domenica, Settembre 26

La brutta faccia del giornalismo italiano Dalla malattia del Papa di ‘QN’, a Vatileaks

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L’ultima bufala sulla malattia del Papa è l’ennesimo segnale del cattivo giornalismo italiano. Forse ha ragione Umberto Eco, a far trapelare dietro la trama del suo ultimo romanzo ‘Numero Zero’, l’attuale deriva di una parte del giornalismo nostrano, che miete le sue vittime attraverso la ben nota ‘macchina del fango’ e che inventa o ricicla le notizie, trasformando i quotidiani in settimanali, con eventi a puntate.

La notizia sulla salute del Pontefice, data dal Direttore del ‘Quotidiano Nazionale’, è l’esempio lampante di un giornalismo sottilmente fazioso che non si fa scrupolo nel dare notizie senza provare la veridicità delle fonti. D’altronde si sa che l’opinione pubblica ha la memoria corta. Il Direttore del gruppo che edita le testate Giorno, ‘Resto del Carlino’ e ‘Nazione’ non è, infatti, nuovo a questi atti. Nel marzo 2015 aveva svolto un inchiesta sui confessionali italiani, in quattro puntate, inviando nelle chiese una cronista in veste di penitente e tirando a sè le ire dell’arcivescovo di Bologna. Leggendo il suo suo blog personale, si capisce, inoltre, che non nutra grandi simpatie per il ‘nuovo corso’ del Pontefice. Il presunto scoop è confezionato ad arte e ha raggiunto il suo scopo. Primo, fare audience e vendere di più. Secondo, mettere la pulce all’orecchio sulla salute del Papa e sui presunti silenzi vaticani.

Ma la lista del cattivo giornalismo non ha fine. L’Italia è un Paese dove non solo alcuni magistrati entrano con disinvoltura in politica ma dove il giornalismo è ormai l’arma più efficace per disfarsi di un avversario con la compiacenza di qualche magistrato. Altrimenti non si spiegherebbe il perché molti giornali abbiano accesso ai verbali delle intercettazioni, coperte dal segreto istruttorio. Da lì poi, il passo è breve. Basta estrapolare la frase incriminante e lo scoop è fatto. Dietro, la mano invisibile del nemico politico/ideologico di turno. Così, una parte del giornalismo d’inchiesta si fa servo delle logiche di fazione, in barba alla verità e all’etica professionale.

Ma tornando al Vaticano, come non ricordare il caso Vatileaks di quel giornalista che fece conoscere le carte segrete dello IOR nel maggio 2012, al tempo del pontificato di Benedetto XVI? A soli tre giorni dallo scoppio dello scandalo, con assoluto tempismo, egli presentò il suo libro ai corrispondenti della Stampa Estera a Roma. La notizia non fece altro che accelerare, nei mesi a seguire, la riforma, tra l’altro già in atto, della banca vaticana e la rinuncia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI. I fatti erano veri, nessuno lo mette in dubbio, ma è il modo in cui furono svelati e dati in pasto alla stampa, che deve inquietare. E’ indubbio che quel giornalista ebbe più a cuore la notorietà e il prestigio personale piuttosto che la necessità di rendere trasparente il Vaticano. Poi vale il detto: fa più rumore un albero che cade che un intera foresta che cresce.

Arrivati a questo punto c’è da chiedersi se l’etica sia ancora presente in questa professione. Per etica si intende il rendere onore alla verità entro i limiti della decenza e della liceità. Ormai, la superficialità dell’informazione sembra essere divenuta l’unico pasto della frenetica curiosità quotidiana. In quest’orizzonte, tutto diventa lecito. Dalla non verifica delle fonti fino alla corruzione per creare false notizie.

 

 

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