mercoledì, Agosto 4

La Basilicata si spopola

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Il Rapporto Svimez 2014 in relazione al 2013 rivela alcuni dati significativi: in una Basilicata il cui trend demografico negli anni tra il 2000 e il 2013 è in decrescita, il tasso di variazione della popolazione residente in anagrafe è diminuito per una percentuale pari al -0,3 con un tasso di mortalità ogni 1000 abitanti superiore al tasso di natalità (10,3 della mortalità contro i 7,1% della natalità); in totale il saldo migratorio totale del 2012 è al -2,3%.
Numeri che letti in una simile sequela tecnica lasciano disorientati, ma che letti in una chiave socio-economica diventano più chiari e trasmettono un’informazione difficilmente controvertibile: la Basilicata si spopola, perde i suoi residenti che si trasferiscono altrove per motivi di studio e di lavoro. Per comprendere meglio la stima della migrazione dei lucani in cerca di migliori prospettive oltre la Basilicata, basti considerare che il numero di occupati residenti nella terra lucana e che lavorano al CentroNord o allestero è pari a 4.170.
Inoltre, se si considera che nel 2012 una quota pari al 29,1% di questi nuovi migranti sono in possesso di una laurea, è evidente che la Basilicata si lascia sfuggire le menti migliori, le competenze specializzate, proprio quelle che invece dovrebbero essere valorizzate sul territorio in quanto potrebbero rappresentare il motore trainante di un’economia che da oltre vent’anni, nonostante gli annunci, non è mai pienamente decollata.
La medesima constatazione proviene dalla relazione IDOS, Centro Studi e Ricerche immigrazione Dossier Statistico, che dice: «La Basilicata ha conosciuto a partire dall’anno 2000 una lenta ma costante crescita della popolazione immigrata. Questo incremento è andato di pari passo a un calo demografico che ha interessato la regione soprattutto per una riduzione delle nascite e un alto tasso di emigrazione verso altre regioni dItalia, in particolare da parte di giovani con titolo di studio elevato. Quello della cosiddetta disoccupazione intellettuale sembra una caratteristica della regione, con la presenza tra i senza-lavoro di un folto numero di diplomati e laureati: ciò significa che il sistema produttivo del territorio non risulta in grado di offrire occupazione adeguata a persone in possesso di una formazione superiore. L’immigrazione straniera, di consistenza molto modesta, non compensa il saldo migratorio interno negativo e, quindi, corregge solo parzialmente il calo della popolazione regionale. Su un piano generale, la Basilicata si conferma come una regione di passaggio per i flussi migratori destinati allItalia settentrionale o addirittura al Nord Europa. Non stupisce, perciò, che l’incidenza sulla popolazione residente complessiva sia comunque tra le più basse d’Italia. Detto questo, dal 2002 al 2010 il numero di residenti stranieri nella regione è quadruplicato (+13,4% solo nell’ultimo anno del periodo). L’incremento maggiore si è registrato nella provincia di Potenza (+375,5%), mentre a Matera è stato relativamente più contenuto, sebbene comunque molto consistente (+262,7%). L’incidenza sulla popolazione è comunque tra le più basse d’Italia, limitandosi ad appena il 2,5% sul totale dei residenti. La percentuale risulta più alta a Matera (2,7%) che a Potenza (1,6%). Notevole l’incidenza delle donne, che tra gli immigrati residenti superano il 56%».
Donata Matturro, membro del Comitato aree interne della Basilicata, conferma i dati inerenti l’emigrazione e lo spopolamento della regione, soprattutto dei piccoli comuni; un fenomeno che non può essere rimpinguato con l’immigrazione: “Negli ultimi seisette anni la Basilicata ha perso 17.000 abitanti e fino al 2030 potrebbe perdere ancora 15.000 unità, il 74-75% dei comuni non superano i 5.000 abitanti e il tasso di anzianità è estremamente alto”.
A questi dati si aggiungono quelli sull’immigrazione a fronte di un’emigrazione crescente. Il saldo migratorio interno lo scorso anno è stato in calo del -3,1% (Rapporto Svimez 2014), del -2,4 (Dato Istat 2014) per mille abitanti, mentre quello migratorio verso l’esterno è aumentato dell’1,8% (Rapporto Svimez 2014), del 1,6 (Dato Istat 2014). Ciò dimostrerebbe che la capacità di assorbire flussi provenienti dall’esterno non potrebbe riequilibrare in modo sostanziale la decrescita demografica. I dati sulle difficoltà economiche delle famiglie lucane in un anno segnano nel 2013 un 39,5% (di cui il +12,1% è in grandi difficoltà e il 27,4 è in difficoltà medie).
Eppure il Presidente Marcello Pittella ha annunciato ufficialmente, lo scorso 15 aprile, tramite il suo portavoce, il raddoppio del numero di richiedenti asilo politico da 1000 a 2000 unità, con le seguenti motivazioni: «Un’iniziativa di questo tipo potrebbe creare anche nuovi posti di lavoro», invitando gli ospiti, con l’aiuto delle cooperative che li ospiteranno, «a rendersi utili e a sottoporsi a un percorso di formazione per imparare un mestiere e con esso anche la lingua italiana» (Fonte Ansa).
Insomma il Governatore ha definito la Basilicata una «regione-pilota», che potrà essere un esempio guida per l’Italia ai fini dell’integrazione e del rilancio occupazionale. I dati, però, al momento confermano un segno negativo sia per quanto riguarda l’occupazione sia per quanto concerne l’incremento demografico. Questo è il quadro in attesa di capire se il rapporto Svimez 2015 (riferito al 2014), che uscirà in autunno, nonché i nuovi dati Istat, sveleranno o meno una controtendenza.
La Basilicata proprio perché è stata storicamente terra di ‘migranti’, non si è mai sottratta all’accoglienza: “Il fenomeno è già in atto da molti anni, anche se i dati sono un po’ ballerini”, dice l’economista lucano, Nino D’Agostino, “si parla di 10.000 migranti, ma in questo flusso il migrante non considera la Basilicata appetibile, per lui è un luogo di passaggio; quelli che restano, in minima percentuale, fanno lavori che normalmente i nostri lucani rifiutano”. “La maggior parte invece sono giovani immigrati, laureati e diplomati”, continua D’Agostino, “più alto è il livello di formazione più la Basilicata è considerata transitoria”.
Secondo l’economista, “i migranti portano sacche di giovani e aggiungono qualche tassello in più al mosaico del flusso demografico” a fronte di un flusso in uscita dovuto all’emigrazione dei giovani lucani in cerca di occupazione fuori dalla Basilicata.
I giovani lucani hanno un livello di istruzione molto alto”, chiosa, “idealizzano il lavoro, preferiscono un’occupazione impiegatizia e pubblica a quella di tipo professionale e privata, ed è questo il motivo per cui il grosso degli immigrati lavora in modo irregolare, perché accettano lavori di basso profilo professionale, per lo più svolti in nero, soprattutto nell’edilizia e in agricoltura. Nel metapontino, ad esempio, il grosso della manovalanza proviene dalla Puglia”. Dal punto di vista dell’occupazione interna, a prescindere dall’immigrazione, vi è per D’Agostino “un fenomeno distorsivo grave”, che rappresenta uno dei tanti esempi che giustificano il bisogno da parte dei giovani lucani di uscire fuori dalla Basilicata per trovare lavoro.
Quel ‘bisogno’ che spinge le famiglie che restano in Basilicata ad accettare qualsiasi compromesso pur di ottenere il diritto alla sopravvivenza. “In Basilicata ci sono 5.000 forestali, ai quali non hanno accesso gli immigrati; ciascun operaio forestale prende 1.300 euro al mese per un periodo che va dalle 101 alle 105 giornate; hanno poi diritto all’indennità di disoccupazione; per il resto dell’anno non svolgono alcuna attività, non per colpa loro, ma perché non c’è una struttura manageriale che possa gestirli”, dice l’economista lucano.
Poi c’è tutto il discorso socio-assistenziale legato al clientelismo che rappresenta una delle tante ragioni, forse quella prioritaria, che sta scomoda ai lucani che non accettano di essere irretititi in un sistema che non premia le eccellenze, che però rimangono disoccupati o inoccupati.
I dati, infatti, parlano chiaro: il tasso di disoccupazione ufficiale è al 15,2% (Dato Svimez). E, se si tiene conto che le percentuali aumentano vertiginosamente quando si parla di disoccupazione giovanile (entro i 24 anni), il cui tasso è pari al 55,1%, il quadro inizia a delinearsi nei suoi contorni più nitidi: il lavoro in Basilicata manca, nonostante i grandi annunci e le potenzialità non pienamente valorizzate; ci riferiamo alle risorse boschive, paesaggistiche e agroalimentari, e alla vocazione turistica. Un boccone amaro che è difficile da digerire e che spesso fomenta l’ostilità di quei lucani che considerano i giovani immigrati come gli usurpatori del lavoro in un sistema che confonde l’opportunità occupazionale con la bassa manovalanza.
D’Agostino incalza: “Ho fatto un calcolo, se sarà introdotto il reddito minimo di inserimento (peraltro in Basilicata il reddito minimo di cittadinanza c’è già da dieci anni) tenendo conto che nel registro paga ci sono 30.000 persone in vari campi (sanità, istituzioni regionali, enti locali, forestali) avremo un sistema assistenzialistico più ‘avanzato’. Questa gente avrà un reddito, non un lavoro. Tale  sistema condurrà un domani ad avere pensioni da fame perché i contributi sono figurativi; si continua così perché quello è lo zoccolo duro per creare consenso”. Le ragioni di un “meccanismo perverso” sono identificate da D’Agostino nel “creare un bisogno sospeso” spiegabile come una vera e propria filiera dello scambio: “Io ti tengo a bada, tu dovrai chiedere, io ti concederò, dovrai però garantirmi una fedeltà continua sia elettorale sia legata all’organizzazione del partito”, conclude.
Continuando il discorso sul rapporto tra migrazione ed emigrazione Delio Miotti, dirigente di ricerca dello Svimez, esperto in andamenti demografici, sostiene che “la Basilicata è tra le regioni in perdita dal punto di vista del saldo migratorio. Abbiamo anche un calo degli iscritti all’anagrafe”. “Questi migranti non si fermano al Sud e utilizzano il Mezzogiorno come area di transito, verso le aree industriali del Centro-Nord, e quelle dei servizi, nonché verso l’estero. Non credo che l’accoglienza dei migranti di per sé andrà a riqualificare il Pil, credo che la regione possa riqualificarsi attraverso l’aggancio con i mercati esteri. Solo se cresce l’economia si interromperà il circolo vizioso della decrescita demografica, che porta come risposta immediata a un basso tasso di natalità, perché le famiglie non fanno figli. Il 30% delle persone che vanno via dalla Basilicata sono laureati rispetto alla media del 25% nel mezzogiorno. L’Università è sempre un fattore positivo per un territorio, ma se c’è uno scollamento con il tessuto sociale e produttivo e con il mercato del lavoro l’intero sistema economico sarà fragile”.
Gervasio Ungolo, dell’Osservatorio Migranti di Basilicata, pur nella dinamicità di un fenomeno in continua evoluzione, ci conferma che non è facile realizzare una stima precisa, ma ci rivela alcuni dati importanti: “Circa 800 sono i richiedenti asilo politico in Basilicata; per la raccolta del pomodoro lavorano circa 1500 migranti stagionali in estate e in autunno una cinquantina di braccianti presenti a Boreano, impiegati in agricoltura per la raccolta delle olive e dell’uva, o in oltre attività di supporto e di aiuto agli agricoltori. Questi ragazzi, purtroppo, non sono censiti, e quindi i dati a riguardo sono piuttosto empirici. L’ultimo censimento risale ai dati Istat ufficiali 2010-2011, secondo cui sono stati individuati circa 17.000 migranti. In Basilicata la situazione è più drammatica rispetto al resto dItalia; la prima accoglienza negli anni scorsi mirava a confinare questi migranti negli hotel lontani dai centri abitati, perché dovevano essere invisibili ai cittadini. Appena finito il programma di asilo politico, quindi terminati i 37 euro a giornata dati dal Ministero dell’Interno alle cooperative, non ci sono prospettive di reale inserimento nel tessuto sociale e produttivo”.
In Basilicata siamo di poco al di sotto rispetto agli scandali accaduto a Roma. Spesso abbiamo denunciato la mancanza di diritti e il business che gira intorno ai centri di prima accoglienza. I nostri legali non potevano neppure entrare nelle strutture dove c’erano i residenti per interloquire con loro”. Infine, Ungolo esclude che i migranti possano togliere lavoro ai lucani: “Se si considera il solo dato numerico è chiaro che si possa avere questa sensazione, ma in realtà accade che questi svolgano lavori molto umili e che vivano in condizioni disumane e con diritti limitati; mentre i lucani hanno una professionalità e un’istruzione alta che gli consente di lavorare fuori dalla Basilicata”.
Sul fatto che invece possano togliere lavoro ai cittadini residenti risponde: “Non c’è assolutamente competizione tra il migrante e il bracciante agricolo lucano. I migranti lavorano in condizioni contrattuali a dir poco difficili e non hanno diritti. Se un lucano dovesse lavorare alle condizioni del migrante nel giro di un anno si ritroverebbe ad abitare nei casolari”.
In un articolo pubblicato il 13 giugno 2014, l’agenzia Adnkronos precisa che «In Basilicata i residenti stranieri, comunitari e non, hanno un’incidenza del 2,6 per cento. Sono in tutto circa 15mila di cui oltre 8mila non comunitari. Tra i gruppi di provenienza spiccano i rumeni (circa il 40 per cento), gli albanesi (circa l’11 per cento) e i marocchini (il 10 per cento). Tra i settori con maggiore impiego di manodopera straniera emerge il comparto primario (39,4 per cento), seguito dal terziario (31,9 per cento) e dal settore industriale (27 per cento)». Nello stesso comunicato la giunta regionale lucana si impegnava con un disegno di legge ad hoc a creare «un’opportunità per rafforzare la base demografica indispensabile al mantenimento di alcuni servizi essenziali e a generare una nuova domanda di servizi da cui partire per creare imprese sociali e attivare occasioni di lavoro qualificato».
Non è possibile pensare di poter riequilibrare gli assetti occupazionali della Basilicata con l’aumento dei flussi migratori”, commenta Antonio Grazia Romano, avvocato, già pretore di Potenza, autore del libro ‘Basilicata e sviluppo socio-economico’.
“Se ciò fosse realizzabile, dato che dalla Lucania emigrano circa 3000 giovani l’anno, dovremmo compensarli con 3.000 migranti l’anno. Di questo passo in 10 anni dovremmo integrare nel tessuto sociale circa 30.000 migranti. Mi sembra improponibile. Inoltre la Basilicata vede emigrare le giovani menti lucane formatesi nelluniversità e che rappresentano la manodopera specializzata”.
Tuttavia, sulla decisione del Presidente Pittella di raddoppiare il numero di migranti da 1000 a 2.000 unità, Romano ribadisce con fermezza la necessità di una distinzione tra immigrati e richiedenti asilo politico: “questi ultimi vanno accolti, è un obbligo giuridico prima che un fatto umanitario o una responsabilità etica e morale”.
Sul rapporto tra immigrazione ed emigrazione aggiunge: “Circa vent’anni fa, l’onorevole Nicola Savino disse che per risolvere il problema della denatalità e dell’emigrazione in Basilicata bisognava portare almeno 1 milione di immigrati. Un discorso, per i motivi già citati, improponibile. Certo, se oggi non ci fossero questi migranti la Basilicata sarebbe desertificata perché i giovani, laureati e sempre più qualificati, abbandonano il lavoro della terra per emigrare. Almeno, grazie agli immigrati risolviamo il discorso della manodopera contingente, anche se si tratta di bassa manovalanza. “Per quanto riguarda le ondate di immigrazione, che siano organizzate o meno, spetta agli inquirenti stabilirlo, e non a noi cittadini, mentre i centri di accoglienza devono fare la loro parte per attuare maggiori controlli”, conclude.
Il sociologo Mauro Armando Tita parla di pseudo associazionismi legati al business dell’immigrazione: “I finanziamenti europei legati all’inclusione sociale si legano a una sorta di logica tardo assistenziale che non giustifica il loro abuso e il modo in cui sono utilizzati creano quella forma di razzismo strisciante con finalità ben specifiche. Si vedano i campi fango di Scanzano Ionico o la raccolta del pomodoro a Palazzo San Gervasio”. Sulle forme di sfruttamento legate al caporalato, come avviene in uno dei centri di accoglienza più rinomati della Basilicata, quello sito in Contrada Boreano, nell’area compresa fra alcuni comuni dell’area Nord della regione (Palazzo San Gervasio, Lavello, Montemilone, Venosa), al confine con le Murge, il sociologo afferma: “Se questi ragazzi hanno una prospettiva e un minimo obiettivo siamo ben disposti ad accoglierli, ma dobbiamo avere la possibilità di utilizzarli non come avviene a Rosarno, sfruttandoli in forme di caporalato, ma dobbiamo integrarli, inserirli nel tessuto sociale, creare le condizioni per un mix economico e produttivo”. “Occorre anche creare le occasioni per una formazione non fine a se stessa, realizzare mini redditività in loco, e invece non abbiamo progettualità oltre le 600 ore del corso; la formazione sia per i giovani lucani sia per gli immigrati è fatta per i formatori e non per i formati. La Basilicata è la regione in cui c’è una proliferazione terrificante di enti di formazione, il doppio rispetto all’Emilia Romagna”.
Per quanto riguarda l’inserimento dei giovani immigrati nel contesto socio-economico, è importante che si superi nel più breve tempo possibile la fase di prima accoglienza “quella fatta dai promoter e da pseudo iniziative umanitarie”. Queste, aggiunge Tita, “producono forme di management personalizzato e ‘cavernismo’ ad oltranza; un modo goffo per intendere l’integrazione e l’inclusione sociale, quello di collegarlo al parassitismo”.
Di qui, la necessità di intervenire sulle forme di emarginazione che relegano i ragazzi ai margini dei quartieri: “se non si sentiranno amati e stimati, saranno sbeffeggiati ed emarginati, aumenterà la cattiveria, e il razzismo, si fomenterà l’odio”. “In Basilicata abbiamo uninclusione subordinata, non una vera inclusione sociale; non possiamo valorizzare le competenze degli extracomunitari e farle emergere tenendole nel dimenticatoio di una partita di calcio o di un pranzo umanitario; è triste e degradante. Si può invece realizzare un marketing multiplo che crei le condizioni minime per un inserimento più efficace, utile e democratico dei giovani immigrati, utilizzando le risorse umane che abbiamo in loco”, chiosa il sociologo lucano.

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