venerdì, ottobre 19

La Bosnia al voto: Dayton a rischio? Dodik, il secessionista filorusso, ha vinto fra i serbi. Gli accordi del 1995 sono sotto minaccia?

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Non solo Brasile. Anche nella più vicina Bosnia ed Erzegovina si sono svolte le elezioni presidenziali e il loro risultato potrebbe avere ripercussioni preoccupanti per l’equilibrio della regione. Nella giornata di ieri, domenica 7 ottobre, il 53,26% degli aventi diritto si è recata alle urne. A sedere sui tre scranni più alti saranno Milorad Dodik, Željko Komšić e Šefik Džaferović. La vittoria più significativa è quella di Milorad Dodik, rappresentante dell’ala più intransigente dei nazionalisti serbi e che andrà quindi a sedersi sulla poltrona presidenziale riservata alla propria etnia di appartenenza.

Prima di proseguire, tuttavia, occorre fare un passo indietro. Nello Stato della Bosnia-Erzegovina, costituitosi così come lo si conosce oggi dopo gli accordi di Dayton del 1995, conseguenti alla tragica guerra dei primi anni ’90, è diviso in due entità federali, nelle quali convivono tre etnie, quella serba, quella croata e quella bosgnacca: la prima è maggioranza nella Republika Srpska, le altre due vivono invece nella Federacija Bosne i Hercegovine. Quest’ultima è al suo interno suddivisa in cantoni, alcuni a maggioranza croata, altri bosgnacca, ognuno con un suo Parlamento cantonale. A livello federale, ognuna delle tre etnie esprime un suo proprio presidente, che andrà a comporre un collegio presidenziale di cui, a turno, assumeranno la guida. È un sistema piuttosto fragile e articolato, a garanzia del quale è stata istituita la figura dell’Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, carica attualmente detenuta dall’austriaco Valentin Inzko. Egli ha il compito di controllare l’applicazione degli accordi di Dayton e la possibilità di eliminare ogni ostacolo che si frappone al raggiungimento della pace: non è un caso che ogni figura scelta non sia mai stata quella di un cittadino bosniaco. Tuttavia, la sua presenza è temporanea: una volta raggiunta la completa stabilità nella Bosnia ed Erzegovina, questa carica verrà soppressa – misura propedeutica anche a un eventuale ingresso dello Stato all’interno dell’Unione Europea.

Avendo chiaro questo, che non è altro che una rapida semplificazione dell’intricato assetto istituzionale dello Stato un tempo parte della Jugoslavia, si può procedere con l’analisi delle del risultato delle elezioni, con l’aiuto di Alfredo Sasso, collaboratore di Osservatorio Balcani e Caucaso, ricercatore in storia contemporanea e collaboratore di East Journal.

Il quadro che esce dalle urne bosniache illustra una società in cui la pacifica convivenza fra le etnie, per la quale molti sforzi sono stati profusi negli ultimi decenni, sembra essere a rischio. La popolazione di etnia serba ha eletto Milorad Dodik, leader dell’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (Savez nezavisnih socijaldemokrata, SNSD) e, dal 2010, Presidente della Republika Srpska. L’Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina Valentin Inzko lo definì, in passato, come l’uomo che, più di tutti, vuole la dissoluzione dello Stato. E Dodik, in effetti, non ha mai fatto mistero di questa sua volontà, forte, fra le altre cose, del presunto appoggio del suo popolo, che si è espresso in un referendum, dichiarato illegale dalla Bosnia (ma al quale la Russia ha mostrato un pur timido sostegno), che, nel 2015, dava il 99,8% dei serbi-bosniaci favorevoli all’indipendenza. La questione dell’indipendenza serba è sempre stata uno dei temi caldi della discussione politica bosniaca. È arrivato il momento di passare alla cassa? Il dottor Sasso invita a rimanere calmi: “Dodik porterà una narrazione di conflitto permanente al centro delle istituzioni statali, con provocazioni continue. E questo sicuramente accrescerà i problemi di funzionalità dello stato. È vero che minaccia costantemente la secessione, mantenendo una tensione continua, ma rimangono perplessità sul fatto che possa, e persino voglia, davvero arrivare fino in fondo in breve tempo. L’indipendenza della Republika Srpska non è possibile, almeno per ora, in questo quadro di rapporti regionali e internazionali. Inoltre, per questa élite nazionalista è paradossalmente meglio essere una entità in Bosnia-Erzegovina (un quasi-stato con molti vantaggi e pochi costi) invece che una regione della Serbia. Alzare continuamente la tensione è il modo migliore per mantenere lo status quo. Se il quadro internazionale dovesse cambiare allora sì, entreremmo in territorio sconosciuto

Inoltre non va dimenticata la vicinanza della Republika Srpska (e del mondo serbo in generale) alla Russia, tradizionalmente, culturalmente e, ultimo ma non ultimo, politicamente. Un’alleanza che, tuttavia, non bisogna fare l’errore di sopravvalutare. Secondo Sasso, infatti: “Sicuramente è più interessato Dodik alla Russia che non viceversa. Presenta alla sua base un patronato internazionale, una visione ideale. fondata sulla matrice comune slavo-ortodossa. D’altra parte, è vero che la Russia ha aumentato considerevolmente il soft-power in Republika Srpska, e usa l’intervento in quest’area per tenere un piede nella regione e mandare dei segnali alle controparti UE e NATO. Ma allo stesso tempo, gli investimenti russi in Republika Srpska sono meno ingenti di quello che sembrano, e restano dubbi sul fatto che la Russia abbia davvero risorse, e interesse, a una sorta di ingerenza permanente in Republika Srpska

Milorad Dodik succede a Mladen Ivanić del Partito del Progresso Democratico (Partija demokratskog progresa, PDP).

Non viene invece confermato al seggio presidenziale croato Dragan Čović, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska demokratska zajednica, HDZ). Al suo posto Željko Komšić, leader del più moderato Fronte Democratico (Demokratska fronta, DF), già Presidente per due mandati successivi, dal 2006 al 2014. Una rielezione di Čović sarebbe stata potenzialmente esplosiva se combinata alle volontà, per quanto provocatorie, secessionistiche di Dodik. Il leader di HDZ, infatti, ha a più riprese manifestato la volontà di separare l’elemento etnico croato da quello bosgnacco, che convivono all’interno della Federacija Bosne i Hercegovine. Separazione che vuole essere elettorale e, in una seconda fase – di cui la prima è momento propedeutico – territoriale. La questione si fa ancora più intricata. Alfredo Sasso chiarisce: “Komšić, croato, è stato eletto con un supporto importante da parte di bosgnacchi, bosniaci, persone che non si riconoscono in etnia, ecc. Il sistema elettorale infatti prevede che ogni cittadino della Federacija Bosne i Hercegovine possa esprimere un voto o per il candidato bosgnacco o per il candidato croato. Non esiste una circoscrizione elettorale ‘solo bosgnacca’ e una ‘solo croata’ (questo è ciò che propone l’HDZ) né può esistere una lista di elettori divisa per appartenenza etnica, che violerebbe le elementari norme sulla cittadinanza. È per questo che Čović e l’HDZ considerano Komšić come illegittimo: nella loro visione non è un ‘legittimo rappresentante’ dei croato-bosniaci.

Da tempo l’HDZ minaccia azioni eclatanti, tra cui persino l’ostruzionismo parlamentare che bloccherebbe, di fatto, le istituzioni del paese, se non si riforma la legge elettorale in senso a loro favorevole. Un senso che però rafforzerebbe l’elemento etnico della rappresentanza e che regalerebbe all’HDZ una presenza permanente nelle istituzioni e un seggio presidenziale’. In ultima analisi, una separazione etnica di questo genere anticiperebbe quella territoriale, creando una terza entità federale nella regione dell’Erzegovina, nel sud dello Stato, a maggioranza croata. La minoranza bosgnacca, in quell’area, non potrebbe esprimere un proprio rappresentante, così come la minoranza croata presente nei territori a maggioranza bosgnacca.

Ma gli accordi di Dayton, in sostanza, sono in pericolo? La pace, ottenuta dopo grandi sforzi, è troppo preziosa per tutti e difficilmente verranno superati, almeno per il momento. Come infatti conclude Sasso: Dayton reggerà perché nessuno degli attori, nemmeno i secessionisti che minacciano di rompere Dayton, ha il coraggio di proporre alternative chiare. La grande occasione persa della Bosnia-Erzegovina post-guerra fu nel 2006, 11 anni dopo la guerra, quando a un passo dalla riforma condivisa che avrebbe semplificato le istituzioni saltò tutto. Altri 12 anni dopo, se ne stanno pagando le conseguenze”.

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