sabato, Settembre 18

La bolla finanziaria del cibo Emanuela Citterio: “Non demonizziamo i mercati finanziari, chiediamo solo una regolamentazione”

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sulla fame non si specula

Il cibo è un diritto universale dell’uomo sul quale non è possibile speculare, perché vorrebbe dire speculare sulla vita delle persone. Parte da questo assunto la campagna “Sulla fame non si specula”, che da alcuni giorni ha dato avvio a un blog, sullafamenonsispecula.org, per informare i cittadini sull’attuale drammatica situazione e sulle piccole e grandi azioni da mettere in campo per garantire a tutti i cittadini del mondo il cibo che meritano. La campagna è nata dall’idea di alcuni giornalisti, prima tra tutti Emanuela Citterio, ed è stata accolta con favore e promossa da diverse Ong come ActionAid, Vita, PIME, Unimondo, Acli, con il sostegno, tra le altre, di Banca Etica, Altromercato, Slow Food, Coldiretti, Acra e Intervita.

La campagna nasce dalla presa di coscienza di una situazione drammatica per quanto riguarda la speculazione sul cibo nel mondo e delle pesanti conseguenze che questa ha sulle popolazioni più deboli. Dal 2002 ad oggi, nel mondo della finanza, il volume di scambi di titoli derivati legati ai beni alimentari si è moltiplicato per nove e nel 2008 le speculazioni finanziarie sul grano, sul mais e sul riso hanno provocato improvvise impennate dei prezzi di questi beni. Nell’ultima metà del 2010 i prezzi dei beni alimentari hanno ricominciato a crescere e a essere soggetti a una volatilità estrema e, ciclicamente, questo fenomeno si ripropone. Dal 2005 alcuni operatori finanziari hanno cominciato a investire grosse somme di denaro nei cosiddetti titoli derivati legati ai beni alimentari, che derivano cioè il loro rendimento dall’andamento dei prezzi dei prodotti agricoli sui mercati internazionali. Si tratta di titoli che costituiscono delle vere e proprie scommesse sull’aumento dei prezzi del cibo e si guadagna se la previsione si avvera. In pratica, nella finanza di oggi, anche un’alluvione o una siccità prolungata in una regione del mondo possono trasformarsi in opportunità per guadagnare sul mercato finanziario, con rendimenti che possono essere anche del 50 o del 100 per cento.

In questi anni e in questo contesto speculativo, i prezzi delle materie prime hanno teso ad aumentare. Secondo Fao e Ocse, nel decennio 2011-2020 i prezzi dei cereali aumenteranno del 20% e quelli della carne addirittura del 30%. Così, nel 2015 sarà necessario produrre 1 tonnellata in più di cereali per sfamare la popolazione mondiale. Dal giugno 2010 i prezzi del grano e del mais hanno ricominciato ad aumentare e sono raddoppiati nel 2011 superando i massimi storici. La principale Borsa di riferimento per i cereali è quella di Chicago, che è ormai diventata un punto di riferimento per i prezzi in tutto il mondo. Molte delle operazioni finanziarie sono delle vere e proprie scommesse giocate sulle materie prime, dal cibo al petrolio, che permettono notevoli profitti. Chi paga questo gioco virtuale, nella realtà sono i 3 miliardi di persone che vivono con meno di due dollari al giorno e i 925 milioni che sono malnutriti, in un mondo dove potrebbero mangiare 11 miliardi di persone.

La contrattazione e la speculazione sul cibo non è una pratica di recente creazione. Dal 1895 nella Borsa di Chicago si comprano e si vendono contratti futures, all’epoca legati alla sola raccolta di fumento. La volatilità del commercio sul cibo ha reso opportuna la diffusione di contratti che stabilissero un determinato prezzo futuro sugli alimenti, a prescindere da qualsiasi imprevisto o evento negativo, da qualsiasi aumento o crollo del prezzo o della quantità di prodotti alimentari. Si tratta, quindi, di una pratica che è nata per tutelare i produttori. Come spiega l’economista Riccardo Moro, membro del team della campagna «alla loro nascita hanno anche svolto una funzione positiva nel mercato alimentare, rendendo più chiari i rapporti del libero mercato, ma la speculazione, consentita dalla deregulation finanziaria degli ultimi 15 anni, li ha resi armi finanziarie». «In sostanza» chiarisce Moro «non si specula sul cibo, non si trattengono gli alimenti nei magazzini in attesa che salga il prezzo, per poi rivenderli, ma sui titoli finanziari. La deregulation ha consentito che i titoli finanziari legati all’agricoltura venissero acquistati da chiunque. La fortissima domanda di questi titoli ne ha fatto aumentare i prezzi, la speculazione, giocando su vendite e riacquisti rapidi in borsa, li ha fatti andare in tilt, e i prezzi dei prodotti alimentari reali sono stati costretti a seguirli. Tra l’altro, la dimensione del mercato dei titoli finanziari legati al cibo è enormemente più grande di quella del mercato reale. Altra cosa importante, i titoli che rappresentano acquisti, come i future, si stracciano prima della consegna, e questo è un ulteriore problema, che evidenzia il disinteresse verso i prodotti alimentari in sé. I movimenti nel mercato maggiore influenzano quelli nel mercato più piccolo. E cosi, è la finanza che decide il prezzo del pane, o di qualunque alimento, ormai».

L’impatto dei derivati sull’economia mondiale è enorme. La loro diffusione si è avuta attraverso i grandi soggetti della finanza internazionale, i quali, per mezzo dei derivati, hanno scaricato le conseguenze della grave crisi globale in atto sui settori produttivi dell’economia reale e sugli enti pubblici. Un derivato ha come oggetto una previsione, o meglio una scommessa, su indici di prezzo di determinate attività finanziarie e dall’andamento di tali indici esso trae il proprio valore. Questa forma di speculazione vede un aggravamento nello swap, quando cioè si basa su contratti stipulati non direttamente tra un venditore e un compratore, ma attraverso la mediazione finanziaria. A differenza dei futures e delle opzioni, gli swap non sono standardizzati, si può decidere di volta in volta il taglio e la durata. Gli swap non sono trattati all’interno di una Borsa, ma nel cosiddetto Over the counter, cioè in un sistema di compravendita di titoli meno trasparente e meno vincolato, quindi meno controllabile.

Questa breve analisi del panorama della speculazione finanziaria sul cibo ha portato un gruppo di giornalisti e di economisti a ideare la campagna “Sulla fame non si specula”, per chiedere di porre delle regole a un mercato finanziario che sta mettendo avanti il profitto al diritto universale al cibo. La giornalista Emanuela Citterio, ideatrice della campagna, racconta alcuni aspetti di questo percorso.

Emanuela, come funziona il blog sullafamenonsispecula.org?

Tramite il blog si può aderire alla campagna e mandare anche un proprio messaggio. Abbiamo raccolto più di 5000 adesioni alla campagna, sia da parte di cittadini che da parte di gruppi e associazioni. È fondamentale tenersi informati su questo tema ed è possibile chiedere anche al proprio Comune di non investire in derivati sui beni alimentari. Ci sono poi altre campagne in Europa con le quali ci siamo collegati e con le quali portiamo avanti un impegno a livello europeo, che ha già prodotto un risultato per noi significativo: il Parlamento europeo ha infatti approvato una direttiva che dovrebbe mettere delle regole alla speculazione finanziaria sul cibo, direttiva che dovrà essere applicata nei prossimi mesi dai singoli Paesi. Il nostro blog è tenuto da giornalisti ed economisti, e chi ha conoscenze può anche proporsi come autore del blog o inviare segnalazioni e messaggi.

Come è nata questa campagna?

La campagna è nata nel 2011 da una mia idea, all’epoca lavoravo per Vita, insieme al collega Giorgio Bernardelli. In quel periodo mi occupavo di Africa e lui di speculazione finanziaria e nel nostro lavoro ci eravamo accorti di questo fenomeno. Nel 2008 e nel 2010 si sono verificati dei picchi di beni alimentari che secondo gli economisti non potevano essere giustificati soltanto dal movimento di domanda e offerta, ma doveva esserci sotto una speculazione finanziaria legata alle commodities dei beni alimentari di base per i Paesi più poveri. La speculazione finanziaria con i futures che ha avuto un picco nel 2008 e nel 2010. Da 2007 al 2008 prezzi dei cereali raddoppiati, portando alla luce aumenti non giustificati dalla sola carenza dei beni alimentari. Dal 2005 la parola d’ordine era investire nelle commodities, nei derivati, in uno scambio virtuale di contratti indirizzato sul cibo. Consapevoli di questa situazione abbiamo creato campagna per dire che la speculazione finanziaria deve avere dei limiti. Non è una demonizzazione dei mercati finanziari, ma un voler richiedere delle regole. Abbiamo nel team un economista che ci segue e che ci dice che, chi investe nei futures e nei derivati non ha interessi nei prodotti alimentari, ma vuole solo speculare. Come gruppo di giornalisti all’interno del team abbiamo approfittato delle elezioni amministrative a Milano nel 2011 per chiedere ai candidati sindaco l’impegno a non investire nei derivati e nei futures sui prodotti alimentari. Vorremmo che da Milano, in vista anche dell’Expo 2015, partisse un segnale forte per fermare una situazione finanziaria senza regole che ha conseguenze devastanti sull’economia reale dei Paesi più poveri.

Quale è stato il contributo degli enti locali nella fase iniziale della campagna e come è riuscita ad assumere dimensioni nazionali?

Il primo passaggio è stato l’appello ai candidati sindaco di Milano e Pisapia è stato il primo a rispondere. Una volta diventato sindaco Pisapia ha dato patrocinio ufficiale alla campagna e un piccolo finanziamento iniziale con il quale abbiamo realizzato il kit informativo scaricabile dal sito. Poi è arrivata l’adesione dalla Regione Lombardia, attraverso il consigliere Carlo Borghetti, che ha portato in consiglio regionale la nostra campagna. Entrambi gli enti che ospiteranno l’Expo 2015, quindi, hanno aderito alla campagna, e ci auguriamo che questo tema venga preso a cuore durante i lavori della manifestazione. La campagna è stata poi abbracciata da associazioni del non profit in tutta Italia, di diversa provenienza e orientamento. Una di questa è il portale Unimondo.org, che ha chiesto il patrocinio della Provincia di Trento, in cui ha sede l’associazione, ma ci sono anche altri enti locali che si sono dimostrati sensibili a questo tema.

Che rilevanza ha questa campagna in vista dell’Expo 2015?

Ci auguriamo che in vista dell’Expo 2015 si parli più dei contenuti che non delle problematiche legate alla sua realizzazione. Crediamo che l’abbinamento tra cibo e finanza sia particolarmente forte in questo momento a Milano, una città che potrebbe diventare leader di questa campagna. Non condanniamo la finanza ma sosteniamo che il diritto al cibo venga prima del profitto. L’adesione del Comune e della Regione ci fa ben sperare che questo tema potrà essere affrontato durante i lavori dell’Expo 2015.

Quale è l’attuale situazione della speculazione sul cibo in Italia e nel mondo?

Sul nostro Paese è difficile dare dei dati, perché la Borsa di riferimento dei cereali è quella di Chicago. La Borsa di Milano ha strumenti finanziari con cui si possono fare scambi di derivati, per questo abbiamo preso Milano come riferimento. Come dato macroscopico basta considerare che le operazioni sui futures sono aumentati da 1 milione di operazioni nel 2002 a 9 milioni nel 2011. Un altro dato che fa impressione è che l’economia virtuale, ovvero lo scambio di derivati, è 12,5 volte maggiore del Pil del mondo. Si tratta di una bolla della finanza speculativa enorme che può avere effetti devastanti sull’economia reale del mondo.

Quali sono i rischi maggiori per l’Italia e per l’intero pianeta?

Secondo un calcolo fatto dalla Banca Mondiale, 44 milioni di persone sono finite in povertà come conseguenza dell’aumento dei costi dei beni alimentari. Quando prezzo del pane diventa proibitivo per le famiglie, specie dove sono beni primari, le famiglie danno priorità a sfamare i figli prima di tutto, mettendo in secondo piano l’istruzione, la sicurezza ecc. Questo ricade nel circolo vizioso della povertà. L’aumento dei beni alimentari ha un fortissimo impatto nei Paesi che sono dipendenti dalle importazioni del cibo. Nel nostro Paese non c’è un impatto così rilevante, perche non sono così tante le persone che hanno difficoltà a comprare il pane. Dove il reddito è veramente minimo, invece, questo comporta un impatto maggiore.

Cosa possono e devono fare le istituzioni?

Ci auguriamo che il nostro Governo decida di applicare la direttiva dell’Ue cercando di non annacquarla. I singoli Paesi, infatti, possono mettere limiti di posizione agli investitori, in modo da tutelare il settore alimentare. Già molti parlamentari sono stati sensibilizzati su questo tema. Per quanto riguarda gli enti locali, come ha fatto inizialmente il Comune di Milano, possono aderire all’appello della campagna e mandare messaggio sul fatto che sostengono il diritto al cibo contro una speculazione finanziaria senza regole.

Quali regole dovrebbero essere adottate per garantire cibo a tutti?

Occorre non lasciare che la finanza vada avanti senza alcun tipo di regola. Abbiamo visto gli effetti delle bolle finanziarie sull’economia reale. La finanza non viaggia sopra nostre teste e il cibo e il diritto della persona devono essere messi avanti a qualsiasi forma di profitto.

Cosa possono fare i cittadini per sostenere la campagna?

I cittadini possono aderire, ma soprattutto informarsi, perché non è elementare avere accesso a questi temi. Abbiamo messo online un kit per rendere accessibili le informazioni in modo corretto. Informarsi è sicuramente il primo passo per diventare consapevoli. Informandosi si possono conoscere le varie campagne che sostengono queste tematiche, ma anche capire che il primo passo può consistere semplicemente nell’evitare lo spreco di cibo, un’azione quotidiana che possiamo fare tutti.

 

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