venerdì, Maggio 14

La Catalogna alla prova dell’indipendenza Costituzione vs autodeterminazione: intervista alla professoressa Elisabetta Palici Di Suni

0
1 2


Il primo ottobre si terrà il referendum per l’indipendenza della Catalogna. Una consultazione che divide profondamente la società spagnola e che ha causato uno scontro istituzionale ai massimi livelli fra lo Stato centrale e il Governo catalano. Il Governo di Madrid considera il referendum illegale perché contrario alla Costituzione e ha agito di conseguenza. Il 7 settembre il Tribunale Costituzionale spagnolo ha sospeso, su richiesta dell’Esecutivo, il decreto di convocazione del referendum firmato dal ‘President’ catalano Carles Puigdemont, diffidando il governo della Catalogna dal procedere con il voto.

Su richiesta della procura, la Guardia Civil spagnola è entrata in diversi edifici governativi catalani a Barcellona, arrestando oltre dieci funzionari legati all’Esecutivo di Puigdemont fra cui  Josep Maria Jové, attuale ‘numero due’  di Oriol Junqueras, vicepresidente della Catalogna. E i Mossos d’Esquadra, la polizia catalana divenuta assai popolare nei giorni degli attentati a Barcellona, è stata commissariata dalle autorità di Madrid.

La reazione del Governo catalano non si è fatta attendere. Il presidente Puigdemont ha accusato Madrid di sospendere di fatto l’autogoverno della Catalogna e di aver ormai «oltrepassato la linea rossa che lo divideva da un regime autoritario». E migliaia di persone sono scese in piazza al grido «votarem», voteremo. Rivendicano la libertà di votare, quale massima espressione del diritto all’autodeterminazione.

La delicatissima partita fra Madrid e Barcellona non si gioca solo sul filo di lana della politica. La diatriba fra indipendentismo e Costituzione è anche di natura giuridica, come dimostrato dal manifesto «Fermare il golpe. In difesa della democrazia costituzionale», firmato da 500 professori universitari convinti che una sfida così delicata come quella dell’indipendenza non possa prescindere, in una società moderna, dal rispetto delle regole adottate con metodo democratico. I firmatari ritengono che il governo catalano, nell’organizzare il referendum, abbia agito «sovvertendo le regole più elementari del costituzionalismo e abusando del potere che le leggi hanno dato loro appellandosi ad un inesistente diritto a decidere, dividendo la società catalana ed impedendo alle minoranze parlamentari l’esercizio dei loro diritti». Sottolineando come «non vi possa essere democrazia senza il rispetto delle leggi», i firmatari non hanno mancato di ricordare come «i nazionalismi del XX secolo abbiano causato due guerre e gettato l’Europa nella barbarie».

Le ragioni giuridiche a sostegno tanto dell’unità dello Stato quanto della possibilità di una secessione sono sostenute con fermezza dalle parti in causa.  Ne parliamo con la Professoressa Elisabetta Palici Di Suni, docente di Diritto Pubblico Comparato all’Università degli Studi di Torino.

Quali sono le principali ragioni giuridiche a sostegno della tesi dell’illegittimità di questo referendum, tesi sostenuta dalle autorità centrali di Madrid?

La ragione fondamentale dell’illegittimità è nella Costituzione. La Costituzione spagnola prevede l’unità  della Spagna,  analogamente alla Costituzione italiana che prevede l’indivisibilità della nostra Repubblica. E quindi la secessione è incompatibile con l’unità della Spagna. La secessione è incostituzionale, che poi il referendum sulla secessione sia incostituzionale può essere più discutibile. Ma in ogni caso l’invocato diritto alla secessione contrasta con il principio fondamentale dell’unità dello Stato spagnolo.

Un altro punto problematico è dato dalla necessità o meno del voto di tutti i cittadini spagnoli, e quindi non solo di quelli catalani, al referendum di ottobre. In questi casi è sempre delicato decidere se si debba esprimere tutta la Nazione o solo la regione interessata. La nostra Costituzione, ad esempio, prevede norme specifiche per il mutamento delle circoscrizioni regionali ed in quel caso sono le regioni interessate a doversi pronunciare. Ed il  referendum sulla secessione in Scozia è stato votato solo in Scozia. Ma rimane una questione giuridicamente difficile da risolvere in termini precisi perché vi è sempre un margine di aleatorietà. Il problema centrale è capire se questo referendum avrà un effetto consultivo o vincolante.

A questo proposito, da cosa potrebbe dipendere il valore vincolante o non vincolante della consultazione?

Normalmente in casi come questo, non essendo il referendum previsto espressamente dalla Costituzione, la consultazione avrebbe un’efficacia solo consultiva, anche se c’è  da dire che se in un referendum anche solo consultivo una percentuale particolarmente alta della popolazione si esprime in un certo senso  è poi difficile che la classe politica prenda delle decisioni in senso opposto.

Questa consultazione potrebbe quindi avere un valore ancora più dirompente rispetto al referendum , privo di carattere vincolante, tenutosi nel 2014?

Certamente potrebbe segnare un passo ancora più di rottura, essendo ripetuto. Ma nel 2014 si disse che il referendum non avrebbe avuto efficacia vincolante ed è difficile che a questa consultazione possa essere attribuita tale efficacia.

Dall’altra parte del campo,invece, con quali ragioni giuridiche le autorità catalane sostengono la legittimità del referendum e la possibilità di convocarlo?

Sul livello consultivo credo non ci sarebbe nulla di male, il problema  è che quello che i catalani rivendicano è il diritto alla secessione. Il diritto alla secessione è  infatti molto più difficile da riconoscere: un conto è votare su un tema, ma il diritto alla secessione è giuridicamente difficile da ammettere. Fondamentale in questione è la pronuncia della Corte Suprema del Canada in relazione al referendum del Quebec. La Corte Suprema canadese aveva detto che né dal punto di vista interno né dal punto di vista internazionale si può ammettere un diritto alla secessione e credo che tale principio sia applicabile anche negli altri casi. Questo non significa che non ci siano state delle secessioni, ma le secessioni, quando ci sono, si verificano sempre extra ordinem, è difficile che si autolegittimino. Si pensi allo Statuto Albertino che si proclamava una Costituzione eterna e immodificabile ed è stata modificata. L’aspetto giuridico in questi casi cede di fronte al mutamento politico e anche di fatto. Dal punto di vista giuridico uno può dire che la secessione non è ammissibile e questo mi sembra un argomento spendibile, ma quanto poi possa valere nella pratica, questo è difficile da determinare.

Da questo punto di vista e alla luce dei principi del diritto internazionale non potrebbe quindi sussistere nel caso della Spagna un legittimo esercizio del diritto all’autodeterminazione di un popolo?

Secondo il diritto internazionale, il diritto all’autodeterminazione di un popolo sussiste solo in casi estremi quali persecuzioni o violazioni gravi dei diritti umani. Poi si può certamente arrivare ad un accordo fra Governo catalano e Madrid per arrivare ad una separazione consensuale o a una forma di autonomia maggiore, però riconoscere un diritto alla secessione contro l’autorità dello Stato centrale mi sembra difficile da sostenere. La comunità catalana non è una popolazione perseguitata che chiede di separarsi per la sua sopravvivenza, il caso catalano è più vicino a quelli del Quebec o della Scozia, regioni che hanno sempre avuto spinte indipendentiste e secessioniste molto forti, che dipendono anche da ragioni storiche. La Catalogna è la regione più ricca, non certo la più povera della Spagna, è la regione dove gira di più l’economia, il motivo della secessione non può essere certamente quello dello sfruttamento.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->