martedì, Agosto 3

La 'cara' energia italiana Le cause degli alti costi dell'energia in Italia, tra dipendenze e alta tassazione

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Da qualche anno, in Gran Bretagna, è il tema energetico a essere diventato uno degli argomenti di maggiore l’interesse per larghissime fette della popolazione inglese. ‘Heat or eat’ (riscaldarsi, o mangiare) è lo slogan, decisamente preoccupante, che riassume in modo molto efficace la situazione in cui si trova (a livello energetico) l’isola. Le famiglie britanniche sono costrette, infatti, a causa del livello elevatissimo dei prezzi toccati dall’energia (in generale) in Gran Bretagna, letteralmente a razionare le scorte di cibo per continuare a usare la corrente elettrica per la luce o il gas per riscaldare la propria casa.

Le gravissime proporzioni del problema possono essere comprese anche da un’inchiesta pubblicata dal quotidiano inglese ‘Dalily Mirror’, dalla quale emerge che addirittura «mezzo milione di famiglie inglesi hanno contratto prestiti per coprire i costi di riscaldamento» durante lo scorso inverno. Una situazione che va avanti, a quanto pare, dal 2007 che, però, è peggiorata con la crisi iniziata ufficialmente l’anno successivo. Nel 2012, infatti, l’aumento complessivo dei costi dell’energia è stato di oltre il 40 per cento e oggi una famiglia inglese spende mediamente 1315 sterline l’anno (1540 euro circa) per la bolletta di luce e gas.

L’Italia, in questo campo, non è da meno (anzi). Secondo una ricerca condotta da ‘il Sole24Ore’, il nostro Paesevantaun settore dell’energia che, ogni anno, fattura complessivamente circa 279 miliardi di euro, somma che rappresenta, complessivamente, una quota in termini di Pil nazionale pari al 19 per cento. In aggiunta, se teniamo conto della stima dei costi medi dell’energia effettuata dall’ ‘Europe Energy’s Portal’ (ente privato fondato nel 2005 la cui mission è proprio quella di fornire informazioni dettagliate su tutto ciò che riguarda il comparto energetico in tutta Europa) è possibile appurare una situazione che, a conti fatti, sembra essere addirittura peggiore di quella registrata su suolo britannico.

Dalle valutazioni dell’ente di ricerca (i cui dati sono facilmente ricavabili anche sul sito di ‘Wikipedia’), infatti, emerge che nel nostro Paese il mix energetico acquistato e poi rivenduto a famiglie e imprese, costa in media 28,39 centesimi di dollaro per kilowatt/ore (stima del 2011). Una cosa che non significherebbe molto se non considerassimo che nella stessa classifica la Gran Bretagna, che a causa dei prezzi alti dell’energia affronta i seri problemi di cui abbiamo accennato brevemente sopra, presenta un costo medio molto inferiore rispetto a quello sborsato dagli italiani, pari ad ‘appena’ 20 centesimi di dollaro per kilowatt/ore.

Ma andiamo più nel dettaglio e prendiamo in esame la sola voce dei prezzi del ‘gas’ in Italia. Un’indagine Eurostat del 2013 conferma che le famiglie italiane pagano le bollette del gas più alte della media europea, condizione che, nel corso degli ultimi anni, è andata addirittura peggiorando, facendo registrare un incremento del livello dei prezzi maggiore che nel resto d’Europa. Nel 2012, ad esempio, la bolletta del gas (domestica) dell’Italia ammontava a circa 15 miliardi di euro (sempre secondo dati Eurostat). Ipotizzando di aver allineato i prezzi italiani alla media europea, complessivamente il conto da pagare sarebbe stato molto meno salato, dato che sarebbe sceso a circa 12 miliardi, il che avrebbe significato risparmiare circa 3-4 miliardi all’anno, praticamente l’equivalente di una piccola Manovra correttiva.

Sull’elettricità la situazione cambia, ma solo di poco. I prezzi della componente elettrica, infatti, sono formati in modo molto particolare nel nostro Paese, secondo una metodologia che non trova alcuna corrispondenza con quelle utilizzate nel resto d’Europa. In Italia, infatti, le politiche energetiche in vigore tendono a favorire il risparmio dell’energia elettrica, attraverso uno scaglionamento delle soglie di consumo, alle quali sono applicate delle fasce di costi incrementali. Più nel dettaglio, i prezzi dell’elettricità in Italia sono cresciuti in maniera più contenuta negli ultimi anni rispetto a quanto visto con il gas e, in genere, hanno recentemente mostrato oscillazioni sostanzialmente in linea con le fluttuazioni di prezzi degli altri Paesi europei e in alcuni casi addirittura più favorevoli. Una situazione che, però, non è corroborata (come detto) dal tipo di politica energetica italiana applicata alla componente elettrica che vede, all’aumentare dei consumi, un aumento evidente dei costi da sostenere, mentre nel resto d’Europa si registra una tendenza inversa, che punta a ridurre il prezzo dell’elettricità all’aumentare dei consumi.

Non bisogna dimenticare che anche sull’energia grava il peso della tassazione, che si ripercuote direttamente (e indirettamente) sulle tasche dei contribuenti italiani. Le imposte che in Italia gravano sui prodotti energetici in generale, infatti, sono più alte rispetto alla media europea: nel 2011 l’indice di tassazione (sempre rilevato da Eurostat) per l’Italia è stato pari a 211 euro per tonnellata equivalente di petrolio, rispetto ai 184 della media europea, dei 270 del Regno Unito, dei 165 della Francia e dei 196 della Germania. Più nel dettaglio, la tassazione applicata all’uso di gas domestico è la più alta d’Europa in tutte le fasce di consumo: nel secondo semestre 2012 questa è stata pari al 24 per cento per le utenze a bassi consumi, al 33 per cento per quelle a consumi medi e al 39 per cento per quelle a consumi più elevati, dove (rispettivamente) la media europea si è attestata al 20, 23 e 24 per cento.  Riguardo l’elettricità l’imposizione fiscale incide al massimo per il 32 per cento, un valore che si discosta dalla media dei 27 Paesi membri dell’Unione europea solo di una forbice che oscilla tra l’ 1 e il 4 per cento.

Infine, nella composizione del prezzo dei carburanti, il peso della tassazione imposta dallo Stato italiano risulta essere davvero schiacciante. Se nelle altre componenti energetiche alla tassazione normalmente si aggiunge un prezzo già più alto rispetto alla media Ue, con i carburanti questo non avviene, anzi. Nel 2012 il prezzo ‘industriale’ della benzina (cioè al netto delle tasse e di Iva) è stato di 0,7 euro per litro, addirittura circa 3 centesimi di euro meno caro del prezzo sia del carburante tedesco, sia di quello francese. Sul diesel, invece, l’Italia è il paese più caro d’Europa, con un prezzo che nello stesso anno si attesta a quota 0,74 euro al litro.

A questo, poi, bisogna aggiungere quanto le incertezze sul piano internazionale pesino sull’oscillazione incerta del livello dei prezzi delle forniture di materie prime per la produzione di energia. Quando si parla di energia, in grande prevalenza, l’Italia è un Paese importatore: basti pensare che siamo il quarto Stato al mondo, come emerge da una rilevazione fatta da Eni nel 2010, per quantità di gas importato. Proprio riguardo al gas, le nostre fonti principali del prezioso idrocarburo sono i giacimenti di Russia (oggi impelagata nella crisi ucraina, ma che già nel 2006 e nel 2009 ha dovuto fronteggiare delle grosse difficoltà connesse proprio all’erogazione di gas verso l’Europa, ragione principale che ha spinto il Presidente russo, Vladimir Putin, a programmare la costruzione del gasdotto ‘South Stream’) e Algeria (che nel 2011 ha vissuto una grave crisi interna, che ha avuto ripercussioni in tutti i paesi del Maghreb).

Anche sul consumo di petrolio l’Italia è un Paese di larghe importazioni, con la maggior parte delle forniture che provengono (dati del Ministero dello Sviluppo economico) dai Paesi dell’ex Unione Sovietica (quindi anche dall’Ucraina), dai Paesi del Maghreb (come Egitto, Libia e la stessa Algeria) e del Medio Oriente (tra i quali troviamo Siria, Iraq e Iran), tutte zone ‘calde’ teatro di recenti ondate di violenza o del manifestarsi di fenomeni di instabilità politica o economica. Una situazione che (anche se solo in parte) sembra essere mitigata da quanto riportato molto recentemente da un’inchiesta pubblicata, all’inizio del 2014, dal ‘Wall Street Journal’. Il prestigioso giornale Usa infatti, ha raccontato di come l’allora Governo Letta stesse «cercando di sgombrare la strada perché l’Eni e le altre grandi compagnie petrolifere possano accelerare le trivellazioni» per l’estrazione di petrolio dal territorio della Basilicata e della Val d’Agri, aree che il giornale americano chiama «il Texas italiano» per la presenza nel sottosuolo di cospicui giacimenti di ‘oro nero’. Inoltre, il ‘Wall Street Journal’ stima il nostro Paese possa avvalersi di riserve pari a 1,4 miliardi di barili. Se tale stima venisse confermata porterebbe, a livello europeo, il nostro Paese ad essere secondo solo a Norvegia e Regno Unito, per disponibilità petrolifere. Una prospettiva che, presumibilmente, potrebbe portare i prezzi italiani dell’idrocarburo a oscillare verso il basso.

In questo scenario (tutt’altro che rassicurante), qualcosa è stato tentato, a livello politico, per dare una svolta in senso positivo a questa situazione. Lo scorso anno, infatti, l’ex Governo guidato da Enrico Letta ha lanciato la nuova Strategia Energetica Nazionale (Sen), ideata e promossa dall’allora Ministro dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti, Corrado Passera e sottoscritta dall’ex Ministro dell’Ambiente, Corrado Clini. Il documento aveva come obiettivo primario l’allineamento dei costi energetici italiani a quelli europei, per poter arrivare ad un risparmio di circa 9 miliardi di euro l’anno sulla bolletta elettrica e del gas a livello nazionale, oltre a prevedere la riduzione delle emissioni di CO2, la penetrazione delle rinnovabili e la riduzione generale del consumo di energia. Non solo. Il programma, approvato nel marzo 2013, puntava anche al rafforzamento della nostra sicurezza e indipendenza di approvvigionamento, attraverso la riduzione (minus che dovrebbe ammontare a circa 14 miliardi di euro l’anno) di acquisti energetici dall’estero. A questo, poi, si aggiungono i circa 180 miliardi di euro di investimenti complessivi nel settore energia (con l’indotto che ne deriva in termini occupazionali e di sviluppo) di qui al 2020.

Ad ogni modo, la genesi degli alti prezzi energetici del nostro Paese è da ricercare (tra l’altro) nella dipendenza dall’importazione (e dall’utilizzo) di combustibili fossili. Nel 2012 l’Unione Petrolifera (l’ente che riunisce le principali aziende petrolifere che operano in Italia nel campo della trasformazione del petrolio e della distribuzione dei prodotti petroliferi) ha stimato che il costo della bolletta nazionale pagata per l’importazione dei combustibili fossili è stata pari a 65 miliardi di euro. Un conto da ‘capogiro’ da pagare, ma che sarebbe potuto essere molto più salato (dato l’aumento dei prezzi di materie prime energetiche come il petrolio, avvenuto prima negli anni ’70 e poi negli anni ‘90) se non si fosse corsi ai ripari, nel corso degli ultimi vent’anni, attraverso politiche energetiche tese a ridurre le componenti più costose del ‘mix energetico’ importato, traslandolo più sul gas (meno caro) che sul petrolio, permettendo alle tasche degli italiani di risparmiare circa 6-7 miliardi di euro all’anno.

Non bisogna pensare che siamo i soli come Paese a vivere questa condizione. Come ci spiega Davide Tabarelli, Presidente di Nomisma Energia (ente privato di ricerca in campo energetico e ambientale), “l’80 per cento del bilancio mondiale dei consumi di energia è servito da combustibili ricavati da fonti di tipo fossile: al primo posto il petrolio, a quota 33 per cento, poi il gas con il 27 per cento e, infine, il 26 per cento del carbone”. Riguardo l’elevato livello raggiunto dai prezzi dell’energia in Italia, Tabarelli spiega che “i prezzi pagati dagli utenti finali sono determinati dalle quotazioni internazionali delle materie prime, che sono più o meno le stesse per tutti i Paesi del mondo. L’elemento che, relativamente, fa dei prezzi energetici in Italia i più alti della maggior parte dei Paesi europei è la tassazione. L’imposizione dello Stato sull’energia pesa tantissimo sulla determinazione del prezzo finale di acquisto da parte dell’utente finale, cosa che si aggiunge alla serie di inefficienze proprie del nostro sistema-Paese che contribuiscono ulteriormente a far lievitare i costi dell’energia per gli italiani”.

A questo si aggiunge il problema strategico. “L’Italia è tra le Nazioni europee maggiormente dipendenti per le questioni energetiche da altri Paesi (europei e non), specie se consideriamo che non abbiamo disponibile sul nostro territorio una fonte di energia come il nucleare, diversamente da altre realtà europee, come quella francese. Volendo fare un paragone, l’Italia assomiglia molto al Giappone riguardo le condizioni energetiche. Il Paese governato da Shinzō Abe, infatti, ha una dipendenza dalle importazioni di fonti di energia forte simile alla nostra, con la differenza che ha optato per una politica energetica con la quale sono state realizzate molte più diversificazioni, specie dopo il grave problema di Fukushima”.

Riguardo l’impiego più su larga scala delle fonti di energia rinnovabile e il possibile abbattimento dei costi dell’energia grazie all’impiego di queste risorse, Tabarelli precisa che “una traslazione completa al rinnovabile e l’abbandono dei combustibili fossili sembra essere poco realizzabile, anche in virtù di logiche di tipo economico dato che, generalmente, il costo dell’energia ricavata da fonti rinnovabili tende sempre ad aumentare, non a calare. Uno scenario che ha spinto Paesi come la Germania a tornare a utilizzare il carbone (del quale posseggono ampissime riserve) quasi allo stesso livello del nucleare. C’è da dire che l’intenzione reale della Germania è di sostituire l’atomo con fonti di energia rinnovabili (fotovoltaico, eolico etc.), ma i limiti fisici ed economici di questa transizione si stanno dimostrando insuperabili”.

L’energia prodotta in Germania ogni anno è pari a 600 miliardi di kilowatt/ore, dei quali al momento solo 60 provengono da fonti di energia ‘pulita’. Secondo il numero uno di Nomisma Energia, infatti, i tedeschi “difficilmente potranno soddisfare i loro intero fabbisogno energetico, per il quale dovranno comunque continuare a utilizzare fonti da combustibile fossile per arrivare a disporre di tutta l’energia di cui hanno bisogno a livello nazionale. Per quanto comprensibile l’intenzione di molti Governi di voler abbandonare i combustibili fossili a favore di un maggiore impiego di fonti rinnovabili, le realtà di impiego risultano essere, poi, troppo costose e complesse per essere messe in pratica. Questo scenario è in funzione anche della scarsa ‘densità energetica’ delle fonti rinnovabili (ovvero della capacità per un’unità di materia prima di generare una certa quantità, più o meno abbondante, di energia)”.

Una situazione diametralmente opposta, invece, è quella prospettata da Maurizio Sansone, Presidente dell’Ordine dei Periti Industriali e dei Periti Industriali Laureati della Provincia di Napoli. Secondo il tecnico, infatti, “i combustibili fossili, ormai, oltre ad essere costosi sono diventati anche obsoleti rispetto alle nuove tecnologie. Attualmente, a parità di energia prodotta, i costi di quella prodotta con combustibile fossile sono molto più alti rispetto a quelli sostenuti nella produzione di energia attraverso pale eoliche o pannelli fotovoltaici. Senza contare che i costi di inquinamento sono, ovviamente, molto più alti nel caso di impiego fonti non rinnovabili. Complessivamente, quindi, il costo di produzione dell’energia rinnovabile è di gran lunga più basso. C’è da dire, però, che i costi di realizzazione di un impianto, che generi energia da fonti rinnovabili, sono ancora molto alti, sia per privati che per imprese”.

Proprio sulla questione della ‘densità energetica’, Sansone precisa che “se fino a qualche anno fa, effettivamente eravamo ancora in presenza di problemi tecnici, oggi abbiamo a disposizione, prendendo ad esempio il fotovoltaico, dei pannelli molto più evoluti che posseggono un tasso di rendimento a livello energetico oltre il 70 per cento più alto di quello delle generazioni precedenti. Anche il problema dello stoccaggio dell’energia prodotta da fonti rinnovabili sta per essere risolto. Sono in fase di sperimentazione, infatti, la terza generazione di accumulatori di energia realizzati appositamente a supporto degli impianti di produzione di energia alternativa”.

 

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