mercoledì, Aprile 21

La Cina e il dilemma dell'Unione eurasiatica field_506ffb1d3dbe2

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Molti la considerano una pezza a colori per coprire la debacle diplomatica di Putin in Ucraina. Ma l’EEU (Unione economica eurasiatica) è sopratutto un ambizioso piano di ricomposizione economica che mira a ricreare sulle rovine dell’ex Unione Sovietica un’entità transnazionale in grado di rendere la Russia un centro di interazione e stabilità politica tra Asia, Europa e America. Il tutto grazie alla sua posizione geografica e ad un bagaglio ideologico eurasista opportunamente alleggerito dei suoi contenuti più oltranzisti.

Lo scorso maggio, trattato di Astana ha rafforzato le basi dell’Unione doganale che dal 2010 annovera tra i suoi membri Russia, Bielorussia e Kazakistan e dal 1 gennaio 2015 prenderà le sembianze di un’Unione economica eurasiatica con il probabile ingresso di Armenia, Kirghizistan e Tajikistan. Un’organizzazione che aspira, senza giri di parole, a rivaleggiare con i grandi blocchi internazionali quali Unione europea, Stati Uniti, Cina e APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) e dovrebbe garantire (almeno sulla carta) la libera circolazione di beni, servizi, capitali e forza lavoro fra i Paesi aderenti. Calcolando soltanto Russia, Kazakistan e Bielorussia si parla già di 170 milioni di consumatori, 2.700 miliardi di dollari di Pil aggregato, 20% delle riserve di gas mondiale e 15% di quelle petrolifere.

Se i numeri sembrerebbero suggerire una rimonta russa nel tradizionale ‘cortile di casa’, Mosca tuttavia prosegue la ricostruzione eurasiatica orba della sua pietra angolare: il divorzio dall’Ucraina, ormai sempre più ‘europea’, probabilmente implicherà uno spostamento del baricentro dell’EEU verso Oriente -l”idea di trovare un posto sotto il cappello moscovita parrebbe non dispiacere nemmeno a Vietnam, Nuova Zelanda, Turchia e Israele– mentre le regioni asiatiche della Russia, ancora poco sfruttate per mancanza di infrastrutture, potrebbero fare da volano alla crescita del Paese, da luglio ufficialmente in recessione. Proprio lunedì è stato dato il via ai lavori per la costruzione della China-Russia East Route, gasdotto che stando all’agenzia di stampa cinese ‘Xinhua «possiede un grande significato per il ringiovanimento della base industriale tradizionale della Cina nordorientale e lo sviluppo dell’Estremo Oriente russo». Buoni proposito contro i quali tuttavia remano una serie di gruppi liberali filoccidentali, ultranazionalisti e burocrati del Far East russo ostinatamente contrari a un’eccessiva dipendenza dalla Cina.

Se a prevalere tra i due giganti regionali sarà una comunione d’intenti o una sovrapposizione d’interessi è ancora tutto da vedere. Per Andrej Grosin del Russian Instituite for CIS Countries, non ci sarebbe alcuna rivalità tra Mosca e Pechino, giacché l’espansione cinese in Asia Centrale finora è costato più all’Occidente che alla Russia. Proprio l’Occidente sembrò essere il target del discorso con cui, nel 2011, Putin annunciò il progetto per un’Unione eurasiatica, giusto a ridosso da un fallimentare summit Ue tenutosi a Varsavia con lo scopo di attrarre sei ex Repubbliche Sovietiche (Armenia, Arzebaijan, Georgia, Moldavia, Ucraina e Bielorussia) nell’orbita di Bruxelles. La famosa Eastern Partnership nell’ambito della quale Kiev, Tbilisi e Chisinau hanno recentemente siglato Accordi di Associazione.

Finora, Pechino non ha dato segni di preoccupazione riservandosi una posizione attendista, forse anche rassicurato da stime più prudenti circa le effettive potenzialità dell’Unione eurasiatica. Si parla di 2,7 trilioni di Pil, ovvero meno di un quinto di quanto macinato da Usa o Ue, e un terzo del Pil cinese. Per di più, la Russia conta per circa l’80% sia del suo Prodotto interno lordo, sia della sua popolazione. D’altra parte, l’EEU prende vita in un momento in cui il Dragone sta promuovendo un suo riposizionamento nei territori un tempo solcati dalla Via della Seta attraverso la creazione di una cintura economica che va a cingere esattamente gli stessi Paesi corteggiati dal Cremlino. Addirittura, già nel 2011, il think tank americano National Bureau of Asian Reserach dichiarava che in virtù delle sue possibilità finanziarie e dei suoi ambiziosi progetti infrastrutturali, Pechino -non Mosca- rappresentava sul lungo termine l’interlocutore regionale più promettente.

Per quanto riguarda la cooperazione energetica, penso che le compagnie statali e i leader cinesi cambieranno leggermente le cose in Asia Centrale“, spiega a ‘L’Indro’ Nadine Godehardt senior associate presso il German Institute for International and Security Affairs e autrice di ‘The Chinese Constitution of Central Asia‘, “sicuramente la Russia ha sue personali risorse a sufficienza, ma in passato (anche quando c’era ancora l’Unione Sovietica) è riuscita a gestire il mercato del gas e del petrolio in Asia Centrale sopratutto perché ne controllava le condotte. La maggior parte dei Paesi di questa regione -da quando hanno raggiunto l’indipendenza fino a oggi- si sono rivelati incapaci di sostenere finanziariamente il sistema di trasporto (gasdotti, reti elettriche ecc..) senza un supporto esterno. Quindi quello che la Cina sta facendo non è tanto mettere le mani sulle risorse, quanto piuttosto ottenere il comando sul sistema di pipeline. In particolare il gasdotto Cina-Asia Centrale che parte dal Turkmenistan (che passa per Kazakistan e Uzbekistan) è stato un punto di svolta. Il Turkmenistan si è sempre aggrappato alla Russia, ma ora dipende dalla Cina che acquisisce sempre più controllo anche perché, in virtù della condotta turkmena, è a sua volta meno ‘energeticamente’ dipendente da Mosca“.

Molto si è detto sui risvolti di una probabile partecipazione all’EEU di Kirghizistan e Tajikistan, due Paesi legati economicamente tanto da Mosca quanto da Pechino; il primo sopratutto grazie a un commercio ufficioso lungo il confine con la Cina che si avvale di sedicenti ‘turisti’ e valige belle piene al fine di aggirare i dazi doganali. Un business che conta per circa un terzo del Pil kirghiso. Gran parte delle merci esposte al Dordoi Bazaar, il più grande mercato di tutta l’Asia Centrale che conta 100mila lavoranti, sono importate da Pechino e Urumqi, la capitale provinciale della regione autonoma cinese dello Xinjiang, poi rivendute ai grossisti provenienti da Russia, Kazakistan e vicini. Un ingresso di Bishkek nell’Unione eurasiatica implicherebbe l’innalzamento delle tariffe negli scambi con gli Stati non-membri, compresa ovviamente la Repubblica popolare.

Anche in questo caso, Pechino ostenta indifferenza dichiarando che «il commercio sino-kirghiso oscilla tra i 5 e i 10 miliardi di dollari all’anno, numeri che rappresentano un ‘piccolo problema’ sovrastato dai 3 trilioni di scambi intrattenuti dalla Cina con l’estero». Ma come fanno notare Raffaello Pantucci e Li Lifan in un’analisi ripresa da ‘Open Democracy’ , questo ‘piccolo problema’ potrebbe costare caro allo Xinjiang, la provincia teatro di violenze etniche per la stabilità della quale il Governo cinese ha promosso massicci investimenti; la teoria dominante tra l’establishment prevede che l’innalzamento della qualità della vita porti anche maggiore sicurezza. Se il Kirghizistan entrerà nell’EEU, le nuove tariffe doganali controllate dalla Russia, di riflesso, avranno pesanti ripercussioni anche su Kashgar, la città dello Xinjiang meridionale che Pechino ha reso Zona economica speciale con l’intento di candidarla ad hub dell’Asia Centrale. Di più: perdendo Tajikistan e Kirghizistan, le merci cinesi avrebbero poche altre vie di passaggio verso ovest a parte l’instabile Afghanistan. Per Bishkek, invece, il dilemma consiste nello scegliere il male minore, giacché per una mancata integrazione con Mosca rischierebbe di tagliare fuori dal mercato del lavoro russo milioni di migranti kirghisi (le cui rimesse contano per un terzo del Pil nazionale) a causa di un atteso inasprimento delle misure sui visti per i Paesi esterni all’Unione economica.

Rimane, tuttavia, la possibilità di una coesistenza armoniosa tra le due galassie sinocentrica e russocentrica. “Il Kirghizistan è uno dei partner più importanti della Cina; rappresenta una porta d’ingresso all’Asia Centrale“, afferma Godehardt, “sono molto convinta che anche nel caso in cui Bishkek entrasse nell’Unione Doganale continuerebbe a mantenere la sua ‘politica aperta’ verso la Repubblica popolare. Esattamente come sta facendo il Kazakistan, che pur essendo un partner importante per la Russia nella sua Unione Doganale (o Unione Eurasiatica), allo stesso tempo sta rafforzando i suoi rapporti con Pechino, in particolare dopo che nel settembre 2013 Xi Jinping ha annunciato il piano per cintura economica attraverso l’Eurasia. Semplicemente, il fatto è che la Cina ha il potere finanziario per costruire un corridoio economico nell’area. Tutti i Paesi extra-regionali che hanno mostrato un certo interesse per l’EEU (eccetto Vietnam e Nuova Zelanda) si sono detti allo stesso modo ben felici a partecipare alla nascita di una Nuova Via della Seta promossa da Pechino“.

D’altronde, il Dragone potrebbe ricoprire il ruolo del ‘gigante buono’ qualora le connotazioni spiccatamente commerciali dell’Unione nascondessero risvolti politici. Un’ipotesi fattasi più minacciosa in seguito all’annessione russa della Crimea che potrebbe spingere i Paesi centroasiatici a optare per un una strategia equilibrista, evitando di finire vittima delle rivalità geopolitiche tra Pechino e Mosca. “Finora la Russia ha osservato con inquietudine l’avanza cinese in Asia Centrale, ma ha continuato a ritenerla preferibile ad una presenza americana. Tuttavia, come gli Stati Uniti si stanno defilando dal ‘cuore dell’Asia’, probabilmente Mosca reclamerà un po’ dell’influenza persa a vantaggio di Pechino e Washington“, ci dice Nicklas Norling, reserch fellow del Central Asia-Caucasus Institute presso la Johns Hopkins University, “allo stesso tempo tutti quei Paesi della regione che nutrono sospetti verso la sfumatura politica dell’EEU -come l’Uzbekistan- verosimilmente proveranno a cementare i rapporti con la Repubblica popolare, date le poche alternative. Vedremo facilmente un inasprimento del confronto Cina-Russia in Asia Centrale e l’EEU sarà il mezzo privilegiato di Mosca per riacquistare il terreno perso. Anche se non verrà mai rivelato ufficialmente“.

A rimetterci potrebbe essere sopratutto la SCO (Shanghai Cooperation Organization), la ‘Nato asiatica’ -fondata dai capi di Stato di Repubblica popolare, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan e Uzbekistan- che Pechino considera la sua organizzazione multilaterale di punta . “La Cina è stata chiaramente il motore trainante dell’organismo con Mosca come passeggero ‘riluttante‘”, prosegue Norling, “l’agenda della SCO ha portato benefici alla Cina, mentre spesso è andata contro gli interessi russi, sopratutto in Asia Centrale. Ha forse mai adottato politiche contrarie a Pechino? Se non fosse per il fatto che la SCO ha rappresentato un contrappeso agli enti diretti dagli Stati Uniti ed è servita a ‘gestire’ l’invasione cinese in Asia Centrale contenendone i danni, Mosca probabilmente l’avrebbe già seppellita volentieri. Ora con l’EEU rischia di diventare un’istituzione obsoleta“.

 

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