domenica, Ottobre 24

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La lotta per l’autodeterminazione politica ed economica è un obiettivo centrale per molti Stati latino-americani, sia singolarmente che collettivamente. Lo dimostrano le tematiche affrontate in occasione del meeting internazionale della Comunità degli Stati Latino-americani e Caraibici (CELAC), da poco conclusosi a L’Avana, che hanno trovato espressione nel documento finale. Dalla dichiarazione congiunta è infatti emersa la volontà dei Governanti latino-americani di rendersi indipendenti da influenze esterne, per muovere verso la costruzione di un’area geopolitica con strategie e aspirazioni proprie.

Un’ulteriore riprova è l’atteggiamento dei singoli Paesi sudamericani nei confronti della politica energetica, un tema che molti analisti giudicano vitale per capire le dinamiche dell’anno appena iniziato. Il fatto di stare seduti su vaste, e per gran parte ancora non sfruttate, riserve di preziose risorse naturali spinge le nazioni del continente a puntare con forza sullo sviluppo energetico.

Il più povero degli Stati andini, la Bolivia, non fa eccezione. Il Presidente Evo Morales ha annunciato, nel suo discorso di inizio anno, l’intenzione di sviluppare l’energia nucleare, con l’obiettivo di portare il proprio Paese fuori dal novero delle nazioni più arretrate della regione.

«La Bolivia possiede tutte le condizioni per sfruttarla. Abbiamo le materie prime, eseguito studi approfonditi», ha dichiarato il Presidente di origini indigene, affermando che dunque «il sogno [di possedere il nucleare]non è lontano».

Per raggiungere questo obiettivo, Morales ha annunciato la nascita di un Programma boliviano per l’energia atomica a fini pacifici. Come ha spiegato il Direttore Generale Esecutivo Luis Romero al quotidiano ‘La Razón’, il costo dei reattori è alto, e sono necessari una serie di accordi su scala internazionale per avviare il processo. «Per questo tipo di iniziative c’è da instaurare un intenso dialogo con la Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), che impone ai Paesi che desiderano intraprendere questo percorso una serie di prerequisiti da rispettare».

È probabile però che proprio in sede internazionale si faccia sentire la voce contraria degli USA, che certo non vedono la Bolivia come una minaccia, ma non vedono certo di buon occhio che un Paese con cui i rapporti sono da sempre piuttosto tesi, e con stretti legami con nazioni critiche dell’egemonia statunitense come Venezuela, Cuba e Iran, sviluppi questa capacità.

Il fascino boliviano nei confronti del nucleare e dei suoi fautori nell’arena internazionale era del resto già noto. Dopo l’insediamento di Evo, socialista e antimperialista, lo Stato andino ha presto instaurato accordi con l’Iran, con cui condivideva, oltre che l’avversione per gli USA, lala volontà di  sviluppare la tecnologia nucleare per scopi pacifici (e, contrariamente all’Iran, probabilmente in buona fede). I forti legami con l’ex Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad hanno creato le premesse per lo sviluppo congiunto di una strategia a lungo termine.

A questo proposito, aveva fatto scalpore, nel 2009, un rapporto, scritto dal Mossad per il Ministero degli Esteri israeliano e diffuso dall’Associated Press, sulla presenza di un accordo tra i due Paesi per permettere agli iraniani di avere accesso all’uranio presente nel sud della Bolivia. In cambio, l’Iran avrebbe offerto assistenza tecnica per future installazioni su territorio boliviano. Ma la quantità di uranio presente su suolo boliviano e l’effettiva capacità estrattiva della Bolivia, così come l’esistenza effettiva di traffici di materiale radioattivo sono sempre rimasti avvolti dal mistero. In questo senso il Governo boliviano ha sempre mantendo una grande cautela, appoggiando la politica estera iraniana e approfondendo i legami con gli ayatollah, ma negando coinvolgimenti diretti.

Con il disastro di Fukushima, e il clima di rinnovata diffidenza nei confronti del nucleare, il tema è stato momentaneamente accantonato. Questo fino all’anno scorso, quando già in autunno Morales aveva rinnovato il proposito di concentrarsi sulla produzione di energia atomica. Ora sembra dunque che il progetto abbia prospettive concrete di implementazione. Il tutto nel contesto di sviluppo che ha come cornice l’Agenda Patriottica 2025, un piano di lungo respiro da attuarsi entro il bicentenario della nascita della nazione, costruito su cinque pilastri, tra cui appunto quello energetico, e volto a modernizzare il Paese.

Ora che l’Iran sembra essere avviato su un percorso più pragmatico dopo che il cambio alla Presidenza e gli accordi di Ginevra ne hanno parzialmente limitato le possibilità di manovra, la Bolivia in questo periodo di studi preparatori si è affidata, anche qui con un po’ di sano pragmatismo, a chi il nucleare lo maneggia da tempo, tentando di diversificare la sua domanda di appoggio tecnico.

Morales ha infatti approfondito i legami sia con i Paesi vicini che utilizzano centrali nucleare, come Brasile e Argentina, sia con la Francia, dove l’anno scorso sono stati inviati specialisti boliviani per approfondire il know how di medicina nucleare per la cura del tumore all’utero. La pista iraniana non è comunque stata abbandonata, come dimostra la recente visita del Viceministro per gli esteri iraniano Mayid Tajt Ravanchi a La Paz, proprio per analizzare gli accordi sulla cooperazione nel nucleare già vigenti.

La strategia energetica boliviana ha però suscitato più di una perplessità. Innanzitutto per le enormi difficoltà, tecniche ed economiche, che lo sviluppo di centrali nucleari comporta, specialmente per un Paese che di risorse, sia finaziarie che tecnologiche, ne ha poche. In secondo luogo, per il fatto che la Bolivia possiede già notevoli giacimenti di gas naturale, di cui è grande esportatrice. A beneficiare del gas boliviano sono soprattutto i vicini, in particolare il Brasile, che tramite un gasdotto riceve ben 30 milioni di metri cubi all’anno. Ultimamente però, la richiesta delle industrie nazionali in aumento e l’incapacità del Governo di incentivare la produzione, hanno fatto sì che l’offerta faticasse a tenere il passo della domanda estera. Forse è per questo che la Paz cerca di diversificare la produzione tramite il nucleare.

In ogni caso, l’impegno boliviano sembra andare controcorrente rispetto ai trend energetici in America Latina. Da tempo i Paesi dell’ALBA, come Venezuela e Cuba, hanno abbandonato le loro velleità nucleari. La parabola venezuelana è in questo senso emblematica. Nel 2008 e nel 2009 la repubblica Bolivariana di Hugo Chavez firmò una serie di trattati con Russia e Iran per dare inizio a una cooperazione nel nucleare, ma negli anni a venire questa non ha ottenuto risultati concreti, a causa dell’avversione di USA e della vicina Colombia, preoccupata della possibilità di avere un vicino ostile dotato di tecnologie nucleari.

Lo stesso si può dire di Cuba, per cui il dilemma energetico è sempre stato una spina nel fianco. Già negli anni ottanta, in concerto con l’URSS, un progetto di costruzione di reattori nucleari era stato avviato, naufragando però a seguito del crollo della superpotenza sovietica. Dopo altri tentativi di collaborazione con la Federazione Russa, il progetto è stato definitivamente abbandonato, con Fidel Castro trasformatosi in un convinto antinuclearista.

Anche Argentina e Messico non sembrano dare grande rilevanza al nucleare, la prima per mancanza di risorse, il secondo per cautela dopo Fukushima. Solo il Brasile prosegue la costruzione di nuovi reattori, come Angra 3, ma accompagnato al proposito di diversificare le fonti di energia, grazie alle enormi risorse naturali, petrolio in primis, di cui dispone.

Solo i futuri sviluppi indicheranno se la prospettiva nucleare andrà oltre gli enfatici programmi di Morales, trasformando la Bolivia nel quarto Stato latino americano dotato di centrali nucleari e aiutandola nel suo arduo percorso di sviluppo, ma la scelta del Governo di La Paz rimane un azzardo, denso com’è di problematiche presenti, e future.

 

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