martedì, Settembre 28

La Camera licenzia il Jobs Act L'approvazione del Jobs Act: nuova vittoria di Renzi sulle minoranze interne del PD

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In serata, la Camera ha approvato la delega del Jobs Act con 316 sì, 6 no e 5 astenuti. Nelle prossime settimane il provvedimento tornerà al Senato per il voto definitivo.
La seduta è stata di oggi è stata una delle più concitate dell’attuale Legislatura, e non solo per l’abbandono dell’Aula prima del voto come forma di protesta da parte di Lega, M5S, FI e SEL. La discussione parlamentare è stata prima interrotta dalla contestazione proveniente dalle tribune del pubblico, inscenata da esponenti della FIOM. Poi è stata la volta del M5S che ha esposto cartelli con la scritta Licenziact. Non sono mancati colpi di scena neppure da parte della fronda PD, che si è presentata al voto frammentata. Pippo Civati e un altro deputato hanno votato contro il Jobs Act. Trenta deputati hanno presentato un documento in cui hanno preannunciato la loro astensione perché ritengono il provvedimento ancora ampiamente insoddisfacente: tra i firmatari ci sono Gianni Cuperlo, Bindi, Boccia, Zoggia, D’Attorre. «Alla fine di una discussione seria e che rispettiamo» recita il testo presentato dai dissenzienti dem «non possiamo votare a favore del Jobs act. Abbiamo apprezzato l’impegno della commissione Lavoro della Camera e riconosciuto i passi avanti compiuti su singole norme. Tuttavia, l’impianto del provvedimento rimane non convincente– (…) Ci preoccupa il cedimento culturale all’idea che la libertà di impresa coincida con vincoli da abolire per consentire finalmente il diritto di licenziare».
L’appello all’unità lanciato dal Presidente del PD Matteo Orfini nel pomeriggio non ha avuto, evidentemente l’esito sperato: «Abbiamo raggiunto una larghissima unità sul testo» aveva esortato «spero che per rispetto della discussione fatta, dei cambiamenti apportati, del lavoro di ascolto reciproco e della nostra comunità, si voglia fare tutti un ultimo sforzo in Aula».
«Per disciplina di partito» ha invece partecipato al voto Pierluigi Bersani, nonostante la sua contrarietà ad alcuni contenuti della delega: «voterò le parti che mi convincono con piacere e convinzione e le parti su cui non sono d’accordo per disciplina, avendo fatto per quattro anni il segretario del PD» aveva annunciato. L’approvazione del Jobs Act a Montecitorio con le opposizioni interne al PD separate rappresenta una vittoria importantissima per il Premier Matteo Renzi, forse ancora più importante di quella registrata alle regionali di domenica, e favorita anch’essa dall’astensione. Due domande sorgono spontanee a questo punto: riuscirà Renzi a replicare il fausto risultato anche al Senato, dove i numeri su cui può contare sono molto più ristretti? Quali effetti avrà l’approvazione del Jobs Act sulle minoranze PD?

Prosegue, intanto lo scontro tra Governo e FIOM per il destino della Acciai Speciali di Terni. Durante un’assemblea con i dipendenti della AST, il segretario FIOM Maurizio Landini ha detto: «Siamo pronti ad articolare la mobilitazione e crediamo si possa sostanzialmente andare verso un accordo. Ma non si può fare un accordo a tutti i costi, deve essere un accordo che al suo interno ha da un lato una scelta precisa di politiche industriali». La replica giunta dall’Esecutivo per bocca del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio, che bolla le parole di Landini come preoccupanti in un momento in cui, invece, serve senso di responsabilità. Il Sottosegretario ha tenuto inoltre a puntualizzare che l’accordo permetterà «di salvaguardare i posti di lavoro e di evitare gli oltre cinquecento licenziamenti previsti». Nel suo discorso, tuttavia, Landini non ha mancato di far riferimento ai risultati delle elezioni in Emilia Romagna e in Calabria: «Io sono andato a votare perché quello è un diritto che non mi voglio far togliere da nessuno. Ma quando il 63% non va a votare, due milioni e più di persone, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona più, vuol dire che chi fa politica si deve render conto che è lontano dalla gente. Bisogna riaprire i canali della politica e del confronto». Un apologo sul rilancio della politica partendo dal ripristino della mediazione e del confronto, nel quale ad alcuni addetti ai lavori è sembrato di cogliere un’ulteriore conferma della discesa in campo del leader sindacale.

Durante il suo intervento all’assemblea degli eurodeputati S&D nella giornata della visita di papa Francesco all’Europarlamento, il Premier Matteo Renzi ha dichiarato in maniera enfatica che «Il piano che stiamo approvando qui non riguarda il bene di un Paese, ma il futuro di tutta l’Europa: molte delle nostre difficoltà vengono da noi stessi, ma se non andiamo avanti rischiamo di tradire il sogno europeo». «C’è una generazione che vive già in un’altra Europa» ha detto, sempre ore rotundo «se vogliamo essere fedeli a quel messaggio dobbiamo recuperare quell’ideale. O ci mettiamo più speranza o rischiamo di perdere la sfida di un’intera generazione». Il premier ha poi annunciato che «Dopo riforme corpose punteremo al new deal europeo. Il primo programma corposo di riforme che si sta componendo: in Ue nessuno ci dice più di fare i compiti a casa. La nostra parte l’abbiamo fatta, dal primo gennaio saremo molto più duri per puntare verso un new deal europeo».

Si riapre più acceso che mai lo scontro interno a FI sulla leadership dopo la clamorosa sconfitta alle elezioni regionali di domenica scorsa. Raffaele Fitto è intervenuto in mattinata per chiedere al Silvio Berlusconi il rinvio del vertice dello stato maggiore del partito convocato per le 15.00 di oggi. La ragione addotta dall’europarlametare pugliese per rimandare la riunione è legata ai tempi stretti della sua convocazione, arrivata ufficialmente solo in mattinata. Una richiesta più che legittima, che darebbe anche alla fronda di cui fa parte Fitto di organizzarsi al meglio, anche per avviare il richiesto rinnovamento del partito, a partire dall’azzeramento delle nomine. «Mi auguro» ha scritto sul suo blog l’ex governatore della Puglia «che nessuno si azzardi a minimizzare o a cercare alibi per il nostro drammatico risultato in Calabria e in Emilia Romagna, regione in cui siamo stati addirittura doppiati dalla Lega. E sarà bene ricordare, passo dopo passo, tempi e modalità delle scelte che sono state compiute – con clamorosi errori – per definire le candidature e le alleanze. (…) Basta con le nomine. Basta con i gruppi autoreferenziali che hanno determinato in questi mesi una politica e una comunicazione inefficaci e prive di qualunque credibilità, bocciate senza appello dai nostri elettori. E soprattutto basta con una linea politica incomprensibile, ambigua, che oscilla tra l’appiattimento assoluto verso il Governo nei giorni pari, e gli insulti al Governo nei giorni dispari». Per il momento, però, l’entourage di Berlusconi cerca di arginare come può la marea montante in FI.
All’eurodeputato azzurro una prima risposta a distanza è arrivata dal consigliere politico di Berlusconi, Giovanni Toti: «Fitto» ha detto «solleva una riflessione legittima però è anche lui un dirigente di questo partito, fa parte della direzione e del comitato di presidenza. In quell’organismo ci interrogheremo, ma non mi sembra il momento, da parte di chi è un autorevole dirigente del partito, di puntare il dito contro qualcuno». E ha aggiunto: «L’astensione è il primo dato su cui interrogarsi e non perché si deve scaricare su Renzi e il Governo la responsabilità, ma è chiaro che le forze di maggioranza hanno più responsabilità per la disaffezione».
In serata, prima alla riunione del comitato di presidenza di FI e poi alla presentazione del libro di Bruno Vespa, sono arrivateanche le repliche di Berlusconi, che ha confermato in pieno la validità del Patto del Nazareno, dicendosi disposto ad accettare «per senso dello Stato e per il Paese» la riforma elettorale con il premio alle liste. Al tempo stesso l’ex Premier ha inaspettatamente aperto alla possibilità di cedere ad altri, come il leader della Lega Nord Matteo Salvini, la leadership di una nuova alleanza di centro destra: «È bravissimo. Sa come prendere voti. (…) Potrei fare il regista, lui è un bravo attaccante». L’ipotesi ha suscitato l’immediata reazione di malcontento nelle fila azzurre e ha provocato la presa di distanza del Presidente del NCD Angelino Alfano. Pressato dai frondisti, Berlusconi ha voluto, in tutta evidenza, giocare una manovra di alleggerimento, confondendo le acque e riempiendo ogni spazio disponibile in attesa di tempi migliori. Ha preso tempo, ma difficilmente riuscirà a evitare l’inevitabile. Vedremo quale piega prenderà lo scontro interno a FI nelle prossime ore e settimane; qualunque essa sia, rimane sul tappeto una questione ineludibile: è in grado il partito di reggere al tramonto definitivo della leadership dell’ex Cavaliere?

A rilanciare la domanda è anche un’altra notizia di oggi che investe da vicino gli ambienti di FI più vicini a Berlusconi, vale l’avviso di garanzia notificato dal nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza a Denis Verdini per bancarotta fraudolenta nel fallimento della Società Toscana di Edizioni. Il dirigente azzurro è iscritto nel registro degli indagati in qualità di socio di maggioranza e di amministratore della STE; tra le accuse che gli sono imputate rientra quella di aver favorito la distrazione di risorse che avrebbero provocato la bancarotta dell‘azienda. Com’è noto, Verdini è, assieme a Gianni Letta, uno dei più fidati e più stretti collaboratori di Berlusconi, artefice – tra l’altro – del Patto del Nazareno. Il suo coinvolgimento nell’affaire STE potrebbe comportare una rapida uscita di scena che lascerebbe ulteriormente azzoppato l’ex Cavaliere in un frangente estremamente critico.

 

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