sabato, Aprile 10

La Brexit vista dagli Stati Uniti

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A una settimana di distanza, placatasi almeno in parte l’emozione del dopo-voto, appare chiaro come gli esiti del referendum sulla Brexit abbiano avuto effetti tellurici in molti settori. Dalla politica europea a quella degli Stati nazionali, la scelta di Londra di uscire dall’Unione in cui era entrata nel 1973 ha sollevato, a seconda degli osservatori, timori e speranze difficili da sopravvalutare. Nelle prossime settimane, il governo conservatore del dimissionario David Cameron e le istituzioni europee dovranno avviare e gestire un processo che già appare complesso e carico di incertezze, non fosse altro che per il suo essere una sorta di ‘prima assoluta’. In Gran Bretagna, i tories – profondamente divisi – dovranno ridefinire i propri equilibri interni, messi in discussione dalla posizione ‘pro-stay’ assunta del suo ormai ex leader. Sul fronte laburista, i risultati del voto hanno dato nuovo alimento alla fronda interna, che da tempo critica le posizioni di Jeremy Corbyn, di fatto ‘sfiduciato’ dalla maggioranza dei suoi parlamentari. In vari Paesi, sia di vecchia sia di nuova membership, sono tornati a farsi sentire i movimenti ‘quit Europe’, mentre i vertici di Bruxelles sembrano fare fatica a comprendere come e quanto le loro decisioni hanno contribuito ad alimentare il malcontento britannico.

Negli Stati Uniti, la vicenda ha toccato solo marginalmente la corsa presidenziale. Se da un lato Hillary Clinton si è spesa attivamente per il ‘remain’, il suo rivale Donald Trump ha salutato con favore la scelta del ‘leave’. Dopo il voto, i sondaggi hanno registrato una crescita forte del consenso intorno al candidato democratico; la tenuta sul lungo periodo di questo consenso appare, tuttavia, incerta. Al di là dell’importanza limitata che i temi di politica estera hanno dimostrato sin qui di avere per l’elettorato statunitense (quanto meno per la parte di elettorato che ha partecipato alle primarie), il messaggio che giunge da Londra è, per molti aspetti, più ‘trumpiano’ che ‘clintoniano’. La scelta ‘nazionalista’  del ‘leave’ ben si attaglia alla retorica di Trump dell’‘America first’; allo stesso modo, la critica al ‘big government’ europeo implicita nella scelta britannica richiama (seppure in parte) alcune delle sue posizioni riguardo al ruolo dello Stato. Non stupisce, dunque, che il candidato repubblicano abbia cercato – nei giorni passati – ‘cavalcare la tigre’ della Brexit, ribaltando una serie di dichiarazione precedenti e sottolineando come, in caso di successo nella corsa presidenziale, la special relationship anglo-americana sia destinata a rafforzarsi anche nel nome di una comune, ritrovata sovranità popolare.

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