lunedì, Maggio 17

La caduta del jukebox come ‘media’? Intervista a Clementina Gily Reda, docente di Teoria della Comunicazione

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Il 23 Novembre scorso il jukebox ha compiuto 125 anni. La sua invenzione, avvenuta a San Francisco negli Stati Uniti presso il Palais Royale Saloon, risale come prototipo al 1890 quando Louis Glass e William S. Arnold, il primo dei due, manager dal 1889 della ditta ‘Edison Class M Eletronic Phonograph’, della quale si servirono per la sua realizzazione, inventarono e brevettarono il suo prototipo il ‘Coin Actuated Attachment for Phonograph.

Era un fonografo alimentato da monetine, la prima apparecchiatura dove la musica poteva essere sentita e ascoltata attraverso uno dei 4 tubi d’emissione che venne chiamata da William S.Arnold ‘the nickel-in-the-shot because in order to listen to song, you insert a nickel’. Tale progetto fu però presentato al grande pubblico soltanto nel 1927 dalla fabbrica ‘Ami’, già produttrice di pianoforti automatici, più noti con il nome di ‘pianole’, ideate alla fine dell’Ottocento e in voga prima del fonografo per allietare tramite tale strumento, che però andava suonato come i normali pianoforti, ma reagiva sui martelletti interni al piano per impulso meccanico e poi elettronico. Era anche usato per la musica jazz per riprodurre determinati stili.

La Rudolph Wurlitzer Company, chiamata semplicemente Wurlitzer, una storica società tedesco-americana per la produzione di strumenti musicali (a corde, a fiato, organi, pianoforti elettronici, ecc.) e distributori automatici, acquistò nel 1933, passata la Grande Depressione, i diritti del jukebox (vendendone circa 40.000 esemplari, record mai eguagliato nella storia dei media comunicativi) e lo produsse per anni insieme agli organi e alle pianole, rimanendo azienda di riferimento per tale media. Nel 2000 la Deutsche Wurlitzer Ghbh ampliò la sua produzione ai DVD ed altri prodotti automatici per la distribuzione degli alimenti, mantenendo inalterato il suo primato.

Dal 1933 anche gli altri due colossi del settore, la Seeburg e la Rock-Ola, produssero e si sfidarono per costruire apparecchi in legno, con al massimo 12 dischi a 78 giri da far girare nella macchina automaticamente, dalle forme, modelli e colori differenti, i cui vecchi apparecchi non vennero mai ritirati una volta usciti dalla produzione, ma semmai girati alle periferie e campagne fuori delle città americane. La Seeberg sbaragliò la concorrenza della Wurlitzer nel 1948 con un modello che permetteva di suonare più di 100 dischi in sequenza diversa.

Molti dei locali più lussuosi e poi in seguito, anche gli altri più popolari si rifornirono di jukebox, diventando luoghi di aggregazione sociale e divertimento, dopo il secondo dopoguerra, tra giovani e meno giovani, che si riunivano attorno alla macchina che forniva musica, come vediamo nei vecchi film di ‘Happy Days con la compagnia di amici di ‘Fonzie’. In Italia arriva dal secondo dopoguerra e permane fino agli anni Sessanta e Settanta del Novecento e si lega al fenomeno degli ‘urlatori’ o ‘shouters’, una corrente canora per una stagione musicale breve nell’epoca del boom economico (anni Cinquanta e Sessanta del Novecento), favorita dal diffondersi del jukebox, con voce ad alto volume , espressa in campo musicale in ‘neomelodico’, maniera disadorna e priva di abbellimenti musicali (Tony Dallara, Joe Sentieri, Adriano Celentano, Little Tony, Patty Pravo, Mina, ecc.).

Oggi tale media musicale è in disuso, diventato un mobile da arredamento per appassionati musicali e perciò collezionabile, dopo il suo declino ad opera delle moderne tecnologie, quali radio e connessioni veloci a internet per riprodurre la propria colonna sonora personale. Permane il fenomeno aggregativo legato al jukebox in programmi come ‘XFactor’ e ‘The Voice of Italy’.

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