mercoledì, Ottobre 27

La Cina conferma l'ascesa 'pacifica' Xi Jinping traccia le linee guida della propria politica estera e annuncia 'due obiettivi centenari'

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E’ incredibile. Più la Cina tenta di descriversi come un Paese pacifico, emergente (sic!) e rispettoso di un nuovo ordine multipolare, più la comunità internazionale agita il fantasma di una Cina assertiva, diplomaticamente sfrontata, ‘rissosa’ nell’esercizio della propria sovranità su territori contesi, subdola nel concedere assistenza ai Paesi in via di sviluppo. Così è stato anche alcuni giorni fa, quando i leader cinesi si sono riuniti per il Central Conference on Work Relating to Foreign Affairs, meeting con ricorrenza dilatata nel tempo (l’ultimo si era tenuto sotto la precedente amministrazione nel 2006) al quale hanno preso parte membri del Politburo, militari di alto rango e persino svariati diplomatici appositamente richiamati dall’estero. A giudicare dalla copertura riservata dai media di Stato, l’evento rientra a pieno titolo tra i «big deals». Si tratta, in effetti, di una dichiarazione d’intenti per la politica estera cinese sotto la guida del Presidente Xi Jinping, che tra i suoi numerosi incarichi riveste anche la carica di capo della Commissione Militare Centrale, il più alto organismo direttivo militare. Considerato il sospetto con cui viene percepita l’avanzata del gigante asiatico sullo scacchiere internazionale, vale la pena leggere con attenzione il resoconto dell’incontro così come viene riportato dalla Xinhua, agenzia di stampa subordinata al Consiglio di Stato.

L’attacco coglie il nocciolo della questione: «Come può la Cina, la seconda economia del mondo, garantire che non seguirà le orme delle grandi potenze che, una volta assunto il potere, hanno perseguito l’egemonia?». Xi sembra avere la risposta: «Tenendo alta la bandiera della pace, dello sviluppo e di una cooperazione win-win; perseguendo in maniera equilibrata gli interessi nazionali e internazionali, lo sviluppo della Cina e le sue priorità in fattore di sicurezza; concentrandosi sull’obiettivo prioritario di uno sviluppo pacifico e di una rinascita nazionale; confermando la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo della Cina; incoraggiando un ambiente internazionale per uno sviluppo pacifico; mantenendo e sostenendo l’importante periodo che offre opportunità strategiche per lo sviluppo della Cina». Prosegue rimarcando come il meeting sia mirato a «implementare le decisioni prese nell’ambito del Diciottesimo Congresso del Partito (che ha sancito il ricambio di leadership, ndr) e del Terzo e del Quarto Plenum (punto di snodo delle varie riforme, ndr), continuando a seguire la dottrina di Deng Xiaoping, le importanti teorie delle Tre rappresentanze e dello Sviluppo scientifico».

Ritorna spesso l’allusione ad «una nuova era», all’«evoluzione degli sviluppi internazionali e del contesto esterno»; all’«evolvere dell’architettura internazionale” e alla necessità di «instaurare un nuovo tipo di relazioni sorrette da cooperazioni win-win». Nessuna stilettata bellicista, dunque. Anzi. Il Presidente ha dichiarato che «dobbiamo riconoscere pienamente le incertezze della situazione nei Paesi vicini, ma dobbiamo anche capire che l’andamento generale di prosperità e stabilità nella regione Asia-Pacifico non dovrà subire mutamenti (…) bisogna promuovere la democrazia delle relazioni internazionali e sostenere i Cinque Principi di Coesistenza pacifica (vedi sotto)». Fermo restando che «mentre seguiremo lo sviluppo pacifico, non permetteremo mai che i nostri diritti e interessi fondamentali vengano compromessi». Come ben sappiamo, questo è vero sopratutto quando si parla di ‘interessi nazionali vitali’, ovvero di questioni che toccano l’unità nazionale e l’integrità territoriale quali l’indipendenza di Taiwan, Tibet e Xinjiang, così come le dispute nel Mar Cinese. E’, probabilmente, in quest’ottica che Xi ha chiesto in più occasioni all’Esercito di prepararsi a «combattere e vincere una guerra» in un momento in cui il moltiplicarsi delle sfide regionali mette in dubbio l’effettiva efficacia delle forze armate cinesi. Ma bisogna intendersi su quali sono le priorità per la dirigenza.

La Central Conference on Work Relating to Foreign Affairs ha riconfermato il principio che vede la politica estera servire lo sviluppo economico. Secondo quanto messo nero su bianco dalla leadership, «due obiettivi centenari» vanno sommati al raggiungimento del «Sogno cinese di una rinascita nazionale» annunciato da Xi Jinping appena assunta la carica di Segretario Generale del Partito: 1) «Raddoppiare il Pil e il reddito pro-capite del 2010 nelle aree urbane e rurali, e raggiungere una società moderatamente prospera entro il centenario del Partito (2021)»; 2) «Rendere la Cina un Paese socialista moderno che sia prospero, forte, democratico, avanzato culturalmente e armonioso entro il centenario dalla fondazione della Repubblica popolare (2049)». Due questioni che evidentemente hanno ben poco a che fare con le relazioni diplomatiche, ma che segnano una virata nel modo di relazionarsi con l’esterno.

Come fa notare Dingding Chen su ‘The Diplomat’, a differenza degli Stati Uniti, la Cina, per tradizione, non ama rivelare al mondo esterno i propri obiettivi strategici. Si noti che nel corso della Central Conference on Work Relating to Foreign Affairs del 2006 non fu fatta allusione ad alcun «strategic goal». Fattore che sembrerebbe denotare una Cina più sicura di sé, forte di una politica estera che, a partire dal 2012, ha acquisito toni rodomonteschi ma che – nonostante le critiche della comunità internazionale – l’establishment cinese giudica ‘vincente’. Sopratutto alla luce di un nuovo ordine multipolare in cui la regione Asia-Pacifico assume una posizione di rilievo nella geopolitica economica globale, lasciando all’ex Impero Celeste ampio spazio per riappropriarsi della propria storica centralità come Regno di Mezzo (Zhongguo). Quello in corso è «un periodo di opportunità strategiche», ha scandito Xi. Una condizione che il Center for Strategic & International Studies stima durerà almeno fino al 2020, grazie alla quale il Dragone può comodamente focalizzarsi sulle questioni interne (riforme e ripresa economica in primis) in base al principio secondo il quale tutto il mondo trarrà beneficio da una Cina più forte e prospera.

Altresì, il riferimento ad un «network di partnership globale» ribadisce l’impegno a creare una «comunità di interessi condivisi» attraverso progetti a guida cinese quali la nuova Via della Seta, la Via della Seta Marittima e la ‘politica della Marcia verso Ovest‘ (xijin), sostenuti economicamente con l’istituzione della AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) e di fondi d’investimento ad hoc. Fonti del quotidiano economicoCaixin’ rivelano il progetto per un progetto sino-arabo finanziato dalla China Development Bank e da Abu Dhabi Investment Authority, fondo sovrano negli Emirati Arabi Uniti. Il Dragone pianifica, quindi, un ritorno al centro del continente asiatico. Non solo: punta ad estendere la propria influenza verso territori più remoti su modello indiano, ovvero attraverso la creazione di un network di «partner strategici» più che di veri alleati. Ottica in cui, secondo l’analista Ankita Panda, andrebbe letta la liaison con Mosca e il rinnovato attivismo in Asia Centrale. «Dove il nemico avanza, noi ci ritiriamo. Dove il nemico si ritira, noi avanziamo»: tenendo bene a mente la massima di Mao Zedong, Pechino mira a riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti nel ‘cuore dell’Asia’, in risposta al pivot di Obama che prevede un ribilanciamento nell’Asia-Pacifico.

Nel cementare la propria presenza oltre i confini della galassia sinocentrica (recente), il Dragone si rifà alla propria tradizione strategica. Letteralmente: «Dobbiamo farci più amici rimanendo fedeli al principio del non allineamento e costruendo un network di partnership globali». Nonostante venga ormai considerata la seconda potenza mondiale, la Cina continua a servirsi di una retorica dai toni dimessi. La Repubblica popolare ha sempre amato presentarsi all’esterno come un Paese del Terzo mondo, in via di sviluppo, indipendente, estraneo alla dialettica tra i due blocchi guidati da Stati Uniti e Unione Sovietica. La sua politica estera si basa sui i Cinque Principi di Coesistenza pacifica (rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità, non aggressione, non ingerenza negli affari interni, uguaglianza e reciproco vantaggio negli scambi commerciali e coesistenza pacifica), affermati nel 1954 dall’allora Primo Ministro Zhou Enlai in occasione di una visita in India e Birmania, e riaffermati con la conferenza di Bandung (1955). Alla fine degli anni ’90, i Cinque Principi sono stati affiancati dal New Security Concept che prevede il perseguimento di una strategia di sicurezza basata sui contatti diplomatici ed economici come soluzione agli antagonismi da guerra fredda. Intorno al 2002 tale concetto ha finito per essere inglobato alla più nota dottrina dell’ascesa pacifica (heping jueqi) nel corso di un processo di maggiore istituzionalizzazione della politica estera di Pechino e ad una maggiore collegialità decisionale in seno al Partito. Tutto questo costituisce il sostrato ideologico su cui basare la «grande rinascita della Nazione» sotto la guida di Xi Jinping. Con qualche comprensibile riserva per quanto riguarda la politica del «tenere un basso profilo» (tao guang yang hui), promossa dal padre delle riforme, Deng Xiaoping, nei primi anni ’90. Attuale forse nel pieno della crisi diplomatica innescata dal massacro di piazza Tian’anmen; alquanto obsoleta oggi che la Repubblica popolare studia da Superpotenza.

Come fanno notare Andrew Nathan e Robert Ross in ‘The Great Wall and the Empty Fortress: China’s Search for Security’ (New York: W.W. Norton, 1997), mantenendo vivi i Cinque Principi (di cui recentemente è stato ricordato in pompa magna il 60esimo anniversario), Pechino tenta di offrire un’alternativa al concetto di un nuovo ordine mondiale di imprinting americano «in cui regimi e istituzioni internazionali spesso, riflettendo gli interessi e i valori degli Stati Uniti, limitano il diritto degli Stati sovrani a sviluppare e vendere armi di distruzioni di massa, a reprimere l’opposizione e violare i diritti umani, perseguire politiche economiche mercantilistiche che interferiscono con il libero commercio, e a danneggiare l’ambiente».

La versione alternativa proposta dalla Cina prevede «l’inviolabile e uguale sovranità di tutti gli Stati, grandi e piccoli, occidentali e non-occidentali, ricchi e poveri, democratici e autoritari; tutti liberi di attuare il proprio sistema come meglio credono, anche se questo sistema non si accorda agli standard occidentali». Una prospettiva che ha permesso al gigante asiatico di continuare ad arricchire le proprie amicizie indiscriminatamente, senza provare remore nell’attingere dall’Asse del male. Proprio ai Cinque Principi ha fatto riferimento Xi Jinping per delineare la propria visione di un nuovo ordine pan-asiatico nell’ambito del summit CICA ( Conference on Interaction and Confidence-Building Measures in Asia) dello scorso maggio. In quell’occasione l’uomo forte di Pechino ha ricordato come «lo sviluppo pacifico della Cina è cominciato in Asia, ha trovato il suo supporto in Asia, e offre tangibili benefici all’Asia». Dunque, cosa pensa l’Asia?

Come già sottolineato su queste colonne, a novembre il vertice Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) si è concluso con i piatti della bilancia sostanzialmente in equilibrio: se è vero che Pechino ha ceduto alle pressioni di Washington siglando un importante accordo sul clima, è anche vero che l’avvio di un piano di studio sulla FTAAP (Free Trade Area of the Asia Pacific) di per sé assegna alla Cina una vittoria a valanga. La FTAAP è l’area di libero commercio dell’Asia-Pacifico che Pechino propone in alternativa alla TPP (Trans-Pacific Partnership) americana – dalla quale Cina e Russia sono escluse. Il consenso ottenuto dal Dragone la dice lunga su almeno due questioni: innanzitutto, la bagarre su isole e confini contesi non sembra aver minato la leadership cinese nel quadrante regionale (la Cina ha influito per il 50% della crescita economica asiatica). In secondo luogo, pare evidente come i dossier di Iraq, Siria e Ucraina, oltre allo scandalo Prism, abbiano messo in luce una certa fragilità americana con relativo calo di appeal tra gli storici alleati asiatici, non più tanto sicuri di poter contare sull’aiuto di Washington contro le angherie cinesi.

Alcuni giorni fa, in occasione di una tavola rotonda con vari imprenditori americani, Obama ha riconosciuto con insolita schiettezza l’impressionante velocità con la quale Xi Jinping ha consolidato il suo potere, a poco più di due anni dall’investitura a Segretario del Partito (l’ex Presidente Hu Jintao aspettò quasi il doppio del tempo per annunciare le linee guida della propria politica estera al Central Conference on Work Relating to Foreign Affairs del 2006). Fattore che lo renderebbe, secondo un cliché ormai assodato, il leader cinese più potente dai tempi del Piccolo Timoniere. Ma non vuole essere un complimento. Nell’accezione attribuita dal Presidente americano, reduce dalla debacle alle elezioni di mid-term, lo strapotere di Xi Jinping non è un bene né per la Cina né per i suoi vicini. Sul versante diritti umani, il cambio al vertice ha coinciso con un più serrato giro di vite ai danni di attivisti e dissidenti. Sul proscenio internazionale, l’ascesa di Xi ha visto un’inasprimento delle tensione con i vari attori regionali che -secondo Pechino- minacciano la sovranità cinese nel suo cortile di casa. Entrambe questioni sulle quali Washington continua a mettere bocca, ma che la Cina considera blindate dai Cinque Principi e pertanto off-limits.

 

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