lunedì, Maggio 10

La Banca Mondiale va in Medio Oriente

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Si è conclusa ieri la visita di quattro giorni in Medio Oriente e Nord Africa del Presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim. Si tratta della prima in Libano, Giordania e Arabia Saudita dall’inizio del suo mandato, iniziato nel luglio 2012. Una regione che si trova di fronte ad un bivio, afferma Jim Yong Kim, fra violente crisi politiche e una condizione economica che va sempre più deteriorandosi. È effettivo e concreto il rischio che i contraccolpi delle rivolte arabe e della crisi siriana, ancora in corso, possano destabilizzare l’intera regione. La Banca Mondiale ha monitorato con attenzione l’evolversi della situazione politica nei paesi coinvolti, e questa visita appare in linea con una strategia regionale che poggia le basi sull’uso degli strumenti di cooperazione e partecipazione per una crescita economica sostenibile.

Il potenziale regionale, quello ricercato da Jim Yong Kim, deve essere attivato attraverso azioni rapide, concrete e valide sul lungo periodo. Il presidente, durante le visite e gli incontri istituzionali a Beirut, Amman e Riyadh, ha posto l’accento sulla necessità di formulare un piano per ricostruire le fondamenta economiche nazionali e sulla piena volontà della Banca Mondiale di farsene carico. il fatto che la natura della visita avesse obiettivi ‘operativi’ e non solo squisitamente istituzionali, è confermato dalla presenza del Vice Presidente per la regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa), Inger Andersen, e dal Direttore Generale per la regione MENA dell’International Finance Corporation.

Il portafoglio nella regione del Gruppo della Banca Mondiale (composto dalla Banca Mondiale, dalla Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, dall’Associazione per lo Sviluppo Internazionale, dalla International Finance Corporation, dall’Agenzia garante per gli Investimenti Multilaterali e dal Centro Internazionale per la gestione delle dispute sugli investimenti), ad oggi, ammonta secondo i dati ufficiali a 16 miliardi di dollari americani. Queste cifra è salita rapidamente nel corso degli ultimi mesi, ed è destinata a crescere ancora alla luce dell’impegno annunciato dal Jim Yong Kim.

Le sfide sono tante, ma la regione può trovare la forza di uscire dalla crisi. Un messaggio di speranza, quello di Jim Yong Kim, imperniato di concetti come good governance, trasparenza, stabilità, lavoro e opportunità per le donne e i giovani. Due paesi al collasso, Giordania e Libano, a causa del continuo aumentare dei profughi siriani. Poi l’Arabia Saudita, controversa monarchia che nonostante il botto delle rivolte arabe nella regione è riuscita a mantenere una posizione di leadership. Quali sono i programmi che la Banca Mondiale avrebbe in serbo per questi tre paesi, certamente molto diversi fra di loro, ma appaiati nel contesto regionale?

Al momento, in Giordania, la Banca Mondiale ha fornito una assistenza finanziaria immediata di 150 milioni di dollari nel luglio 2013, con lo scopo di assistere il paese nella gestione del flusso di rifugiati siriani, sempre in crescita. Qualche mese dopo, in autunno, sono stanti stanziati ulteriori 60 milioni di dollari dalla Banca Mondiale e da alcuni paesi donatori come Canada, Svizzera, Regno Unito e il Fondo Arabo. Recentemente, nel mese di marzo, è stato dato l’OK per altri 250 milioni di dollari.

La gestione della questione rifugiati, oltre che la Giordania, riguarda anche il Libano. Quasi un quarto della popolazione oggi è siriana, per un totale di circa due milioni di rifugiati. Numeri esorbitanti, pensando ad un paese che ogni anno registra un drastico crollo del PIL, che soffre di una disoccupazione galoppante e che deve interfacciarsi con realtà come Hezbollah. La Banca Mondiale ha creato un fondo fiduciario al quale contribuiscono diversi donatori e partner, tra cui Finlandia, Francia e Norvegia. La Banca Mondiale, autonomamente, ha contribuito con 10 milioni di dollari per il fondo di ricostruzione e sviluppo.

L’approccio all’Arabia Saudita, invece, è leggermente diverso. Considerando la natura del suo interlocutore, la Banca Mondiale ha attivato programmi di cooperazione e partnership economica in diversi settori, investendo su un fondo di sviluppo orientato all’implementazione della rete infrastrutturale dei trasporti attraverso i diversi paesi della regione. Inoltre, l’Arabia Saudita ha contribuito con circa 3 miliardi di dollari al supporto del processo di transizione politica nello Yemen e ha attivamente partecipato al gruppo “Amici dello Yemen”, composto da paesi donatori e da organizzazioni internazionali impegnate ad assistere il paese nella transizione.

I continui cambiamenti a livello politico ed economico, secondo numerosi analisti, stanno portando ad una trasformazione epocale del Medio Oriente. Trasformazione, tuttavia, di cui è estremamente difficile prevedere il risultato finale. Quello che appare certo, in un contesto regionale così pericolosamente dinamico, è che il vecchio ordine regionale è stato messo in discussione. Ad oggi, ancora non esiste una stabile architettura sostitutiva alla precedente, che si poggiava su governi autocratici e dispotici tendenzialmente tollerati dalle potenze occidentali.

Le rivolte arabe, innestate all’interno di un panorama già saturo di crisi geopolitiche e di minacce terroristiche, hanno rimesso in discussione i pilastri delle politiche di sicurezza di Europa e Stati Uniti. L’esempio della rivolta in Siria, nata inizialmente come una protesta pacifica e poi sfociata in una guerra civile dagli effetti devastanti che perdura tutt’ora, evidenzia due aspetti: da un lato la paralisi della comunità internazionale nel definire i ruoli all’interno della nuova scacchiera mediorientale; dall’altro il ‘fallimento’ della traiettoria statunitense in Medio Oriente.

Il quadro odierno offre numerosi spunti di riflessione, e tanti interrogativi. L’era dell’unipolarismo di Washigton nella regione sta tramontando, e i tanti attori della comunità internazionale stanno lavorando per trovarsi una collocazione all’interno del nuovo sistema. È una regione al bivio, in cui alcuni paesi hanno provato a percorrere la strada della transizione democratica (come Egitto e Tunisia), mentre altri, come la Siria, sono travolti da una difficile guerra civile. La Banca Mondiale, in quest’ottica, sta fissando la sua presenza in Medio Oriente, nel tentativo di rendere l’economia più matura per fare da contraltare ad una regione più stabile a livello politico.

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