giovedì, Maggio 13

La banalità del far male field_506ff510725be

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Sono frattaglie da social, eppure val la pena riferirne a costo di raschiare il fondo del barile e di tirarne su immondizia. Tutto nasce su Twitter, per via di una traduzione disinvolta di un giornalista, il quale riporta in maniera approssimativa e a lui conveniente stralci di un articolo di Fareed Zakaria apparso sul ‘Washington Post’, laddove «few of them», con riguardo ai moderati islamici, diventa, addirittura virgolettato «non ci sono moderati in MO». Una licenza linguistica che occorre al furbetto per avvalorare la sua immagine di un Islam totalmente estremista. Subito lo rintuzza un lettore, a cui fa eco Guido Baldoni, che imputa all’improvvisato traduttore un certo tasso di «malafede». Quegli replica piccato, infine cavandosela con un elegante «smamma troll». Alché Baldoni si presenta, e ne ha tutti i diritti: «Conosco bene gli estremisti in Medio Oriente, hanno ammazzato mio padre. Non stai aiutando».

Dopo di che, il giornalista few english millanta stremato: «Twitter è quel posto dove gli schiantati già a poco agio con l’italiano fanno lezioni di inglese e di comprensione testo al Washington Post». Ma è davvero la sua giornata no (capita se ci si affida troppo alla fortuna), perché Guido Baldoni ha tutto l’agio di replicare: «faccio il traduttore dall’inglese di lavoro, e tu sei un poveretto». E questa sarà la sua unica scivolata di stile, benché la pazienza di fronte all’ignoranza presenti dei limiti umani.

Potrebbe chiudersi qui, e il fighetto smammone ritirarsi a piangere sulle sue disgrazie, invece d’improvviso appare una sua sodale che digita e pubblica, parola per parola: «Ma giocarsi il parente morto nella polemicuzza su Tuìtter si può fare più volte? È come passare dal via e ritirare le 20mila a Monopoli?» La contessa in oggetto fa la colorista in giro per la rete, invece il glottologo pare sia un giornalista in carne e ossa, ambedue partecipanti attivi al circo barnum della sagacia cattivona, quella che non arretra dinanzi a nulla, che cammina pure sui cadaveri se poi si tratta di gloriarsi della propria autocompiaciuta ‘intelligenza’ negativa. Insomma sono un duo che a nominarli rendi un favore a quell’inappagata sete di notorietà che marca un provincialismo di fondo. È la noia di chi si dibatte in una gabbia di pochezza, con scarsi studi alle spalle, nessun approfondimento e quattro conoscenze brevettate in esclusiva da mettere in croce.

Ma c’è una soglia di sfruttamento delle tare formative, passata la quale si accede  nel club dell’infamia, lo stesso di cui hanno la tessera le centinaia di deficienti che regolarmente gioiscono alla notizia di un naufragio, Beppe Grillo che chiama Renzi «Ebolino», coloro che postano pornografia di animali e di bimbi torturati o che sbeffeggiano direttamente il dolore concreto del prossimo. E non c’entra nulla l’essere buoni, nulla. Anzi, l’attitudine parrocchiana di compartecipare senza muovere foglia è forse anch’essa alla base della deriva odierna. Da che mondo è mondo l’ironia e il sarcasmo si sono sempre fatti gioco delle disgrazie, dell’atto di morire, della défaillance dell’avversario.

La questione, infatti, concerne la qualità metafisica che arricchisce lo stravolgimento del senso comune sollecitato dall’acutezza. Portare esempi sommi di questa pratica sarebbe fuori luogo, ne bastano di viventi e allegri, che non si piccano di incarnare l’estremo Witz italiano. All’uopo citerei Giorgio Cappozzo, autore e giornalista dotato di senso dell’assurdo, baldo quarantenne che i social li frequenta con una certa regolarità. E lunedì 25 agosto scriveva: «Decapitare in Iraq o all’Eur. Il problema è sempre lo stesso: il deserto intorno». È dura da ingoiare al primo impatto, poi scende giù e non risulta affatto indigesta. Come mai? Non è importante che abbia strappato il ghigno o provocato un risatone da pizzeria, conta la raffinatezza della sua ‘cattiveria’, che non tocca direttamente la gola di James Foley o di Oksana Martseniuk, bensì sovrappone le due tragedie, nemmeno comparabili, lucida e cieca follia che si abbatte sul simbolo e sulla vittima con la medesima brutalità. E per annullare quelle distanze sovrapposte, tra lei e lui, tra la nostra umanità e le loro mannaie, tra il sangue e il silenzio, Giorgio utilizza un artificio spiazzante, cambia luogo e unisce i due destini. E ovviamente non fa soltanto poesia… Infatti il gioco sta nell’evocare, accanto al deserto geofisico del Califfato, quello sociale e mondano di Eur e dintorni, così citando il Moretti di «Beh, Spinaceto pensavo peggio… Non è per niente male!»

Ecco, non serviva evocare Stanisław Jerzy Lec o Karl Kraus per riesumare tracce di umorismo metafisico e fare un po’ d’aria alla stanza degli orrori, piuttosto occorreva mettere un punto al ‘facciamo e scriviamo quel che cacchio ci pare’. Tanto per dire quanto Guido Baldoni si sia mostrato un signore e in che misura meriti il nostro banale e solidale plauso, va detto che egli ha glissato sulla frase mentecatta, come non l’avesse letta. Io personalmente sarei andato a cercare la poveretta e le avrei dato uno schiaffone. Se toccano i miei morti e il mio cuore presso di loro, io reagisco così (e non va bene). Lo so bene, c’è spesso un buonismo di ritorno -paradossale- che tende a scongiurare il linciaggio nei confronti di chi sbaglia. È persino giusto, sebbene l’aver attribuito a un figlio lo sfruttamento della morte del proprio padre, che era Enzo Baldoni, è stata una tale sconcezza umana da pretendere, da chi se ne fosse sporcata, un periodo di disintossicazione da trascorrere in una comunità di recupero. Bisogna essere severi qualche volta, per mostrarsi veri e per restare comici, altrimenti il far ridere si riduce a un piccolo mestiere vanesio e incolore, attraverso cui si ferisce indifferentemente l’universo senza intaccare mai le sue leggi peggiori. E quel che è brutto, si perde il contatto con l’opaca materia del male, non la si trasforma più in qualcos’altro di liberatorio, non si è più sublimi.                         

 

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