sabato, Maggio 8

La Cina e il Risiko europeo

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I Balcani come scorciatoia nella ‘lunga marcia’ del Dragone verso l’Europa. L’idea, non del tutto nuova, ha ricevuto un ulteriore impulso in occasione del Central and Eastern European (CEE) – China Summit, evento ospitato la scorsa settimana dalla capitale serba Belgrado. L’incontro, finalizzato a completare quanto messo sul tavolo durante l’edizione dello scorso anno tenutasi a Bucarest, si basa sulla formula 16+1, ovvero i 16 Paesi dell’Europa centro-orientale più la Cina. Per il Premier cinese Li Keqiang, frequente visitatore del Vecchio Continente, la missione ha fornito l’occasione per ribadire l’impegno cinese a creare un ponte tra Est e Ovest. Un concetto esposto poche ore prima nell’ambito di un meeting della Shanghai Cooperation Organization ad Astana, in Kazakistan, prima tappa del suo viaggio verso Occidente. Cosa c’entra il Kazakistan? C’entra. Pare infatti che, agli occhi del Dragone, il minimo comune denominatore tra Asia Centrale ed Europa centro-orientale sia il potenziale sommerso e l’arretratezza delle infrastrutture.

Secondo stime dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico, nei prossimi due decenni il fabbisogno mondiale di infrastrutture raggiungerà un costo di 50 trilioni di dollari, mentre l’Asian Development Bank calcola che le economie asiatiche emergenti necessiteranno di 8 trilioni di dollari nella decade 2010-2020 per tenere il passo con le loro esigenze infrastrutturali. Un problema che la Cina si sta apprestando ad alleviare con una serie di progetti, prima fra tutti quello per riportare in auge l’antica Via della Seta. Che nella sua versione moderna dovrebbe prendere le forme di una cintura economica attraverso l’Eurasia con il doppio scopo di facilitare il passaggio dell’export cinese e regalare dinamismo ai Paesi sospesi tra regno di Mezzo ed Europa. La parola ‘integrazione‘ è ormai diventata il nuovo mantra dello ‘sviluppo pacifico‘ cinese nel ‘vicinato allargato’, vale a dire in tutte quelle aree in cui l’ascendente del gigante asiatico si era estinto da secoli e che Pechino vuole riportare entro la propria sfera di influenza. ‘Integrazione’ da intendersi come connessione logistica del tessuto produttivo (rigorosamente win-win) ma anche come interrelazione ‘people-to-people’, per utilizzare un’espressione molto in voga tra la stampa cinese.

Nel corso del summit di Belgrado, Cina, Serbia, Ungheria e Macedonia hanno raggiunto un’intesa per l’istituzione di un corridoio economico finalizzato a collegare l’ex Impero Celeste al Mediterraneo. Si tratta di una ‘linea veloce terra-mare’ che andrà a connettere Budapest (Ungheria), Belgrado (Serbia), Skopje (Macedonia), Atene (Grecia) e il porto del Pireo, il principale scalo marittimo commerciale del Vecchio Continente e porta d’ingresso per il ‘Made in China‘ in Europa. Qui il colosso cinese della logistica marittima COSCO opera dal 2009 con una concessione di 35 anni per lo sviluppo di due moli. Con la gestione cinese il traffico di container nello scalo greco è triplicato nel giro di cinque anni e i tempi di spedizione si sono abbreviati di una settimana. Nel frattempo, le ambizioni marittime del Dragone si sono estese anche ai porti di Tessalonica (Grecia) e Bar (Montenegro), in barba al nostro Gioia Tauro.

L’agenzia di stampa Xinhua descrive la ‘linea veloce mare-terra’ come «una versione più estesa e aggiornata» della ferroviaria Budapest – Belgrado -che dovrebbe vedere la luce entro il 2017 grazie ai finanziamenti di Pechino e al lavoro di compagnie cinesi- andando ad agganciare il Pireo alla capitale ungherese. L’area interessata dal progetto, che prevede anche una riduzione delle barriere doganali, copre una superficie di 340mila chilometri quadrati e coinvolge 32 milioni di persone. Per facilitare gli investimenti nella regione, Li Keqiang ha annunciato la creazione di un fondo da 3 miliardi di dollari che si va a sommare alla linea di credito speciale da 10 miliardi istituita due anni fa proprio per supportare i progetti Cina-CEE. Dal 2010, Pechino è attivo in Serbia, Bosnia e Montenegro con la costruzione di ponti, autostrade e centrali elettriche.

Secondo Zhao Junjie, ricercatore di studi europei presso l’Accademia cinese delle Scienze sociali, il nuovo corridoio costituisce un’alternativa alla rotta settentrionale che connette Cina ed Europa passando attraverso la regione autonoma cinese del Xinjiang, la Russia e la Polonia giungendo infine in Spagna: ovvero la tratta Yiwu- Madrid, entrata in funzione lo scorso novembre. Una linea merci di 13mila chilometri (la più lunga al mondo) che permette di raggiungere il Vecchio Continente in soli due giorni contro i precedenti ventuno. La portata dei progetti a trazione cinese è rivoluzionaria se si considera che il 90% del commercio globale avviene ancora via mare, spesso attraverso canali difficili come lo Stretto di Malacca.

Normalmente si dice che l’espansione cinese all’estero si espliciti in tre forme: progetti infrastrutturali, accordi commerciali e sfruttamento delle risorse. In linea di principio, nei Balcani, Pechino può contare su tutti e tre. Quando nell’aprile 2012 l’allora Primo Ministro cinese Wen Jiabao si recò in missione a Varsavia (prima visita di un Premier cinese in Polonia dal 1987), parlò di hi-tech, energia verde e infrastrutture per rilanciare i rapporti virtuosi tra Cina e Stati CEE. Pressoché inesistente fino a qualche anno fa, dal 2000 il commercio tra la Repubblica popolare e le nazioni dell’Europa centro-orientale è cresciuto annualmente di oltre il 30% arrivando a toccare i 50 miliardi di dollari. Non solo. Come fa notare, su ‘The Diplomat’, Valbona Zeneli, docente presso il George C. Marshall European Center for Security Studies, la regione è ricca di risorse naturali. Il settore energetico locale, troppo rischioso per i partner occidentali, può servire alla Cina per sfoggiare il proprio expertise nell’energia pulita rafforzato dalla Green Credit Directive, politica introdotta nel 2012 che impone alle banche cinesi di valutare la sostenibilità dei progetti all’estero prima di concedere finanziamenti. Oltre alla Serbia, dove il Dragone ha stretto con l’ente nazionale per l’energia elettrica EPS un accordo da 2 miliardi di euro, anche la Bosnia-Erzegovina ha ricevuto capitali cinese attraverso il finanziamento della centrale termoelettrica Stanari per la cui costruzione China Development Bank ha sborsato 350 milioni di euro. Ed è già nell’aria una cooperazione tra Pechino e Praga per lo sviluppo dell’industria nucleare nella Repubblica Ceca, così come società cinese sono in lizza per la costruzione di una centrale a carbone in Montenegro.

Secondo Zaneli, tuttavia, non è per assicurarsi una fonte di commodities che il Dragone si sta dando tanto da fare negli ‘squattrinati’ Balcani. La scarsa produttività della regione farebbe pensare ad una strategia sul lungo periodo a fronte di profitti immediati minimi. Per la Cina si tratta di un mercato appetitoso dalle potenzialità ancora inespresse: l’area offre «una forza lavoro qualificata in cambio di salari relativamente bassi, ha un tasso di crescita abbastanza buono ed è prossima per posizioni politiche e collocazione geografica all’Europa occidentale», dove poter rivendere i prodotti finiti. Qualcuno suggerisce anche che, grazie agli accordi di libero scambio tra gli Stati della regione e l’Unione europea, la Repubblica popolare potrebbe accedere direttamente ad un mercato di 800 milioni di persone aggirando le restrizioni commerciali messe in atto da Bruxelles.

La CEE ospita Paesi molto diversi tra loro per grado di sviluppo, dimensioni, trascorsi storici, tradizioni culturali e religiose, ma accomunati da un passato socialista interrotto, nel 1989, con l’inizio di un processo di trasformazione del sistema economico, politico e sociale in cui Europa occidentale e Stati Uniti hanno rivestito un ruolo cruciale. Il gigante asiatico, al contrario, gode di un’estraneità storica‘ percepita localmente con favore. Quello che ha fatto la Cina è stato essenzialmente allungare la mano ad una regione complessata a causa della propria marginalità politica che, ancorata la propria ripresa economica all’Occidente, si è ritrovata di riflesso impantanata nella crisi del 2008. Come spiega alChina Daily’ Ljiljana Smajlovic, Presidente dell’Associazione dei Giornalista della Serbia («un Paese traumatizzato»): «siamo contenti di avere con la Cina relazioni senza complicazioni emotive o uno sgradevole bagaglio politico. Concessioni, ferrovie ad alta velocità…sapete che anche soltanto sentir parlare di treni ad alta velocità è un piacere per le nostre orecchie? Ci piacerebbe molto vedere tutto questo diventare realtà».

Eppure l’avvicinamento della Cina ai Paesi CEE (di cui 6 sono candidati all’Ue e 11 ne fanno già parte) viene visto diffusamente come una minaccia per la coesione del blocco dei 28. Qualcuno suggerisce che Pechino stia volontariamente erodendo l’autorità di Bruxelles nella regione, secondo il detto ‘divide et impera‘. Non convince nemmeno l’atteggiamento ondivago degli Stati CEE, dal collasso dei regimi comunisti protesi verso l’Occidente filo-americano e ora pronti a ‘tradire’ per assicurarsi i finanziamenti cinesi. C’è da avere paura? No, secondo Richard Turcsányi, visiting fellow presso l’European Institute for Asian Studies. La Cina -come scrive Turcsányi- sembra più propensa a stringere cordiali rapporti con i Paesi già membri dell’Unione europea (non con quelli ‘ribelli’), così come l’interesse cinese verso l’Europa centro-orientale è aumentato proprio con l’ingresso nell’Ue di buona parte dei Paesi della regione. Un interesse che, al di là delle implicazioni più strettamente economiche, potrebbe nascondere vantaggi di ordine strategico. Come spiegato in un’intervista da Adrian Severin, politico rumeno nonché membro del Parlamento Europeo, il gigante asiatico starebbe cercando di assicurarsi uno spazio d’importanza geopolitica cruciale tra Russia e Germania, in caso l’incapacità Ue nel contenere le intemperanze di Mosca si traducesse in un’ascesa russa nella regione.

Una delle teorie più diffuse è quella che la Cina stia cercando di incrementare lo sviluppo dei Paesi CEE per affrancarli da un’eccessiva dipendenza da Mosca“, racconta a ‘L’Indro’ Turcsányi, “dopo la crisi del 2008 l’attivismo dell’Occidente nella regione ha cominciato a scemare così che ora questi Paesi sono in cerca di un sostituto. Le alternative sono proprio la Russia o la Cina“.

 

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