lunedì, Aprile 12

La battaglia delle riforme image

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La presa di posizione di tale Alfredo D’Attorre, rappresentante dell’ala minoritaria Pd, altrimenti nota come ‘i bersaniani’, sull’ inopportunità da parte del Segretario Matteo Renzi di incontrare Silvio Berlusconi per discutere della nuova legge elettorale ha indubbiamente un pregio.

Quello di far meglio comprendere agli italiani, cui gli ingranaggi neuronici, arrugginiti da una lunga inattività, stanno ricominciando lentamente a girare (attività riservata per lunghi anni ad altre parti dell’organismo), la geografia politica che si sta delineando sotto i loro occhi, e decidere ‘cum juicio’ del proprio futuro, quando sarà il momento.

Sostiene il D’Attorre che mai e poi mai per nessuna ragione al mondo il segretario del Partito Democratico deve confrontarsi con il nemico storico, tanto più perchè condannato in via definitiva.

Argomentazione  apparentemente cristallina, che suscita un fremito di antico orgoglio nell’animo del vecchio militante, aduso a combattere la battaglia del giorno gettando il cuore oltre la barricata, senza troppi calcoli e strategie a lungo termine.

Si da’ però il caso che un’analisi appena più attenta della questione riveli facilmente alcuni risvolti di primaria importanza.

Il primo è che Berlusconi, per quanto condannato, è ancora il leader incontrastato di uno schieramento politico accreditato di un notevolissimo bacino elettorale. Nessuno può cambiare questa realtà per via giudiziaria, e nessuno può, per via giudiziaria, tappargli la bocca e impedirgli di continuare a organizzare la sua formazione, se lui in prima persona non sente il bisogno di farsi da parte.

 Ergo, cosa dovrebbe fare il Segretario del Partito Democratico in tale frangente? Costruire l’intesa su una riforma essenziale per la vita delle istituzioni senza il parere di una forza così cospicua? Non è una linea compatibile neanche col nome stesso del partito che egli è chiamato a guidare. Oppure dovrebbe usare il telefono e condurre trattative segrete, secondo l’italico adagio del ‘purchè non si sappia in giro’? Non c’è bisogno di commento. Oppure ancora, pretendere che a condurre la trattativa sia non il condannato ma un luogotenente, magari quel Denis Verdini, col quale si dice siano già intercorsi colloqui telefonici? Tutti salvi, morale in primis?

Non c’è bisogno di sottolineare che il primo a essere segretamente (ma neanche tanto, ormai la tattica è arcinota, o dovrebbe esserlo) ringalluzzito per la ‘vergognosa esclusione’ sarebbe lui, il Cavaliere, pronto per l’ennesima volta a sbandierare l’indegno complotto dei comunisti contro la sua persona.

Pertanto, sentir parlare di un Berlusconi eventualmente ‘resuscitato’ dal colloquio sulla legge elettorale farebbe sincera allegria, se non fosse che di mezzo ci sono le sorti della Repubblica, cioè di tutti noi.    

La verità è che con ogni evidenza, visto anche il pulpito fitto di crepe da cui il mesto gruppetto dei finti moralisti continua a pontificare, contro ogni interesse del Paese e in particolare della parte di esso che è letteralmente alla canna del gas, tutte le obiezioni che provengono da quel settore emanano da qualche tempo un inconfondibile sentore di ipocrisia e di piccole, misere rivalse personali.

Speriamo che questa pagina sia presto voltata, e che le radici di una stagione politica veramente nuova per l’Italia possano crescere saldamente, archiviando finalmente il ‘ventennius horribilis’ con tutti i suoi tristi protagonisti.   

 

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