istituzioni africane sia statali che continentali quale l’Unione Africana. L’obiettivo era di tracciare una netta linea di differenziazione tra la Cina e l’Occidente tramite il rifiuto di ricorrere a strategie destabilizzatrici e dell’imposizione della logica del piú forte. Vari stati africani quale Sudan e Zimbabwe, fortemente contrastati da Stati Uniti e Unione Europea, hanno potuto sopravvivere grazie al principio di non interferenza di Pechino. Se da una parte questo principio ha mantenuto al potere regimi su cui gravano fondati sospetti di violazione dei diritti umani, dall’altra ha evitato che questi regimi intraprendessero la strada di autoritarismo assoluto, preparando le basi per un cambiamento indolore dei regimi. Ai giorni nostri sia il presidente sudanese Omar El-Baschir che il suo omologo zimbabwano Robert Mugabe stanno programmando la loro secessione attraverso logiche africane che non possono essere definite democratiche ma sufficientemente efficaci per evitare caos e vuoto politico. Peggiori risultati sono stati ottenuti dall’Occidente se si prende in considerazione il caso della Libia.

I cambiamenti di regime inerenti alla strategia estera cinese sono impostati sul lungo termine: dai 5 ai 10 anni e non prevedono nessuna interferenza invasiva ma un paziente lavoro di plagio che induce i regimi africani a far propri i programmi politici delineati da Pechino. L’Unione Africana ho potuto imporsi a livello internazionale come una distinta entità politica solo grazie al supporto finanziario e politico cinese.  La terza fase è stata caratterizzata dalle infrastrutture. La Cina è diventata il primo attore nella realizzazione di importanti infrastrutture a sostegno di vari settori economici: commerciale, finanziario, agricolo, minerario e petrolifero. Pechino ha trasformato l’Africa in un immenso cantiere a cielo aperto che sarà la base dell’industrializzazione e dello sviluppo. La quarta fase è incentrata sulla rivoluzione industriale. Il Comitato Centrale ha deciso dal 2012 di trasformare l’Africa da continente esportatore di materie prime a continente industrializzato e temibile concorrente sulla scena economica internazionale.

Dal 2013 oltre 182 fabbriche di medie e grandi proporzioni sono state create in Africa grazie alla collaborazione tra governo, settori privati e multinazionali cinesi. Questo ottimo risultato sembra essere solo un timido inizio di un progetto di industrializzazione del continente molto piú vasto e complesso. Quando l’Africa diverrà il quarto blocco economico mondiale sarà la Cina e non l’Occidente a raccogliere i frutti. La quinta fase attacca direttamente il cavallo di troia delle potenze occidentali: cooperazione e aiuti umanitari. Dal 2009 il Comitato Centrale ha promosso all’interno della Cina la nascita di un nuovo attore umanitario: la azienda sociale. Un attore che si basa sulle strette regole economiche e non sui concetti occidentali di solidarietà e aiuto per interagire con gli “effetti collaterali” del capitalismo: povertà, emarginazione socio-economica, negazione dei diritti alle donne e alle minoranze etniche, religiose e sessuali.

Le aziende sociali cinesi si sono concentrate in questi cinque anni sul “mercato interno” cercando di risolvere praticamente le ingiustizie socio economiche e le numerose sacche di povertà e sottosviluppo presenti all’interno della seconda potenza mondiale. Ora, forti dei soddisfacenti risultati e dell’esperienza ottenuti nel proprio Paese, le aziende sociale cinesi approdano in Africa infliggendo il corpo mortale al sistema parassitario occidentale degli aiuti umanitari. Lo scorso maggio Pechino ha ospitato il quarto convegno internazionale delle aziende sociali che ha visto la nutrita partecipazione dei Paesi africani e occidentali. Le aziende sociali sembrano contenere al loro interno tutti gli ingredienti per il successo. Il personale “umanitario” è composto da giovani universitari cinesi estremamente preparati ed esperti economici finanziari totalmente liberi dal sindrome coloniale e da romantici intenti di salvare l’umanità. Le Ong occidentali, al contrario, sono composte da giovani laureati inesperti incatenati alle sindromi coloniale e salvatrice e totalmente incapaci di interagire nelle dinamiche socio economiche locali e di proporre soluzioni reali per eradicare la povertà.

L’universo umanitario occidentale è in realtà divenuto una valvola di sfogo per giovani disoccupati europei e americani. L’assurdo concetto (tipico delle Ong occidentali) di spendere milioni di euro in progetti autoreferenziali totalmente sganciati dai risultati sul terreno, viene sostituito dalle logiche aziendali che obbligano l’operatore umanitario a ottenere risultati concreti e profitti se non vuol perdere il lavoro o i mercati acquisiti. Le aziende sociali cinesi considerano un progetto felicemente realizzato quando l’intervento è stato capace di creare possibilità commerciali, produttive e profitti per i beneficiari e l’azienda. Come tutte le aziende anche quelle sociali hanno come presupposti i concetti di responsabilità produttività. Ogni operatore umanitario è responsabile legalmente delle sue azioni e non solo la sua carriera ma la sua possibilità di sopravvivenza economica, è legata dai risultati prodotti. Concetti totalmente assenti nelle Ong Occidentali.

A parte i casi comprovati di corruzione e malversazione dei fondi, gli operatori occidentali nella realtà non sono responsabili di errori finanziari e sprechi economici. La loro carriera è piú legata alla capacità di inserirsi nelle logiche autoreferenziali delle ONG che ai risultati ottenuti grazie al vero raggiungimento degli obiettivi di progetto. Una cattiva gestione finanziaria, che a volte può coinvolgere diversi milioni di euro, viene risolta ricorrendo ad “esperti”. Come l’emblematica figura di Wolf (lupo) nel cult movies Pulp Fiction, questi esperti sono chiamati a “risanare” la contabilità tramite la creazione di falsi amministrativi tesi a presentare una amministrazione accettabile per l’ente finanziatore. Nella mia passata carriera umanitaria ho personalmente “risanato” le contabilità di diverse Ong italiane e straniere. Sono gli incarichi piú remunerati. Il mancato raggiungimento degli obiettivi di progetto rivolti ai beneficiari non è causa di licenziamenti e carriera stroncate. Semplicemente diventa una opportunità per proporre una seconda, terza, quarta, fase del progetto con il conseguente aflusso di nuovi fondi per terminare gli obiettivi non raggiunti nel precedente progetto. Se questa possibilità non esiste, elaborati rapporti e compiacenti monitoraggi da parte di audit esterni rendono reali i risultati mancati.

Le cause sono esclusivamente imputate a fattori esterni: mancata collaborazione del governo, instabilità, mancato, accesso delle zone di guerra e così via. Le aziende sociali cinesi si sono dimostrate estremamente efficaci in Cina in quanto sostituiscono il concetto occidentale di alleviare la povertà con il concetto di risolvere la povertà; il concetto di spendere soldi pubblici senza responsabilità e profitto con il concetto di efficienza aziendale dove in assenza di profitti  una carriera viene spietatamente bloccata, facendo comprendere all’operatore umanitario che la sua preparazione professionale non è adeguata per il settore. Le aziende sociali cinesi hanno anche sostituito il concetto di gratuità con il concetto di investimento produttivo, con la gran gioia dei beneficiari.

Il modello delle aziende sociali non è stato inventato dalla Cina ma in India. Sono le esperienze dell’imprenditoria aziendale indiana che hanno ispirato le aziende sociali cinesi. La pietra miliare è il progetto sanitario che ha riunito importanti e competenti dottori indiani con lo scopo di creare un efficiente network di cliniche dove si sommistrano le cure  a prezzi iper competitivi e bassi che peró generano un discreto profitto causato dall’immenso numero di pazienti poveri che ora possono accedere alle cure sanitarie. L’unica differenza tra le aziende sociali indiane e cinese risiede nella capacità delle prime di esportare esperienza e successi nei Paesi sotto sviluppati, in special modo l’Africa. Le aziende sociali cinesi, pienamente supportate dal governo, sono ora impegnate nella prima fase dell’intervento: comprendere le reali esigenze della popolazione e trovare soluzioni economiche e redditizie. Al posto di costruire un pozzo donandolo alla comunità, lo stesso pozzo viene trasformato in una fonte di profitto per un comitato gestionale eletto dalla comunità che ha il compito di creare profitti grazie allo sforzo finanziario ricevuto.

La differenza di risultati è enorme. Mentre in Africa, centinaia di migliaia di pozzi costruiti e donati gratuitamente dalla Ong occidentali sono in disuso dopo due anni dalla loro realizzazione, in Cina e India i pozzi sono funzionanti grazie al profitto generato dal comitato gestionale. Il segreto del successo è di tarare la percentuale di profitto con le reali e ridotte possibilità economiche dei beneficiari al fine di evitare l’esclusione economica. Il modello di azienda sociale cinese sta inspirando governi e privati sia africani che occidentali. L’americano Bill Drayton ha fondato la piú grande azienda sociale occidentale: Asoka Innovation for the Public. Il summit sulle aziende sociali svoltosi a Pechino lo scorso maggio ha visto la presenza di governi e associazioni tedesche, americane, inglesi e giapponesi, desiderosi di comprendere il modello proposto e di replicarlo. Già attive nella replicazione sono le imprese sociali africane in Kenya e Uganda. I loro progetti orientati su vari settori: agricolo, informatico, commerciale, stanno ottenendo ottimi risultati.

In Africa e Asia le aziende sociali cinesi sono in grado di offrire alla controparte risultati concreti attraverso l’utilizzo di giovani professionisti e di moderne tecnologie. Gli interventi delle singole aziende rientrano in un piano generale tracciato dal governo cinese basato sull’evoluzione economica dove solo le aziende piú competenti ed economicamente produttive sopravvivono. Oltre a creare possibilità commerciali e produttive, l’imprenditoria sociale cinese forma giovani tecnici locali e collega immediatamente la formazione con le attività produttive al fine che non rimanga una tesoro culturale non utilizzabile ma la base per ottenere le capacità tecniche necessarie per generare profitti. I beneficiari vengono trasformati in clienti a cui le aziende devono porre estrema attenzione alle loro esigenze e desideri in quanto un mancato o scarso servizio al cliente solitamente corrisponde al licenziamento del personale incapace o al fallimento aziendale. I consigli di amministrazione e il governo cinese prendono in seria considerazione la non corretta gestione amministrativa dei progetti che crea danni economici e di reputazione internazionale. Le conseguenze degli errori amministrativi vanno dalla perdita dell’impiego all’apertura dell’inchiesta giudiziaria in quanto le aziende sociali hanno la vitale necessità di generare profitti e non perdite e mantenere alta la loro reputazione”, spiega Darin Gunesekera ex consigliere finanziario dell’istituzione finanziaria keniota Capital Market Authority e membro della associazione “African Jounalist for Social Entrepreneurship” (Giornalisti africani per l’imprenditoria sociale). Il segreto del successo dell’imprenditoria sociale cinese come quello commerciale e politico è semplice: offrire all’Africa quello che l’Occidente ha sempre negato.

 

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