venerdì, Ottobre 22

La Cina che non convince field_506ffb1d3dbe2

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Rassicurare il mondo sulla tenuta dell’economica cinese e dissipare i timori circa un nuovo giro di vite ai danni delle società d’oltremare. Questo quanto ha tentato -goffamente- di fare il Premier cinese Li Keqiang in occasione dell”Annual Meeting of the New Champions 2014‘, summit (meglio noto come ‘Summer Davos‘) organizzato dal World Economic Forum e ospitato ogni anno dalla Cina. L’ultima edizione, tenutasi dal 10 al 12 settembre nella città portuale di Tianjin, ha avuto come filo conduttore il tema «Creare valore attraverso l’innovazione». Dal cambio di leadership più che mai, la Cina sta cercando di affrancarsi dal titolo di ‘fabbrica del mondo’ effettuando il grande salto da ‘made in China‘ a ‘designed in China. Dopo decenni di export, falsi e prodotti low-end, il Dragone ora mira alla qualità, ad incentivare i consumi interni e a perseguire una crescita sostenibile. Come? Stando alla stampa internazionale, le risposte del Primo Ministro non hanno soddisfatto gli oltre 1600 delegati presenti. «La Cina ha fiducia, abilità e risorse per realizzare gli obiettivi economici prefissati per il 2014» e «non sarà distratta da fluttuazioni a breve termine di singoli indicatori», ha dichiarato Li alludendo ai dati sul consumo dell’energia elettrica, notoriamente indice di un rallentamento della crescita qualora in discesa.

Pechino confida di riuscire a procedere con un passo del 7,5% per tutto il 2014, nonostante abbia in più occasioni fatto capire che sono ammessi ritocchi all’insù quanto all’ingiù. Per la leadership guidata dal Presidente Xi Jinping, il Pil non è più un’ossessione; il Paese si sta riposizionando sulla strada di una crescita più bilanciata e le oscillazioni dei valori non sono altro che il sintomo di un cambiamento. Altri sono i fattori da tenere in conto: il Primo Ministro ha portato ad esempio la questione ‘lavoro’, un tema che la dirigenza cinese considera vero termometro della stabilità dell’economia nazionale, sottolineando come nei primi otto mesi del 2014 il tasso di disoccupazione sia rimasto al 5% in 31 delle città di prima e seconda fascia. Oltre 9,7 milioni di nuovi impieghi urbani sono stati creati tra gennaio e agosto, dati che rasentano l’obiettivo del 10% rincorso dal Governo. Per Zhu Min, Vice managing director del Fondo Monetario Internazionale, l’approccio rilassato delle autorità è dato dalla consapevolezza che parte del rallentamento economico sia fisiologico dopo due anni di campagna anticorruzione, ora che non sono più i grandi numeri ad assicurare ai quadri la scalata tra i ranghi del Partito, quanto piuttosto l’implementazione di politiche ‘ecofriendly’ declinate ad una crescita a misura d’uomo. «La Cina soffre di una grave sovracapacità produttiva e non può tornare al modello trainato dagli investimenti», ha chiarito Zhu.

L’entusiasmo di Li Keqiang non sembra, tuttavia, aver contagiato gli economisti decisamente delusi dal mancato annuncio di soluzioni concrete per oliare gli ingranaggi della seconda economia mondiale; una delle rare volte in cui buona parte dell’uditorio ha lasciato la sala incurante del peso specifico dell’oratore. Il Premier si sarebbe limitato a spiegare le riforme già approvate durante il Terzo Plenum del Partito del novembre 2013: programma p

ilota per l’istituzione di banche private, ristrutturazione delle compagnie statali, snellimento delle procedure burocratiche e riforma fiscale che dovrebbe prevedere «una redistribuzione delle entrate più giusta, trasparente e ragionevole». Ma come spiega al ‘South China Morning Post’ Liu Shengjun, Vicedirettore esecutivo della China Europe International Business School presso il Lujiazui Insitute of International Finance, a preoccupare di più gli addetti ai lavori è l’andamento dell’economia reale. Sopra ogni cosa, lo stato di salute del mercato immobiliare (passato da una bolla speculativa a rischio esplosione al crollo verticale degli investimenti) e il sistema bancario ombra, che a febbraio l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali cinese stimava intorno ai 4.400 miliardi di dollari, circa un quinto di tutti gli asset detenuti dal settore bancario ufficiale.

A Li non è andata molto meglio con il secondo obiettivo del meeting: rassicurare i businessmen stranieri sull’ospitalità cinese mentre svariate multinazionali continuano a finire nel mirino della National Development and Reform Commission, l’autorità antitrust del Dragone, per presunte violazioni delle leggi del monopolio.Tra le vittime più illustri Microsoft, AudiMercedes-Benz e Jaguar. Una recente indagine condotta dalla Camera di Commercio americana in Cina ha rivelato che il 60% dei rispondenti percepisce la Repubblica popolare come una terra meno accogliente rispetto al passato per chi vuole fare affari, mentre si sta diffondendo il sospetto di un accanimento delle agenzie governative cinesi ai danni dei colossi d’oltre Muraglia. Accuse che il Premier ha respinto affermando che soltanto il 10% delle società colpite è straniero. Poi, per addolcire il pubblico presente ha giurato punizioni più ferree in caso di violazione della proprietà intellettuale, un tradizionale cruccio per chi vuole investire nella Repubblica popolare.

Ma a destare l’interesse dei media non sono state soltanto le parole del Primo Ministro. China Media Project, sito curato dal Journalism & Media Studies Centre dell’Università di Hong Kong, ha riportato la traduzione integrale del discorso tenuto da Lu Wei, Direttore dello State Internet Information Office. Ignoto alla maggior parte del pubblico occidentale, si racconta che Lu sia una sorta di eminenza grigia della sicurezza internet e vero artefice della battaglia contro i ‘Big V’, le celebrità del Twitter cinese Weibo finite sotto la scure della censura. Con un passato da Ministro del Dipartimento della Propaganda di Pechino, Lu non è esattamente una delle menti più liberali dell’amministrazione Xi Jinping-Li Keqiang. L’arringa tenuta al ‘Summer Davos’ conferma una certa diffidenza verso il modello occidentale, ma non necessariamente una vocazione liberticida. «Libertà e ordine sono due sorelle gemelle che devono stare assieme. Lo stesso vale per la sicurezza. Quindi dobbiamo avere un ordine pubblico [a livello internazionale]ma questo ordine pubblico non può influire sull’ordine locale [del singolo Paese]», ha scandito Lu a rimarcare come la Cina senta la necessità di adattare il progresso alla propria unicità. Il messaggio che passa è che non tutto quello che funziona in Occidente può essere duplicato indistintamente in una Nazione con storia e tradizioni differenti, né sul piano economico né su quello sociale. Insomma, l’innovazione ci sarà ma rigorosamente con tempi e ‘caratteristiche cinesi’.

 

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