martedì, Gennaio 18

La Cina costringe gli USA a ‘pensare Africa’ Biden, nel ri-orientare la politica americana in Africa è dovuto partire, da una parte, dalla indifferenza dell'Amministrazione Trump per il continente, dall'altra, dal dato di fatto che la Cina ha compiuto passi in avanti irreversibili in Africa che non possono essere scacciate

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Si è conclusa ieri l’ottava edizione del Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC, Forum On China-Africa Cooperation), tenutosi a Dakar, capitale del Senegal, da domenica 28 fino a ieri martedì 30 novembre. Il tema di questa edizione è stato: «Approfondire la partnership Cina-Africa e promuovere lo sviluppo sostenibile per costruire una comunità Cina-Africa dal futuro condiviso in una nuova era». La cooperazione economica tra Cina e Africa è stata al centro dei lavori come sempre, ma ha caratterizzato questa edizione il tema della sicurezza, esplicitamente avanzato dall’Africa e dribblato dalla Cina.

La Ministra degli Esteri del Senegal, Aïssata Tall Sall, nel suo intervento di apertura, ha invitato la Cina ad essere unavoce fortenella lotta al terrorismo nel Sahel, essere partecipe della lotta contro il fondamentalismo armato. Ai timori di Niger, Burkina Faso e Mali per le violenze che da anni devono affrontare e che temono possano aggravarsi ulteriormente, si assommano i timori degli altri Stati della regione, come il Senegal, che temono una ulteriore diffusione delle violenze nell’area, che potrebbero far da detonatore alle tensioni interne.
La Cina non ha nessuna intenzione di farsi carico di un un ruolo militare diretto nell’area, non rientra nella sua politica ed è in questa fase tutta concentrata sullo confronto con gli USA nell’Indo-Pacifico.
L’invito, però, è indicativo delle potenzialità della Cina nel continente africano e soprattutto di quanto l’Africa abbiavoglia di Cina e punti sulla Cina non solo per la crescita della sua economia. Un invito, dunque, che preoccupa assai Washington, consapevole dei suoi limiti in territorio africano. L’Africa così si delinea sempre più come ennesima arena di scontro tra le due superpotenze, l’ascesa della Cina come concorrente strategico in Africa sembra essere arrivata al culmine. Così, se negli ultimi 20 anni circa l’Africa è stata un interesse strategico intermittente per gli Stati Uniti, ora siamo in una fase in cui Washington sta riservando al continente una nuova attenzione.

A dimostrazione di ciò, la recente visita del segretario di Stato, Antony Blinken, nel continente.

«Per molto tempo, il messaggio principale degli Stati Uniti ai Paesi africani è stato ‘Non siamo l’Europa’, ma almeno dai primi anni 2000, il messaggio della Cina all’Africa è stato ‘Non siamo gli Stati Uniti’», scrivono Henry Tugendhat, analista politico senior presso l’U.S. Institute of Peace, dove si occupa degli impegni cinesi in Africa, e ricercatore presso la China Africa Research Initiative presso la School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University, e Kamissa Camara, direttrice degli affari esteri e della politica africana presso il Tony Blair Institute for Global Change, già capo di gabinetto del Presidente del Mali. Il FOCAC -strumento di successo per la politica africana della Cina-, dicono i due analisti, «è un doloroso promemoria delle carenze diplomatiche americane in Africa. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di creare una propria versione del forum per ottenere gli stessi successi, ma hanno bisogno di una politica verso l’Africa che giochi sui punti di forza dell’America e riconosca l’importanza della costruzione di relazioni».

David E Kiwuwa, professore Associato di Studi Internazionali, Università di Nottingham, nell’analizzare la nuova postura americana nel continente afferma che la visita di Blinken in Africa «è un tentativo di azzeramento e riposizionamento da parte della nuova Amministrazione, prima di ricucire le barriere diplomatiche». Il tutto con l’obiettivo di «dare un nuovo tono e sottolineare la convinzione dell’Amministrazione Biden che l’Africa sia importante per gli Stati Uniti come partner strategico».
I tre Paesi visitati -Kenya, Nigeria, Senegal- «hanno tutti segnalato un interesse strategico in diverse aree». Il Kenya è espressione dell’area sicurezza, della cooperazione sui vaccini COVID-19 «e forse un gesto diplomatico, dato che il Presidente Uhuru Kenyatta è stato il primo Presidente africano a visitare la Casa Bianca del Presidente Joe Biden». La Nigeria, come la
più grande economia in Africa, è stata emblema per il commercio e gli investimenti. Il Senegal è stato tappa di questo viaggio perchè rappresenta una storia di successo della democrazia.

Biden, nel ri-orientare la politica americana in Africa è dovuto partire, da una parte, dalla indifferenza dell’Amministrazione Trump per il continente, dall’altra, dal dato di fatto che la Cina ha compiuto passi in avanti irreversibili in Africa che non possono essere scacciate.

«L’Amministrazione ha dovuto elaborare una duplice strategia. Nella prima ha cercato di impegnarsi nuovamente in una partnership strategica con l’Africa per raggiungere una serie di obiettivi: commercio e investimenti; infrastrutture attraverso l’iniziativa globale Build Back Better World; l’emergenza sanitaria COVID-19; governo democratico; cambiamento climatico e pace; sicurezza come baluardo contro l’estremismo e il terrorismo.

In secondo luogo, ha dovuto posizionarsi come un’alternativa benevola a Pechino, promettendo una relazione rispettosa, aperta, non predatoria e degna di fiducia che porterà benefici reciproci».

Il fronte economico è quello più evidente di questo scontro. Il commercio degli Stati Uniti con l’Africarappresenta solo il 5%. La Cina ha l’8%, l’UE è al 28%. «Dal 2009, la Cina ha costantemente superato gli Stati Uniti come principale partner commerciale dell’Africa. Poiché la Cina è emersa come la fabbrica mondiale del 21° secolo, il suo appetito per le materie prime ha fornito una solida base per le relazioni con le Nazioni africane, ed è probabile che lo faccia per molti anni a venire», affermano Tugendhat e Camara. E’ su questo dato di fatto che gli USA si devono confrontare e costruire una seria programmazione.
«Le iniziative
African Growth and Opportunity e le recenti iniziative Prosper Africa non sono riuscite a realizzare dividendi sostanziali. Il riavvicinamento strategico degli Stati Uniti con l’Africa deve garantire un aumento duraturo e sostanziale dei flussi commerciali bidirezionali se deve essere considerato serio. Un sostegno più forte alla nuovaarea di libero scambio continentale africana sarebbe un buon inizio», afferma David E Kiwuwa. «L’iniziativa dell’African Growth and Opportunity Act del Presidente Bill Clinton, potenzialmente trasformativa, aveva lo scopo di aiutare l’Africa a chiudere il deficit commerciale degli Stati Uniti attraverso il commercio e lo sviluppo attraverso l’accesso al mercato senza tariffe», afferma Kiwuwa. «La politica sanitaria del Presidente George Bush, sebbene relativamente specifica per il settore, è stata un notevole successo. I due programmi firmati dal Presidente Barack Obama, Power Africa, che ha promosso con successo l’elettrificazione, e Feed the Future, si sono concentrati sulla modernizzazione dell’agricoltura in modo da favorire gli obiettivi dell’Africa Growth and Opportunity Act. L’obiettivo dell’iniziativa Prosper Africa 2018 di Trump era raddoppiare il commercio e gli investimenti in Africa. Era ben intenzionato. Ma si trattava meno di un quadro politico indipendente e più di un intervento strategico per sfidare la Cina in Africa».
Gli Stati Uniti stanno cercando di rinvigorire i propri impegni nella regione per contrastare l’influenza della Cina ove possibile, affermano Henry Tugendhat e Kamissa Camara. «Ad esempio, il programma Build Back Better World e il Blue Dot Network si concentrano sulla lotta alla sempre sbandierata Belt and Road Initiative della Cina, senza considerare il fatto che gli Stati Uniti possano o debbano cercare di competere con la Cina su enormi infrastrutture», per quanto effettivamente il supporto infrastrutturale sia area di potenziale cooperazione strategica, riconosce Kiwuwa. Secondo il quale, è uno sviluppo positivo che gli Stati Uniti desiderino competere nella costruzione di infrastrutture tanto necessarie in tutta la regione, ma è difficile immaginare come le aziende statunitensi possano essere competitive rispetto alle aziende cinesi che costruiscono strade e ferrovie in Africa dal gli anni ’60. «Probabilmente, questa miope focalizzazione sul contrasto degli impegni economici della Cina ha accecato gli Stati Uniti sui propri punti di forza unici», affermano Tugendhat e Camara. «Il primo esempio di ciò è l’African Growth and Opportunity Act (AGOA), in scadenza nel 2025, un programma commerciale non reciproco che offre a 39 Paesi africani ammissibili l’accesso esente da dazi ai mercati statunitensi. Ciò ha avuto effetti catalitici sull’industrializzazione africana, e molti dei produttori africani sfruttando AGOA sono esportare merci a bassa tecnologia, come il tessile, che non potevano sperare di esportazione verso la Cina» Questa è una politica, secondo i due analisti, «di cui gli Stati Uniti possono essere orgogliosi e che farebbero bene a promuovere tra gli altri Paesi ricchi».

C’è poi un aspetto più politico e sociale. «La crisi sanitaria del COVID-19 ha causato il divario nell’accesso ai vaccini tra l’Africa e Paesi come gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti possono vantare un tasso di vaccinazione superiore al 64%, mentre l’Africa subsahariana ha vaccinato meno del 6% della sua popolazione Questa è un’opportunità epocale per la cooperazione tra Stati Uniti e Africa. Il Global Covid Corps degli Stati Uniti cerca di mettere a disposizione la capacità logistica degli Stati Uniti per supportare i Paesi» nella inoculazione dei vaccini. «Potrebbe anche essere un’iniziativa di trasformazione dell’infrastruttura sanitaria pubblica continentale».
Si tratta anche di una buona opportunità per costruirerelazioni‘. «Non c’è paragone in termini di profondità e ampiezza della costruzione di relazioni che la Cina ha sviluppato con i leader africani e futuri leader, almeno nell’ultimo decennio», affermano Tugendhat e Camara. La Cina si è concentrata sugli impegni economici e sul confronto con i leader africani e sugli scambi interpersonali. Al FOCAC del 2018, «la Cina ha annunciato 50.000 borse di studio governative e 50.000 corsi di formazione a breve termine. Questi sono offerti a studenti universitari, funzionari delle forze dell’ordine, dipendenti pubblici, personale medico, operatori agricoli e personale militare, tra molti altri in tutta l’Africa». Insomma, Pechino lavora alla costruzione delle fondamenta del suo soft power.

La questione della forza relazionale si collega alle opportunità di cooperazione nella costruzione della democrazia. «In tutto il continente c’è stata una recessione della democrazia negli ultimi anni. Gli stessi Stati Uniti lottano con le proprie sfide democratiche interne e sono diventati più reticenti nella loro crociata democratica. Ma in Africa, gli Stati Uniti sono nella posizione migliore per utilizzare la propria posizione globale per difendere il primato della governance democratica», afferma Kiwuwa.
Ma
per raggiungere lo stesso livello di successi diplomatici dei cinesi, gli Stati Uniti dovrebbero, però, affermano Henry Tugendhat e Kamissa Camara «abbandonare il loro approccio punitivo. Più in generale, potrebbe considerare di rivalutare la dipendenza da misure come le sanzioni statunitensi attualmente in vigore su nove Paesi africani, con Etiopia, Mali e Guinea che verranno presto aggiunti all’elenco».

Infine, la crescente minaccia dello Stato Islamico e le conseguenti minacce terroristiche nel continente che hanno reso la sicurezza una priorità urgente per gran parte dei Paesi africani è uno spazio di cooperazione consolidato. La sua priorità lo dimostra la richiesta di intervento da parte del Senegal avanzata alla Cina. Gli Stati Uniti, afferma David E Kiwuwa, «sono consapevoli del fatto che il rischio che emergano paradisi del terrorismo in Stati fragili e deboli è una minaccia reale per i loro interessi strategici. Il sostegno all’architettura di pace e sicurezza dell’Africa continuerà a essere un elemento centrale delle priorità politiche degli Stati Uniti». Potrebbe essere necessario riconsiderare una serie di relazioni che sono state principalmente guidate da problemi di sicurezza e pensare invece che da quelli economici, affermano Tugendhat e Camara. Le campagne antiterrorismo americane in Africa sono state al centro della definizione delle relazioni di Washington con gli Stati africani. «Dall’11 settembre, gli Stati Uniti hanno costruito una rete di circa 29 basi militari in tutto il continente africano. Questa rete è stata necessariamente istituita in collaborazione con i partner locali e svolge un ruolo fondamentale nel sostenere gli sforzi di rafforzamento della sicurezza locale in molte regioni. Mette in evidenza la capacità degli Stati Uniti di investire nelle relazioni africane quando necessario, ma di per sé rappresenta una strategia di politica estera verso l’Africa che privilegia il breve termine, senza preoccupazione per il significato a lungo termine della regione».

In definitiva, affermano Tugendhat e Camara, l’azione politica «degli Stati Uniti sull’Africa è diminuita, ma certamente non è stata eliminata.Piuttosto che cercare di competere in campi in cui la Cina è meglio affermata, può sfruttare i propri punti di forza» .

Nel complesso, retorica a parte, conclude David E Kiwuwa, «l’Africa è ancora marginale per gli interessi degli Stati Uniti. Non sono previsti molti cambiamenti drastici durante la presidenza Biden. Le relazioni tra Stati Uniti e Africa continueranno a fluttuare nel prossimo futuro, sebbene con la crescente influenza della Cina sul continente gli Stati Uniti non possano permettersi finestre di benigna negligenza. La presenza della Cina nel continente potrebbe essere l’unica ragione per cui gli Stati Uniti iniziano a considerare l’Africa più seriamente e coerentemente come un interesse strategico piuttosto che semplicemente come un ripensamento morale.

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