venerdì, Maggio 14

La bestia di Motta Visconti 40

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motta visconti

Chi è quest’uomo, che uccide la moglie, Cristina Omes, e i figli (Gabriele, di 4 anni, e di 20 mesi la piccina, Giulia), inermi…e i bambini li sgozza come un sacerdote Maya che sacrifica le sue creature al malefico Dio di una passione incoercibile? Chi è quest’uomo, con le mani lorde di sangue che riesce a chiudere la porta di casa, lasciandosi dietro una scia di morte e a seguire in tv, in mezzo ad altra gente inconsapevole, la partita della Nazionale italiana di calcio contro l’Inghilterra, ai Mondiali? Chi è quest’uomo, che ora invoca i Carabinieri che hanno raccolto la sua confessione: “Datemi il massimo della pena”?

Avevo letto la vicenda di Motta Visconti, nel milanese, al primo flash d’agenzia, ieri. Si brancolava ancora nel buio e quest’individuo mostruoso s’intestardiva a sostenere con gli inquirenti di essersi trovato di fronte alla scena del delitto al ritorno da una visione, condivisa con gli amici, della vittoriosa gara dell’Italia.

Mi era subito parsa una vicenda molto hollywoodiana, richiamandomi alla mente un efferato pluriomicidio avvenuto la notte del 9 agosto 1969: nella villa sulla collina di Beverly Hills, costò la vita a Sharon Tate, moglie del regista Roman Polansky, incinta di otto mesi, e a tre amici che si trovavano in sua compagnia. Burattinaio di questi e di altri omicidi, commessi su singoli e su più persone, fu un folle di nome Charles Manson, cantante alterato da uno squilibrio mentale acuito dall’uso di stupefacenti, che lo inducevano a sentirsi o un nuovo Cristo o una reincarnazione di Satana.

Aveva raccolto intorno a sé, plagiandoli, una comunità di borderline, detta ‘The Family’, individui altrettanto intrisi da un odio contro tutti, anche per motivi futili.

Certo, apparentemente non ci sono punti di contatto fra la strage di Motta Visconti e quel che avvenne 45 anni fa a Beverly Hills; l’uomo aveva un vincolo ben forte con le sue vittime, anche se la soluzione estrema adottata per seguire altre attrazioni sentimentali, resta altrettanto inspiegabilmente folle.

Ebbene, la riflessione porta a considerare il movente di quest’individuo frutto di un piano malvagio, nell’illusione di poter perpetrare un delitto ‘perfetto’, dotandosi di un alibi praticamente ‘fisiologico’: l’assenza per partita della Nazionale.

Dunque, non un raptus improvviso, ma un piano congegnato preventivamente, dove l’assassino ha premeditato di portare a termine la sua missione di morte in quello che gli era parso un momento topico, rendendosi insospettabile, confuso in una delle tante compagnie di amici che, in tutta la Penisola, hanno condiviso la visione di quella partita di mezzanotte.

A rendere ancora più inconcepibile l’intera dinamica dei fatti è la circostanza che l’omicida, prima di uccidere la moglie – ha cominciato da lei la sua missione di Terminator – ha condiviso con lei un momento intimo, mentre i figli dormivano (sono poi stati ammazzati nel sonno, dopo che la madre era stata uccisa).

Sin dal primo flash, dicevo, ho sentito un che di falso, di dissonante nella versione dell’uomo, che affermava di essersi trovato di fronte ad una carneficina (e lo era: aveva ucciso a coltellate), rientrando a tarda notte, dopo essersi persino emozionato al gol di Ballotelli che ha consegnato la vittoria alla Nazionale italiana.

Quanto alla collega tirata in ballo come movente di questa strage – queste Circi che portano gli uomini a commettere gesti estremi: lo Scajola di ieri docet… -, si è subito appurato che la poverina era a sua volta vittima di stalking, in quanto, pur oggetto di pesanti attenzioni da parte del Lissi, lo aveva sempre ignorato e respinto. Non una maliarda, dunque; non una cinica seduttrice di un padre con due figli piccoli, bensì anche lei una vittima di una mente alterata, distorta.

Con ciò non voglio offrire al collegio difensivo dell’imputato – ce l’avrà anche lui, visto che il nostro ordinamento giuridico gliene dà il diritto – la facile scappatoia della infermità o seminfermità mentale.

Lo stesso assassino si è dimostrato più lucido di ogni garantismo processuale, chiedendo il massimo della pena (sarà un lapsus freudiano, se non invoca l’ergastolo?).

Poiché ho seguito, per motivi professionali, molti di questi efferati delitti, sono convinta che lo stesso Lissi sappia che l’ergastolo è pura utopia e solo in casi rarissimi gli autori anche di delitti che gridano vendetta al cospetto di Dio scontano per davvero il ‘fine pena mai’.

Il vero ergastolo senza colpa, nel senso di cancellazione dalla faccia della Terra, lo patiranno, da un lato, le sue vittime – ancora non mi capacito di come si possa dare la morte alla carne della propria carne; a bimbi piccolissimi che guardano al proprio padre con la fiducia e la sincerità di quell’età -; dall’altro i parenti, la famiglia di Cristina, che si son visti strappare nel fior degli anni una figlia, una persona cara, da un essere immondo, indegno di far parte del genere umano.

 

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