martedì, ottobre 23

La Catalogna ad una settimana dal voto: la situazione Intervista al prof. Alfonso Botti dell’Università di Modena e Reggio Emilia e alla prof.ssa Teresa Verge Mestre dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona

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Il 21 dicembre si sta avvicinando e, con esso, la grande risposta alla domanda che, più di altre, sta rimbalzando nel dibattito politico catalano: l’indipendenza della Catalogna è davvero un capitolo chiuso? L’appuntamento delle elezioni della Generalitat del 21-D (come viene comunemente chiamato da quelle parti) diventa fondamentale per sondare davvero quale sia il sentimento del popolo catalano e per capire realmente quale sia il destino della regione spagnola, e sarà un test, per certi versi, più probante rispetto al referendum illegale dell’1 ottobre per capire la volontà dei cittadini. L’illegalità del voto referendario, infatti, insieme all’intervento delle forze dell’ordine, aveva scoraggiato molti a non partecipare, ragion per cui, nonostante la vittoria schiacciante degli indipendentisti, il risultato di quel voto si presta a varie critiche e, in ogni caso, appare difficile ritenerlo completamente aderente alla volontà del popolo catalano.

Il 21 dicembre saranno trascorsi 81 giorni dal giorno del referendum: saranno stati sufficienti a cambiare, in modo significativo, l’opinione dei catalani, in un senso o nell’altro? O i due schieramenti si saranno arroccati ancora di più nelle rispettive posizioni a difesa delle proprie convinzioni indipendentiste o unioniste, facendo uscire dalle urne una Catalogna ancora più spaccata e divisa di neanche tre mesi fa? A questa e ad altre domande hanno risposto Alfonso Botti, professore di Storia contemporanea presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e direttore del semestrale ‘Spagna Contemporanea’, e Teresa Verge Mestre, professoressa associata del Dipartimento di Scienze Politiche presso l’Università ‘Pompeu Fabra’ di Barcellona.

Effettivamente, ci spiega il prof. Botti, c’è il rischio che poco o nulla sia cambiato rispetto a pochi mesi fa: “Stando ai sondaggi, nell’ambito indipendentista si prevede un incremento di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), mentre sembra ci sia una flessione del partito di Carles Puigdemont, il Partito Democratico Catalano Europeo (PDCat, oggi nella lista Junts per Catalunya, JxCat). Sempre dai sondaggi si prevede un incremento di Ciudadanos, dichiaratamente anti indipendentista, che nello schieramento politico si schiera nel centro-destra e che sta assorbendo voti soprattutto dal Partito Popolare che, prima di queste vicende catalane era abbastanza in crisi per gli scandali. La questione più importante resta una: vedere se, in termini di voti, i partiti indipendentisti superano il 50% o se restano al di sotto di questa soglia, come invece è successo sempre, fino ad ora. Nel 2015, per esempio, c’è stata una maggioranza parlamentare dei partiti indipendentisti, ma non una maggioranza in termini di voto. Questo sarà il punto fondamentale, che ci farà capire se dall’1 ottobre è cambiato qualcosa”.

Quello che possiamo osservare adesso, a una settimana dalle elezioni amministrative locali, è che, contrariamente ai tempi del referendum, il fronte degli indipendentisti si presenta diviso e non unito: questo, ovviamente, non significa che, dopo le elezioni, i partiti favorevoli alla secessione non tornino uniti, tuttavia questo rappresenta un elemento di novità, che probabilmente sottende una sotterranea lotta per la leadership, alimentata anche dalle vicende giudiziarie che vedono coinvolti i due principali protagonisti e promotori del referendum. Se Carles Puigdemont, candidato per la lista JxCat,è intenzionato a continuare a guidare il proprio partito alla conquista della Generalitat direttamente da Bruxelles, Oriol Junqueras, leader dell’ERC, è stato arrestato e ha individuato in Marta Rovira la candidata ideale per guidare il proprio movimento.

A questi, va aggiunto un terzo partito, la Candidatura d’Unitat Popular (CUP), di estrema sinistra e anch’esso a favore dell’indipendenza, benché lontano dal poter giocare un ruolo di comando all’interno del variegato mondo indipendentista. Perché, dunque, vanno separati? In realtà, non è una novità, ci spiega Botti: Tradizionalmente i partiti sono andati sempre separati alle elezioni tranne che nel 2015, che rappresentarono un’eccezione, quando l’ERC e il PDCat si sono presentati insieme in una coalizione chiamata ‘Junts per el Sì’, insieme per il sì. Alle elezioni del 21 dicembre, invece, i tre partiti (ERC, JxCat e CUP) vanno separatamente, quindi si è ristabilita la tradizione. Il dato certo è che si tratta di forze politiche profondamente diverse fra loro”. Aggiunge Verge: “In parte può essere interpretato come una lotta per la leadership, un fatto normale prima delle elezioni. Con liste separate, ogni partito può rivolgersi meglio al proprio elettorato, facendo leva sulle proprie convinzioni ideologiche. All’interno dell’ambito indipendentista, la sinistra è quella con maggiori margini di crescita, quindi una lista unitaria di tutti i partiti avrebbe potuto allontanare gli elettori di sinistra indecisi.

In effetti, le differenze fra i tre partiti a favore dell’indipendenza sono molte: Botti ce ne spiega alcune: La CUP è un’alleanza di gruppi antagonisti, alternativa, di sinistra, che non ha niente a che vedere con un partito sostanzialmente schierato in difesi degli interessi della borghesia come il partito di Puigdemont. L’ERC, a partire dalla denominazione repubblicana esplicita già nel nome, è il partito storico dell’autonomismo e dell’indipendentismo catalano, che raccoglie il consenso dei cosiddetti ceti medi riflessivi, delle zone urbane e non solo, e che certamente è in competizione con Puigdemont per quanto riguarda la leadership del movimento indipendentista. D’altra parte, è quello che è già successo in occasione del referendum e della dichiarazione d’indipendenza, alla quale Puigdemont è arrivato su grande pressione e su spinta del partito di Junqueras.” Tante differenze, ma un obiettivo comune:L’arrivo all’indipendenza è l’unica cosa che accomuna le tre forze politiche: un metodo democratico di forzatura della Costituzione. La CUP pensa che l’indipendenza offra condizioni ideali per delle radicali trasformazioni in senso sociale, mentre le altre due forze si muovono in un contesto di democrazia liberale e democratica”.

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