venerdì, Ottobre 22

La Cina e il suo apparato militare

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Al di là della costante minaccia americana, la volontà di migliorare la potenza navale si basava su altre importanti considerazioni strategiche. La prima prendeva in considerazione i punti nevralgici della Cina, ossia le zone di produzione industriale dove, attraverso il lavoro di migliaia di cittadini, il potente PIL del Paese prendeva vita. Una consistente parte dei centri industriali (quasi il 42% a metà anni Novanta) erano dislocati lungo la costa, quindi vulnerabili agli attacchi sia via mare che via aerea. L’intenzione era quella di spostare un eventuale conflitto in mare aperto, per proteggere le coste. Un’altra importante ragione per questa dislocazione di forze è legata alla crescente dipendenza della Cina da risorse quali il petrolio. Liu Huaqing valorizzò il pensiero di Deng Xiaoping e formulò una strategia navale che si occupasse di difendere la Cina anche in mare aperto. La strategia di difesa attiva in alto mare, non comportava di per sé desideri egemonici o espansionistici: il punto fondamentale era garantire sicurezza e sovranità. Ad ogni modo, è molto probabile che la potenza navale cinese, che finora si è concentrata soprattutto nell’area del Mar Giallo e del Mare Cinese Meridionale, si estenda gradualmente verso il Pacifico e che la strategia di difesa attiva in mare aperto non si limiti all’esecuzione letterale dei suoi propositi non aggressivi chiaramente affermati dalle parole di Deng Xiaoping ‘mantenere un basso profilo e non rivendicare mai la leadership’. Gli analisti americani, ad esempio, concordano nel subodorare il preludio di un’altra strategia, quella dell’Anti-Access/Area Denial (A2/AD, ossia di una tecnica che impedisca l’estensione del controllo americano in determinate regioni; nel caso ‘Cina vs Stati Uniti’ l’area contesa è quella del Pacifico occidentale. Tuttavia, alcuni specialisti cinesi mettono in dubbio il fatto che la politica voluta da Deng Xiaoping possa essere protratta ancora a lungo: la Cina è esplosa sia sul piano economico che su quello politico e affidarsi così tanto alla difesa marittima forse non è più sufficiente. Inoltre, con un PIL in costante crescita, la Cina potrebbe presto superare gli Stati Uniti e avere a disposizione risorse enormi per il settore bellico. Già dal 2010 circa si possono vedere i primi segnali di cambiamento ed espansione: il gigante cinese non ha solo agito come potenza regionale, ma si è spinto in numerose operazioni di peacekeeping, assistenza umanitaria e lotta alla pirateria.

Ciò che probabilmente ora preme di più agli strateghi cinesi è conservare il loro potere regionale tutelandosi dagli Stati Uniti, che in più occasioni hanno dato prova di volere contenere l’espansione dello Stato asiatico. La prima misura a insospettire i cinesi è la costituzione delle cosiddette ‘catene di tre isole’, cioè arcipelaghi e isole che delineano aree sotto l’influenza americana. La seconda azione è il rafforzamento delle alleanze del Pacifico, come quella che unisce Washington con il Giappone e la Corea del Sud. Incidenti come l’affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan o la disputa sulle Isole Diaoyu/Senkaku destabilizzano i rapporti tra la Cina e, rispettivamente, la Corea del Sud e il Giappone, che così si avvicinano agli USA, i quali approfittano del quadro anche per tenere sotto stretto controllo la Corea del Nord. La terza operazione statunitense considerata minacciosa è costituita da tutte le esercitazioni militari (bilaterali o anche multilaterali) che la marina americana organizza nei dintorni delle acque cinesi. Pechino però non resta a guardare e aumenta non solo il suo arsenale, ma s’impegna anche a differenziare sempre più il suo potenziale bellico.

Per quanto riguarda la potenza di fuoco dell’arsenale, i documenti attestano che la Cina sta sviluppando e testando diversi tipi di missili balistici e a crociera, sottomarini all’avanguardia, sistemi di difesa aerei a lunga distanza, strumentazioni elettroniche e avanzati aerei da caccia. Anche secondo le ricerche americane, l’arsenale cinese sarebbe drasticamente aumentato sia in termini di quantità che di qualità. È importante sottolineare che, nonostante gli enormi progressi diplomatici del 2009 tra Pechino e Taipei, la Cina ostinatamente rafforza il suo dispiegamento di forze di fronte all’isola, cercando ovviamente non solo di scoraggiare Taiwan, ma anche gli Stati Uniti, che in quest’area continuano a rimanere in una posizione di svantaggio.

Un’altra strategia alla quale mirano gli esperti dell’Esercito Popolare di Liberazione è quella della guerra asimmetrica, ossia uno scontro in cui il più debole, attraverso piccole vittorie, riesce a resistere alle pressioni del più forte. In tempi di guerra dell’informazione, la strategia asimmetrica si applica bene, ma non si tratta solo di uno scenario legato alla comunicazione e all’intelligence: anche uno scontro a fuoco vero e proprio può essere incluso in questa visione. Ciò che è chiaro, comunque, è che la Cina da tempo ha compreso l’importanza enorme che ha (e avrà) la guerra d’informazione e ha già cominciato a prepararsi nell’ottica di dominare lo spazio virtuale. Gli hacker cinesi anche in tempi di pace conducono attacchi, in piena adesione ai principi della guerra asimmetrica.

Come è già stato detto, buona parte degli sforzi cinesi sono ormai volti a contrastare Washington. Sfruttando le ultime tecnologie a disposizione, l’esercito cinese intende proteggere il suo spazio aereo e i suoi satelliti e concentrarsi di più su operazioni anfibie che combinano il potenziale umano e tecnologico di diversi settori per tenere a distanza gli Stati Uniti sul fronte del Pacifico. Gli americani infatti dispongono di una solida rete di basi proprie e alleate; l’intento cinese sarebbe perciò quello di dispiegare un arsenale missilistico a lungo raggio così imponente da convincere i Paesi limitrofi a negare il proprio supporto all’esercito statunitense.

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