sabato, Settembre 25

La cilecca del libero mercato americano

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Negli Stati Uniti, girando per la provincia, si assiste a uno spettacolo sconcertante. Le cittadine, una volta rigogliose, oggi sono città fantasma. Negozi e centri storici chiusi, strade sbarrate con assi di legno, un solo centro commerciale che serve l’intera città. Metà delle persone che ci abitano sono disoccupate e tra queste c’è chi è arrivato a pesare 300 chili, perché nei ristoranti si offre il buffet a prezzo fisso con la formula chiamata ‘All you can eat’ e si possono mangiare a poco prezzo fette di torta da un chilo l’una.

Questa è la pancia dell’America ed è questo a cui l’America si ribellaAndrew (Andy) Grove, icona di Silicon Valley e figura leader della Intel, il più grande fornitore di microprocessori del mondo, all’anagrafe Andrés Graf, è riuscito a trasformare la Intel da azienda di chip di memoria a produttrice di microprocessori, passando da un fatturato di 1,9 a 26 miliardi di dollari e dominando il mercato dei personal computer insieme con Microsoft.

In un saggio scritto nel 2010 per Bloomberg, egli dichiarò che la Silicon Valley nello sfruttare il vantaggio competitivo dell’innovazione, escluse, intenzionalmente, di spingere la forte crescita occupazionale negli Stati Uniti. Grove, morto qualche giorno fa, riconosceva quanto fosse più economico, e quindi più redditizio, per le imprese assumere lavoratori e costruire fabbriche in Asia piuttosto che negli Stati Uniti, ma dietro agli inferiori costi asiatici c’era un elevato prezzo da pagare: la perdita di posti di lavoro e di competenza americani.
In effetti, ciò che sta emergendo anche dalla campagna elettorale americana è proprio questo. L’argomento di grande discussione sia a livello sociale che economico, sono quei famosi 600 miliardi di dollari di deficit commerciale.

C’è chi dice che il deficit non importa, che il dollaro è forte, ma anche chi afferma, soprattutto tra i sostenitori di Donald Trump e Bernie Sanders, che negli ultimi 15 anni si siano persi 7 milioni di posto di lavoro. Posti ottimi nell’industria, sindacalizzati e che venivano pagati 25 dollari l’ora, mentre adesso si lavora sottopagati per Mc Donald, per UPS o per Uber.

Lucida e profonda interprete della crisi, apparentemente, la disoccupazione non si è modificata, ma la classe media si è impoverita. Chi prima lavorava guadagnando fino a 40 dollari l’ora alla Ford o alla Caterpillar, ritagliandosi una fetta di appartenenza alla classe media, oggi lavora per 8 dollari l’ora e si posiziona nella fascia di povertà.
Questo perché gli Stati Uniti hanno dimenticato la loro vocazione industriale. Abbandonata e lasciata scivolare via.

California e Silicon Valley sono molto ricche, anche se tutto è iniziato a Boston. «Qui gli esperti di high-tech progettavano prodotti elettronici quando a Santa Clara ancora si coltivavano albicocche e noci». Si legge su ‘The Economist‘. Poi cosa è successo? «Con l’esplosione dei pc l’astro di Boston cominciò a perdere luminosità. Poi vennero i primi anni Novanta: la cultura della East Coast era troppo vecchia, troppo conservatrice, per la modernissima economia in Rete». Chissà cosa sarebbe successo se quella leadership fosse rimasta a Boston, città molto ricca, dove non esiste disoccupazione e la gente sta benissimo. In pericolo, oggi, invece, sono soprattutto gli Stati a grande vocazione industriale come Ohio, Michigan, Illinois e western Massachusetts, che sono devastati dagli alti tassi di disoccupazione.

Gli americani hanno cominciato a farsi delle domande e ad interrogarsi sul perché si inventino le robe per poi farle produrre agli altri. Il caso limite è l’iPhone. Steve Jobs lo ha inventato a Cupertino, poi? Poi, viene assemblato in Cina da centinaia e migliaia di lavoratori con componenti che provengono da tutte le parti del mondo. Ciò che si mette in dubbio è se gli Stati Uniti riusciranno o meno a mantenere la loro leadership tecnologica senza mantenere in casa la produzione degli elementi più sensibili, a parte evidentemente quelli della difesa.

Pensiamo di no. Siamo convinti che senza la fabbrica dove le idee si trasformano in benessere e nel prodotto che il consumatore vuole, a lungo andare, anche l’innovazione morirà, o sarà costretta a spostarsi vicino alle fabbriche. A lungo andare o gli americani non saranno più in grado di innovare, oppure saranno costretti andare a innovare in Cina, in India e altrove. Di fatto ci saranno società americane che potranno ancora mantenere il controllo sulla produzione e sull’innovazione, ma non in America, e le future Silicon Valley si svilupperanno in Israele, in Cina o dove si è trasferita la produzione delle cose.

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