giovedì, Ottobre 28

La caduta controllata del governo kazako image

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AlmatyNegli ultimi dieci giorni è cambiato molto nel panorama politico dello spazio post-sovietico ‘meridionale’. Lo scorso autunno abbiamo seguito la stagione elettorale (Azerbaigian, Georgia, Tagikistan e Turkmenistan) e oggi ci troviamo di fronte due tipi di regimi politici che cambiano gli esecutivi. Armenia e Kyrgyzstan sono accomunati da un sistema parlamentare che funziona e una frammentazione politica che rende alcune coalizioni di governo poco stabili. Kazakistan e Turkmenistan, invece, hanno portato avanti il cambiamento all’insegna del dirigismo. Il rimpasto turkmeno è avvenuto senza il previo annuncio di dimissioni dei ministri uscenti, mentre il cambio al vertice dell’esecutivo kazako è stato inaspettato e fulmineo.

In Armenia, il primo ministro Tigran Sargsyan si è dimesso lo scorso 3 aprile. Il premier ha rinunciato al suo incarico a causa delle tensioni interne e internazionali, moltiplicatesi dall’inizio dell’anno. L’annuncio è arrivato dopo che la corte costituzionale aveva emesso una sentenza sull’incostituzionalità del progetto di legge sulla contribuzione coatta del 5 percento dello stipendio verso il nuovo fondo previdenziale. Sargsyan aveva già ricevuto minacce dall’opposizione, che avrebbe fatto di tutto per arrivare alla mozione di sfiducia di fine mese con un largo seguito popolare. L’anticipo della decisione di Sargsyan potrebbe essere stata influenzata dal voto negativo alla mozione ucraina presentata presso l’Assemblea Generale dell’ONU. L’Armenia, in compagnia di Russia e altri dieci Paesi, ha votato contro, sottolineando la propria dipendenza da Mosca in termini di politica estera. Questa decisione sembra proprio in linea con la road map che porterà Yerevan all’interno dell’Unione Doganale sponsorizzata dalla Russia.

In Kyrgyzstan, il cambiamento del governo non ha causato una crisi politica. La coalizione parlamentare che sosteneva Zhantoro Satylbadiyev, accusato di corruzione, ha votato in massa per il nuovo governo lo scorso 3 aprile. L’ex-vice premier Zhomart Otorbayev è stato nominato primo ministro e ha ricevuto la fiducia per la formazione di una squadra di governo che rimane sostanzialmente invariata. In Turkmenistan, le agenzie di stampa statali hanno semplicemente notato il rimpasto di alcuni ministeri, senza retroscena politici o familiari. Apparentemente, l’apertura segnata dalle elezioni parlamentari di dicembre è semplicemente un decoro di facciata come previsto da molti analisti.

Il 2 aprile, in Kazakistan, tutto si è consumato in poche ore. Le lancette dell’orologio faticavano a stare dietro alla rapidità delle dichiarazioni ufficiali, che si susseguivano secondo l’ordine tipico delle democrazie occidentali, ma a una velocità frenetica. Prima le dimissioni a sorpresa del capo del governo, Serik Akhmetov, in carica da un anno e mezzo. Durante la conferenza stampa, ha abilmente evitato di parlare delle cause della sua decisione. Poco dopo, il presidente Nursultan Nazarbayev ha inviato un messaggio ufficiale al Parlamento, ‘consigliando’ di sostenere un’eventuale candidatura dell’ex-premier Karim Massimov. Attimi dopo, il Parlamento riunito in sessione speciale nel tardo pomeriggio già discuteva dell’esperienza di Massimov nel precedente governo e presentava le intenzioni di voto. Dopo una breve discussione in assemblea, tutti i parlamentari hanno espresso parere positivo alla formazione del nuovo governo Massimov. Il tutto in poco più di due ore, un tempo da maratona.

Massimov, che dallo scorso gennaio ricopriva il posto di Segretario di Stato e di capo dell’Amministrazione presidenziale, due ruoli molto importanti, è un politico esperto. Per la prima volta nel Kazakistan indipendente, un ex-primo ministro viene richiamato al governo, ma l’esperienza e la capacità di Massimov sembrano essere credenziali abbastanza forti per la sua riconferma. Dosym Satpayev, così come altri analisti politici, ha parlato di «mancanza di quadri dirigenti, altrimenti non si spiega perché si vada a cercare la soluzione in un politico ‘vecchio’ e per di più uiguro», mentre altri hanno speculato che la breve parentesi di Akhmetov fosse stata creata ad arte per condurre politiche impopolari e non minare la popolarità di Massimov.

Della situazione nei governi dell’Asia centrale abbiamo parlato con Luca Anceschi, professore di Studi Centroasiatici presso l’Università di Glasgow e al momento in Kazakistan per condurre delle ricerche per il suo nuovo libro.

Tutti questi cambiamenti negli esecutivi centroasiatici arrivano in primavera e nel giro di pochi giorni. Esiste un collegamento tra questi eventi?

No, bisogna guardare alla specifica situazione interna di ciascun Paese. Kazakistan e Turkmenistan sono due fenomeni standard di ricambio politico. Un segno di rinnovamento e di riallineamento nel regime. Il fatto che questi cambiamenti avvengano in maniera repentina e senza soluzione di continuità è una testimonianza del periodo di crisi politica, soprattutto in Kazakistan.

In Turkmenistan invece non c’è crisi?

Non sembra, almeno da questo rimpasto, visti quali ministeri sono stati toccati. I ministri che ricoprono posizioni importanti sono stati mantenuti al loro posto, i cambiamenti sono stati abbastanza marginali. Il tutto si iscrive in un continuum autoritario che dura sin dall’indipendenza del Paese.

Torniamo al Kazakistan. Cosa può aver causato il rimpasto? L’aumento della repressione nel 2014 e della propaganda politica sono segnali di crisi?

Sì, possiamo dire che alla luce degli ultimi avvenimenti sia interni, sia internazionali, il regime politico kazako sia in crisi. Nazarbayev si sente meno forte, soprattutto a causa degli attacchi dei nazionalisti, che hanno preso di mira le scelte politiche internazionali, come l’Unione Doganale con la Russia e la Bielorussia, per sconfessare le politiche interne. Se le condizioni fossero state migliori, forse il cambiamento non sarebbe stato così repentino. Non si finiva di twittare una notizia che già ne usciva un’altra.

Un cambiamento quasi all’insegna dell’ansia. Perché è arrivato Massimov? Cosa cambia nella posizione internazionale del Kazakistan?

Massimov è un uomo fidato, che ha traghettato il Paese durante la crisi economica del 2008. Evidentemente Nazarbayev non si fida dei giovani e vuole tener chiuso il proprio circolo di fedelissimi. La posizione internazionale, invece, non cambia perché ha già subito uno smottamento con la decisione sull’Ucraina. Il posizionamento filorusso ha sancito la morte del ‘multivettorismo’ in politica estera. Proprio vent’anni fa, durante un discorso presso l’Università di Mosca, Nazarbayev aveva delineato il concetto di ‘eurasianismo’, un particolare tipo di politica estera anti-imperialista e multipolare che avrebbe fatto del Kazakistan un ponte tra est e ovest. Tuttavia, l’astensione al voto dell’Assemblea Generale dell’ONU sulla mozione ucraina e le ultime dichiarazioni di sfiducia verso il governo ‘fascista ed estremista’ di Kiev segnano la fine del tanto agognato multivettorismo.

 

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