mercoledì, Settembre 29

La Cina cambia il mondo

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Le ripercussioni

In un mondo globalizzato, dove ogni economia è interconnessa con le altre, gli effetti del cambiamento cinese si sono avvertiti ovunque. Le più grandi economie del mondo hanno tendenzialmente lavorato insieme nella storia della finanza moderna, attraverso la decisione delle banche, spesso in rapida successione, di aumentare o diminuire i tassi di interesse. Tuttavia le azioni da esse intraprese negli ultimi due anni mostrano un cambiamento di tendenza: mentre un gruppo sta valutando la possibilità di aumentare i tassi di interesse per la prima volta dal 2008, un altro gruppo sta mettendo in atto programmi di allentamento in parte progettati per il deprezzamento delle valute e la stimolazione della crescita economica. La separazione della Cina dal dollaro, in particolare nel caso in cui lo yuan si svaluti ulteriormente rispetto al biglietto verde, sposta il Paese dal primo gruppo al secondo, con evidenti conseguenze.

USA e UK

In seguito alla crisi del 2008, Stati Uniti e Regno Unito sono stati indubbiamente i primi ad adottare drastiche politiche monetarie per stimolare le loro economie. Un alleggerimento quantitativo è stato messo in atto sulle due sponde dell’Atlantico che ha portato alla ripresa economica degli ultimi anni. Di conseguenza, negli ultimi dodici mesi, il mondo finanziario ha posto una domanda chiave: quando il Federal Reserve aumenterà i tassi di interesse per la prima volta dal 2008? Anche la Bank of England sta affrontando lo stesso dilemma. L’aumento del tasso di interesse avrà luogo in seguito al superamento del primo step verso la normalità, dopo un esteso periodo di tassi bassissimi e non prima che il capitale sia fluito dai mercati in via di sviluppo agli Stati Uniti.

Crescita sporadica e bassi livelli di produzione, insieme a bassi tassi di inflazione in entrambi i Paesi, sono stati la causa del ritardo nell’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali, anche se la recente creazione di nuovi posti di lavoro ha portato a prevedere un cambiamento da parte degli USA nel mese di settembre 2015 (per quanto riguarda il Regno Unito si parla di inizio o metà dell’anno 2016). L’economia statunitense non si basa esclusivamente sulle esportazioni, il che la isola dai pericoli della potenza valutaria che normalmente colpisce le esportazioni. Ma l’ultima mossa da parte della Cina crea un’altra valuta contro la quale il dollaro può aumentare il suo valore. Un rialzo del tasso di interesse potrebbe aumentare ancora di più il valore del dollaro, al punto che potrebbe diventare un problema per l’economia americana. Il cambiamento cinese potrebbe aver mutato la risposta alla più grande questione finanziaria dell’anno: le aspettative di mercato circa l’aumento del tasso di interesse sono rimandate a Dicembre, se non al 2016.

 

Mercati in via di sviluppo

I mercati in via di sviluppo hanno vissuto anni difficili. Gli esportatori di materie prime di Asia, Africa e America Latina hanno goduto di un boom economico tra il 2000 e il 2008, quando la Cina consumava le loro materie prime necessarie per la sua produzione e l’investimento cinese supportava i prezzi negli anni a seguire. Tuttavia i prezzi globali delle materie prime sono crollati a partire dal 2011, con effetti negativi in particolare su Brasile, Nigeria, Russia e varie regioni asiatiche, come dimostra il costante deprezzamento delle loro valute. La svalutazione dello yuan riduce il potere d’acquisto della Cina, mentre le valute dei mercati in via di sviluppo continuano a vivere una fase di declino. Ogni volta che lo yuan subisce un indebolimento crea problemi a questi Paesi, in quanto molti di essi hanno scelto di accogliere il capitale occidentale durante i periodi di benessere e adesso i loro bilanci presentano consistenti prestiti in dollari che diventano sempre più difficili da ripagare.

 

Giappone ed Eurozona

Nel frattempo, il deprezzamento dello yuan ha portato a una fluttuazione in positivo delle valute di Giappone ed Eurozona. Gli sviluppi sono problematici in quanto entrambi hanno dato avvio a politiche di alleggerimento quantitativo, in parte per svalutare la propria moneta.

Sin dalla sua salita al potere nel dicembre 2012, il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe ha seguito un piano mirato ad agire su tre fronti, al fine di far uscire il Giappone dall’impasse economica degli ultimi vent’anni. Il primo punto di questa strategia prevedeva un allentamento monetario, in parte per diminuire il valore dello yen e stimolare l’inflazione e una crescita basata sull’esportazione. Il piano non ha funzionato. L’inflazione è rimasta costantemente molto al di sotto del target del 2%, le esportazioni di luglio sono state inferiori all’anno precedente e la crescita è stata largamente instabile, con un PIL sceso a un tasso annuale dell’1.6%. Già prima della riorganizzazione della valuta cinese si era cominciato a parlare della necessità di accelerare la velocità dei provvedimenti di allentamento, già raddoppiata nel 2014. La caduta delle valute asiatiche in relazione al Giappone porteranno all’aumento di questa necessità, ma sono numerose le difficoltà relative al raddoppiamento delle politiche di allentamento quantitativo.

I programmi di allentamento quantitativo di Giappone ed Eurozona sono messi in atto in parte per deprezzare la loro valuta, ma le modifiche cinesi apportate allo yuan hanno avuto l’effetto contrario.

La cosiddetta ‘Abenomicsha perso il supporto dell’opinione pubblica. All’interno dell’Amministrazione, lo stesso Abe e il Presidente della Banca del Giappone Haruhiko Kuroda sono stati divisi sul modo migliore di procedere: il primo premeva per un maggiore allentamento, il secondo, forse perché più consapevole delle difficoltà poste dalla Banca del Giappone che già possedeva una porzione consistente del mercato giapponese, ha spinto invece per un consolidamento fiscale. Questa divergenza di opinioni sulle decisioni di Abe, ad esempio se rimandare l’aumento previsto delle tasse di consumo o altre politiche riguardanti l’Esercito giapponese, hanno portato il Governo a raggiungere il livello più basso di popolarità dal suo insediamento al potere (a luglio è sceso al 38% rispetto al 46% di giugno). Il grandioso progetto di Abe è al collasso e costringe il Primo Ministro a fare salti mortali nelle scelte politiche ed economiche: forse è giunto il momento di mettere da parte l’Abenomics. In queste circostanze è difficile immaginare come Abe possa riuscire a mantenere la sua posizione.

Anche in Europa il programma di allentamento quantitativo ha indebolito la valuta migliorando le economie dell’Eurozona. Si comincia a parlare di un provvedimento della BCE per estendere l’alleggerimento quantitativo oltre al termine previsto nel mese di settembre 2016. La decisione non dovrebbe essere così problematica come in Giappone essendo che l’allentamento quantitativo in Europa non è stato messo così a lungo in atto e che la BCE potrebbe superare la mancanza di titoli disponibili acquistando nuovi titoli di Stato. Tuttavia, se l’Europa decidesse di estendere il suo programma, potrebbe essere difficile convincere la Germania dei vantaggi dell’allentamento quantitativo, con il rischio di creare contrasti politici in un periodo in cui il continente è già profondamente diviso.

 

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